CGIL: anche lo smart-working congiura contro le donne

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca. Mannaggia. Alle donne italiane non gliene va proprio bene una… Oltre a essere vittime di violenza a milioni di milioni, di stalking a milioni di miliardi e di femminicidio a trilioni di fantastiliardi (dati accertati dalla portinaia); oltre a trovare le porte serrate quando vogliono iscriversi a una facoltà STEM; oltre a dover faticare tantissimo nei tribunali per venire assolte da accuse penali o per ottenere la custodia praticamente esclusiva dei figli; oltre a essere costrette dal patriarcato a rinunciare a lavori redditizi come il muratore, l’asfaltatore, l’elettricista, l’idraulico, il marittimo, dovendosi accontentare di noiosi impieghi di scrivania e di dirigenza; oltre ad essere trattate come delle minorate nella sanità, con vie preferenziali nella ricerca e nei servizi; oltre a dover interrompere prima degli uomini la carriera per andare in pensione, pur morendo di vecchiaia in media dieci anni dopo gli uomini; oltre a tutto questo e a molto altro, insomma, ci si mette anche lo smart-working.

Lo rileva una ricerca del Centro Studi Fondazione Di Vittorio, facente capo alla CGIL. Non stupitevi: esiste ancora. Si fa chiamare ancora “sindacato” e dice ancora di difendere gli interessi dei lavoratori. Occhei, si è fatto sfilare l’articolo 18 e ha ingoiato il “Job’s Act” come se nulla fosse, ma l’importante è il brand, l’immagine, il logo. C’è ancora un sacco di gente che se la beve. Basta mettere alla segreteria un ex duro-e-puro della FIOM e molti ancora sentono l’istinto di alzarsi a pugno levato cantando un medley Bandiera Rossa-Internazionale-Bella Ciao, sentendosi anche consapevoli e partecipi di qualcosa. L’onda lunga del fallimento della sinistra italiana e internazionale sta anche nella presenza di sindacati in assenza di lavoro (causata anche dai sindacati stessi). Quei sindacati che, nella sempre più devastante penuria di iscritti, per sbarcare il lunario si sono buttati a capofitto, pure loro, nell’industria dell’antiviolenza e nel piagnisteo femminista.


La non-spiegazione di Susanna Camusso.


Tra i tanti musi che mangiano nella greppia pubblica alimentata dal mito della “parità” femminile che non c’è e della violenza sulle donne, ci sono infatti anche loro, i sindacati, che ormai da tempo si sono dotati dei loro centri antiviolenza e delle loro “sezioni sulle politiche di genere”. Quella della CGIL è coordinata dall’ex segretario Susanna Camusso, che ha fatto sentire forte la sua voce di protesta in difesa delle lavoratrici femminili, di fronte agli esiti sconvolgenti dell’indagine del centro studi sindacale. I 6.100 intervistati che hanno risposto alle 53 domande del questionario, infatti, danno uno spaccato di genere molto netto. Gli uomini sono molto soddisfatti (60%) dello smart-working, le donne no, per niente. Gran parte delle intervistate giudica l’esperienza negativa perché “più stressante e complicato”. Il 40% di esse sostiene di aver avuto meno tempo libero a causa di quella nuova modalità. C’è chi valuta strana (e naturalmente discriminatoria) questa disparità di giudizio che, a ben vedere, è rivelante, a giudicare dalle ragioni che ne stanno alla base.

Secondo il report CGIL, chi si è trovato bene, essenzialmente tutti uomini, sono lavoratori attrezzati, con titolo di studio alto, soprattutto giovani, che sono riusciti a ricavare maggiore tempo libero grazie all’assenza di spostamenti e probabilmente, anche se il report non lo dice, anche di straordinari, di disponibilità oltre orario e altre bazzecole simili. Chi si è trovato male, essenzialmente tutte donne, sono invece lavoratori poco attrezzati, senza una postazione di lavoro fissa in casa, che hanno vissuto con ansia e stress questo periodo. «Lo smart working non può essere solo l’attività da casa», ha dichiarato Susanna Camusso. «Le donne sono più penalizzate e discriminate, sia sul fronte relazionale che su quello prettamente professionale», ha concluso, e i media obbedienti hanno chiamato questa cosa una spiegazione. Che spiegazione però davvero non è.


Lo smart-working ha valorizzato la qualità del lavoro maschile.


Dai dati parrebbe infatti che alle donne in smart-working sia toccato lavorare davvero, “alla maschile” per intenderci, e parrebbe che non siano state tanto all’altezza. La CGIL stessa parla di lavoratrici “non attrezzate”, che hanno definito “stressante e difficile” lavorare a distanza. Di contro avrebbero perso occasioni relazionali. Tipo? Lo spritz con le amiche dopo il part-time? Lo shopping della pausa pranzo con la collega? Non è che si sta dando allo smart-working la colpa delle limitazioni dettate dalla quarantena? Quale discriminazione sul lato “relazionale” avrebbero patito le lavoratrici rispetto agli uomini? Non si sa e non si può sapere. Il report della CGIL sono sette paginette striminzite, con nessuna nota metodologica su come sia stata condotta l’indagine né tanto meno l’elenco delle 53 domande poste agli intervistati. Non per altro: dopo l’esperienza delle indagini campionarie ISTAT sulla violenza contro le donne, ha senso essere molto malfidati quando si parla di dati riferiti ai mille disagi femminili.

