Cibo contro sesso: oltre gli stereotipi di uomini e donne

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LA FIONDA

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di Davide Stasi – Ha suscitato un forte dibattito l’ultima diretta di Radio Londra dedicata al potere sessuale femminile e maschile e ai connessi diritti riproduttivi. Un dibattito avvenuto nella chat durante la trasmissione e prolungatosi anche oltre, con numerosi messaggi privati pervenuti a me e agli ospiti, Fabrizio Marchi e Francesco Toesca. Vorrei provare qui a dipanare ulteriormente l’argomento, mettendo a fuoco un aspetto che a questo blog sta particolarmente a cuore, perché attiene a uno dei suoi obiettivi primari relativamente al tipo di rapporti tra uomini e donne nel futuro.

In qualunque sede si affronti l’argomento del “potere sessuale” di uomini e donne, degli sbilanci e delle compensazioni che ne conseguono, si tende a porre sul tavolo alcune verità antropologiche e storiche davvero difficili da mettere in discussione. Il femminismo ci prova, ovviamente, ma con esiti ridicoli. Prescindo dunque dalle argomentazioni ideologiche e resto sui fatti. Ciò che è emerso dalla trasmissione di sabato è che lo “scambio” tra la forza fisica maschile e ciò che può produrre, messa a disposizione della donna in cambio di un ruolo di cura domestica e disponibilità sessuale da parte di quest’ultima, sono fatti acclarati fino dai tempi più remoti dell’umanità. L’avanzare della civiltà ha poi reso uomini e donne sempre più coscienti della potenzialità di scambio di quelle loro caratteristiche peculiari.


Le donne si vendono più o meno tutte come prostitute a uomini che sono più o meno tutti dei porci.


Il concetto si è stratificato nel tempo accumulando sovrastrutture culturali e aspettative. La base antropologica di questa alleanza all’insegna di “cibo e protezione contro sesso” ha poi conosciuto in epoca capitalistica, dove tutto tende a diventare merce, una radicalizzazione molto potente, che ha contribuito a portare allo scenario attuale. Uno scenario dove la donna, grazie alla sua natura, subisce pressioni prestazionali comunque inferiori all’uomo, potendo contare, almeno fino a una certa età, sul suo potere seduttivo, capace di richiamare a sé l’uomo e la sua forza produttiva e protettiva. Quest’ultimo, per garantirsi l’accesso a ciò che desidera, ovvero una compagna dedita alla cura e alla partecipazione sessuale, deve quindi rispondere a criteri sempre più sfidanti, pretesi dalla donna grazie al suo potere sessuale: ricchezza, brillantezza intellettuale, prestanza fisica e tanti altri. Non è fantasia: è davvero raro incontrare coppie dove la donna si accompagni a un uomo meno prestante, colto, brillante o ricco di lei. Tipicamente il partner ricercato deve essere alla stessa altezza di come si percepisce la donna, meglio ancora se a un’altezza maggiore.

Se in termini di illustrazione generale si riesce ad arrivare concordi, uomini e donne, fino a questo punto, allora ci si ritrova davanti a un bivio. Usualmente, da questo momento in poi, l’approfondimento imbocca il vicolo cieco di cui si è detto, una strada di impoverimento totale del confronto, facilitato dall’aria di guerra permanente tra i sessi imposta dalla narrazione dominante del femminismo. Il vicolo cieco, percorso fino in fondo, porta a una conclusione brutale, svilita e svilente per entrambi i sessi: le donne vendono la propria compiacenza sessuale per il denaro, il benessere e l’affermazione sociale forniti da uomini che pensano ad affermarsi sotto ogni aspetto solo ed esclusivamente per potersi permettere di avere accanto a sé donne belle e disponibili a soddisfare i loro appetiti sessuali. Ancora più svilito: fin dai tempi più remoti e ancora più oggi, le donne si vendono più o meno tutte come prostitute a uomini che sono più o meno tutti dei porci. In una formulazione che ha del patologico, il concetto presso alcuni si declina anche come la necessità di riconoscere un “diritto maschile alla sessualità”, che è sensato come dire che le donne abbiano il “diritto a essere fisicamente forti tanto quanto l’uomo”. Una vera e propria spirale dell’assurdo.


Un gorgo tormentoso di incomprensione.


Le rivendicazioni dell’una e dell’altra parte, uomini e donne, così tanto alimentate e rinfocolate da un’ideologia, quella femminista, basata sul falso storico che gli uomini abbiano sempre (e che ancora lo facciano) oppresso con violenza le donne, portano istintivamente il ragionamento a questo tipo di traguardi concettuali, da cui è pressoché impossibile schiodarsi e dove ogni possibile conciliazione è esclusa. I messaggi ricevuti dopo la diretta di Radio Londra, da utenti maschi e femmine, lo confermano: un continuum di argomenti atti ad eccepire e a puntare il dito contro l’altro. “Sì, ma loro intanto fanno così…”;  “Sì ma loro intanto dicono cosà…”. E in questo gorgo tormentoso di incomprensione si consuma il presente e si ipoteca il futuro delle relazioni dei nostri figli e delle nostre figlie. La domanda dunque è se sia possibile o meno evitare di imboccare il vicolo cieco, là dove si manifesta. Io credo di sì.

Per riuscirci occorre fare lo sforzo di staccarsi dagli standard interpretativi utilizzati usualmente, cioè occorre considerare la storia dell’umanità nella sua oggettività. Si deve cioè prendere atto che non solo le epoche passate avevano caratteri radicalmente differenti da quelli attuali, ma anche quelle più recenti. La tipologia di relazioni vigenti negli anni ’70 e ’80 del ‘900, ad esempio, erano tutta un’altra cosa rispetto ad ora. I due ruoli, quello di caregiver (donna) e breadwinner (uomo), erano ancora abbastanza ben delineati e solidamente ancorati in un sistema economico di pieno capitalismo industriale che produceva cose, in presenza di uno Stato forte, che assolveva ruoli di assistenza e garanzia. Tutte cose che, negli ultimi quarant’anni, sono scomparse. Oggi vige un anarchica macchietta di capitalismo basata sulla finanza (soldi che alimentano se stessi senza produrre nulla), lo Stato è pressoché scomparso, i ruoli lavorativi si sono liquefatti in una temporaneità perdurante, le dinamiche culturali sono state imprigionate dalla fatuità dei dispositivi elettronici e dei social network. Leggere la realtà attuale (e cercare di prevedere quella futura) con parametri anche solo di trenta-quarant’anni fa, significa dunque andare totalmente fuori strada. O ficcarsi nel vicolo cieco di cui sopra.


Un organismo unico con due DNA differenti.


Il contesto attuale tende al totale sradicamento e/o isolamento delle persone, creando uno scenario dove i valori “commerciali” della forza produttiva maschile e della seduttività e cura femminile si sono assottigliati quasi fino a sparire, lasciando in mano la significanza di una relazione alla casualità di una foto venuta particolarmente bene ed esibita sul proprio profilo social, alla scelta della frasetta ad effetto con cui approcciare, all’umore del momento che può indurre allo swipe left swipe right a seconda delle circostanze o all’accettazione o meno di un invito dopo una valutazione rapida e “ad occhio” del soggetto invitante. Così si manifestano soggetti maschili increduli per non essere riusciti ad attirare l’attenzione di una ragazza normalissima pur avendo rispettato ogni standard di accettabilità, o soggetti femminili che si imbarcano in relazioni improponibili e fatue con ragazzi privi del minimo barlume di facoltà virile. Casi che avvengono nel mondo fittizio di internet così come in una discoteca o in un pub. Il tutto sotto gli occhi increduli di adulti ancora memori dei vecchi metodi di relazione, in una forma sociale di digital-social divide che bisognerebbe saper trasformare in opportunità.