Probabilmente con maggiori dettagli alla mano sarebbe stato possibile mettere in luce ciò che la CGIL, per bocca di Camusso e Landini, con l’immancabile complicità dei media, cerca di nascondere dando tutta la colpa allo smart-working. Al di sotto di tutto il discorso aleggia infatti la totale infondatezza del mito del divario salariale: gli uomini lavorano di più, sono più attrezzati e tecnicamente preparati. Per questo raggiungono alti livelli professionali, senza aiuti e aiutini, tipo quote rosa. Gli uomini sono anche felici per il tempo libero guadagnato per i minori spostamenti, straordinari e after-hour lavorativi, proprio quelli che gli permettono di guadagnare in genere più di una donna a parità di inquadramento. Quel sollievo maschile la dice lunga su quanto l’uomo si sia evoluto dall’immagine che il femminismo ne dà costantemente, ossia quella di persona avulsa dalla relazionalità o dalla famiglia perché dedito al solo lavoro e al far soldi. Un piffero. Sa solo il cielo quanti uomini hanno fatto i salti di gioia nel timbrare il cartellino on-line, pur sapendo così di guadagnare meno, per andare subito a giocare/studiare/parlare con i figli nella stanza accanto o per far l’amore con la moglie. Lo smart-working, insomma, ha valorizzato la qualità del lavoro maschile e ha migliorato la qualità della vita relazionale degli uomini.


Ne va della sopravvivenza del femminismo.


Susanna Camusso

Questo non è accaduto alle donne. Messe in condizione di lavorare dovendo dimostrare che stavano davvero lavorando, sono andate sotto stress e hanno trovato il tutto “difficile”, producendo probabilmente poi scarsi risultati. Si dirà: eh ma lei lavorava e intanto badava anche a casa. Forse, ma è certo che, nelle condizioni di reclusione, l’uomo dava il suo contributo. E soprattutto è certo che anche prima dello smart-working lei dovesse sopportare lo stesso tran-tran della cura della casa e dei figli, non è cambiato molto, anzi la corrispondenza casa-lavoro avrebbe dovuto essere facilitante. Senza contare che le intervistate hanno denunciato di aver avuto “meno tempo libero”, non “meno tempo per le faccende”. E allora, che è accaduto? Che ne è delle “donne che sanno fare le stesse cose degli uomini, anzi meglio?”. Dove sono finite quelle che sanno operare in multitasking “e invece gli uomini no”? Non era forse un dogma la parità di capacità tra i generi, anzi la superiorità femminile, tanto da indurre i più impegnati propagandisti a dire che “ci vorrebbero più donne ai posti di comando”? La pandemia era un’occasione d’oro per mettere le donne, in quanto più resistenti al virus, in prima linea a sostenere lo sforzo della tenuta economica e sociale del paese: non solo l’occasione non è stata colta ma, stando alla narrazione mediatico-sindacale, è bastata addirittura una novità come lo smart-working per metterle KO. Ecco allora che tutta la propaganda femminista crolla come un castello di carte sotto il peso delle proprie contraddizioni. Basta una situazione critica, basta una messa alla prova reale, a far emergere l’importanza della resilienza maschile e a ridimensionare la retorica femminista che predica la neutrale uguaglianza uomini/donne e l’empowerment femminile, ma non ha interesse a gettare davvero le donne nell’arena e nella competizione perché mostrino il tanto che sanno fare. Al femminismo d’apparato interessa solo affermare l’immagine fasulla della donna sacrificata in casa. Quell’apparato esiste e prospera solo se la donna è davvero sacrificata.

La verità nascosta nel report della CGIL e nei relativi comunicati è che a credere che gli uomini di famiglia siano ancora come quelli di un tempo, che la famiglia stessa sia strutturata come un tempo, sono l’industria dell’antiviolenza e quel femminismo a cui anche il morente sindacato paga pegno con questo tipo di propaganda. A essere rimaste nel medioevo, con un’immagine maschile mai esistita e ancor meno esistente ora, sono proprio loro, perché solo illudendo tutti che tale immagine esista possono perpetuare una narrazione diffusa da cui traggono benefici e sostentamento. Allo stesso modo ai sindacati conviene che i lavoratori siano in pessime condizioni, per legittimare la propria esistenza di apparato. La quarantena e la necessità dello smart-working hanno però sbattuto in faccia a costoro la verità di una generazione di uomini avanti, troppo avanti per essere compatibile con il loro racconto falsato della realtà. Una verità così sconvolgente da doverla nascondere sotto un piagnisteo, il solito, inspiegabile, inspiegato e contraddittorio, nonostante gli sforzi da supercazzola della Camusso. Se un problema hanno le donne, dal lato relazionale e professionale, non è certo causato dallo smart-working, né dagli uomini o dal patriarcato o da altri mostri fantastici del genere. La causa è un mostro reale, fin troppo reale: il femminismo che le racconta “non attrezzate” perché le vuole “non attrezzate”. Ne va della sopravvivenza del femminismo stesso, dei suoi apparati e dei molti interessi e del potere che ad esso sono imperniati.


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