Sì, perché c’è chi porta ancora testimonianza di ciò che le relazioni uomo-donna erano nel recente passato. Costoro hanno il compito di invadere e inquinare le tecniche disumanizzanti che oggi coinvolgono i più giovani. E per riuscirci si dovrebbe tornare a far pesare il valore della complementarietà tra la forza creatrice, tecnica e produttiva del maschio e quella accudente, empatica e sensuale della femmina. Non per affermare una loro competizione, tanto meno per svilirli in uno scambio mercantile aggiornato del preistorico “cibo contro sesso”, bensì per rendere chiaro che il contesto attuale rende possibile reciproche contaminazioni, dove l’uomo cede parte della propria forza alla donna, acquisendo parte della potenza femminile. Non più cellule indipendenti, con caratteri specifici, che si toccano e si accompagnano assolvendo ognuna una funzione differente, ma organismi che hanno reso permeabili le proprie membrane esterne, disponibili a scambiarsi dinamicamente pulsioni, valori e capacità d’iniziativa. Con ciò rendendosi organismo unico con due DNA differenti, capace di adattarsi alle mutevoli condizioni circostanti, affrontandole nel modo più utile e conservativo.


Una malleabile e adattabile cosa sola.


Noi, generazione dei breadwinner e dei caregiver dobbiamo raccontare alla generazione liquefatta cosa eravamo. Dobbiamo ascoltare il loro racconto e capire cosa sono e cosa potrebbero (non) essere nel futuro. Sta a noi innescare una guerra educativa contro le forze che nella cultura diffusa e non di rado nella scuola vogliono smaterializzare ulteriormente le relazioni, trasformandole da liquide a gassose, ovvero privando il futuro di ogni possibilità di alleanza relazionale. Questa è una delle missioni, forse la più difficile, dei nostri tempi: far comprendere alla sedicenne piacente che le sue foto seducenti su Instagram raccolgono like entusiastici per un motivo ben preciso, che ha a che fare con l’aspetto più vile della bellezza (ossia la sua sterile esibizione), e ai sedicenni che mettono i like occorre spiegare la sterilità, in termini virili, del loro entusiasmo virtuale. A entrambi va fatto comprendere a cosa può condurre l’impulso a dar corpo alle proprie istanze interiori in quel modo così improduttivo. La sfida è spiegare tutto questo senza cedere alla semplificazione della cultura dominante, quella già menzionata per cui le donne sono tutte prostitute che per avere denaro e sicurezza si vendono a maschi in perenne foia. Una semplificazione che oggi è più che mai una menzogna.

L’aggancio generazionale nella costruzione della relazionalità, che è quasi una missione di salvataggio, si ottiene facendo comprendere alle nuove generazioni che ciò che stanno realizzando è, a essere generosi, la pantomima di una ricerca di alleanza i cui caratteri vanno ripensati sulla base delle esperienze passate. Alla base di quell’alleanza c’è, sì, la sacrosanta, incancellabile e naturale pulsione maschile verso la relazione e il sesso; c’è, sì, la sacrosanta, incancellabile e naturale pulsione femminile verso la protezione e la sicurezza; ma c’è soprattutto il fatto che le due funzioni non debbono giocare più su piani diversi, come in passato, bensì su un piano unico, dove entrambi si lotta per portare il pane a casa, per accudire la prole, per gestire la casa, per trovare spazi di realizzazione personale, e dove la pulsione, l’attrazione e il piacere del sesso e della bellezza sono qualcosa di condiviso, sono la sublimazione della scommessa e dell’investimento sulle reciproche diversità. Un quadro valoriale difficile da spiegare, ancor più se in opposizione con le tensioni semplificanti che spingono verso il nostro già menzionato vicolo cieco. E’ indubbiamente molto più facile puntarsi il dito addosso restando arroccati su posizioni contrapposte e inconciliabili o limitarsi alle pantomime virtuali. Dobbiamo noi per primi smettere di interpretare in modo semplificato la realtà, magari riferendoci a paradigmi ormai ammuffiti, per indicare ai più giovani una strada diversa. Non un vicolo cieco, ma un boulevard di vita da percorrere con le proprie identità, orgogliose ma sufficientemente permeabili da diventare una malleabile e adattabile cosa sola.


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