Come ti falsifico la realtà: Fabio Cavallari in cattedra

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Fabio Cavallari
Fabio Cavallari

di Fabio Nestola – …e niente, non ce la fanno proprio. Non si può affrontare alcun argomento senza prima cospargersi il capo di cenere per il dominio maschile che opprime le donne; la celebrazione della donna-vittima sembra diventata una conditio si ne qua non per intavolare qualsiasi discorso. Non si esime tale Fabio Cavallari che, affrontando il tema della famigerata Fase 2 sul sito “Gli stati generali”, coglie aspetti interessanti e fa osservazioni condivisibili su proliferare dei comitati di esperti (task force va molto di moda). Però deve per forza infilarci la vittimizzazione femminile, quindi il gap principale dell’esercito di 450 cervelloni sarebbe che “nessuno è riuscito a mettere assieme non dico una proposta, ma almeno una riflessione sulla particolare condizione delle donne e delle madri, in questa emergenza. Sono scomparse dalla scena del dibattito (…) anni di lotte per l’emancipazione femminile, completamente ricacciate in un’oscurità medioevale”.

Ha perso qualche pezzo il buon Cavallari, gli è sfuggito che uno dei comitati di esperti è composto esclusivamente da donne ed è stato voluto dal ministro Bonetti proprio per occuparsi delle problematiche femminili, dell’emancipazione femminile, della centralità femminile nella ripresa economica. Il nome è altisonante, Task Force delle Donne per un Nuovo Rinascimento. Nei comunicati ufficiali che circolano dall’8 marzo si legge testualmente “un nuovo tempo storico in cui le donne siano protagoniste (…) la task force elaborerà un piano integrato che metta al centro un rinnovato protagonismo delle donne in tutti i settori”. E meno male che erano scomparse dalla scena del dibattito!


Il ragazzino di bottega che porta gli attrezzi al mastro artigiano.


Secondo Fabio Cavallari, tuttavia, le lotte per l’emancipazione femminile vengono completamente ricacciate in un’oscurità medioevale. Vabbé, era distratto. Poi l’attenzione del preoccupatissimo Cavallari si sposta sulla necessità di tornare al lavoro per i genitori con figli molto piccoli. Giusto, è un problema concreto che stiamo vivendo da mesi e che vivremo per altri mesi ancora: scuole chiuse senza il tempo di organizzarsi, ma anche ludoteche chiuse, centri estivi chiusi, vietata qualsiasi attività collettiva; e per chi poteva contare sull’alternativa “vado in ufficio e porto i bimbi a casa dai nonni”, ora è vietata anche quella. Un problema che riguarda le famiglie, ma per Cavallari riguarda solo le donne. “Sono le madri e le donne a pagare pegno. Sappiamo bene che ci sono padri responsabili che in questa quarantena hanno dato e continuano a dare il loro contributo”.

Attenzione, le parole hanno un senso. Concede benevolmente l’esistenza di qualche padre responsabile che in questa quarantena (prima no, mai) avrebbe dato un contributo. Quindi il padre non ha un suo proprio ruolo nel processo di crescita dei figli, esiste solo in quanto aiutante della madre, può farle da supporto. Ci tiene a specificare che esistono dei padri responsabili, va sottolineato poiché si distinguono dal panorama generale di irresponsabilità maschile? Curioso, perché a ruoli invertiti non sente il bisogno di specificare madri responsabili, le donne responsabili lo sono tutte, a prescindere. Le parole hanno un senso. Forse il buon Cavallari non si rende conto di quanto, cercando di apparire progressista, risulti invece reazionario e profondamente sessista nella sua visione della famiglia. La madre è la figura competente di default per quanto attiene ai compiti di cura, il padre al massimo può offrire il suo contributo. Un aiutino insomma, il ragazzino di bottega che porta gli attrezzi al mastro artigiano. E intanto il mastro gli insegna il mestiere


Non scherziamo, Cavallari.


Poi la discriminazione di donne e madri: “non è una vera libera scelta delle famiglie decidere chi rimarrà a casa(…) in un momento di crisi come questa, è del tutto evidente che anche all’interno dei nuclei familiari si decide in base a chi può contribuire maggiormente al sostentamento” Dove sarebbe la discriminazione antifemminista? La scelta per ogni famiglia non è libera? Falso, è liberissima nella misura in cui viene guidata dalla logica e dalla convenienza. Per il bene dell’intero nucleo familiare, non per soddisfare l’ego di un genitore opprimendo l’altro. Primo: in una famiglia con entrambi i coniugi sotto contratto a tempo indeterminato, quindi con un reddito complessivo almeno dignitoso, oggi qualcuno dei due si licenzierebbe perché non sa come gestire i figli fino alla riapertura delle scuole? Non scherziamo, Cavallari.

Secondo: in una famiglia a basso reddito con un genitore contrattualizzato e l’altro in nero, ci sarebbero dei dubbi su chi – non potendo la famiglia permettersi babysitter – rimane a casa con i figli fino alla riapertura delle scuole? A prescindere dal genere, Cavalla’, chiaro? Lei è una bidella e lui un tuttofare a domicilio muratore-imbianchino-elettricista a seconda di quello che capita. Decidono di rinunciare alla sicurezza del “posto fisso” di lei per accontentarsi della precarietà di lui? Terzo: in una famiglia con entrambi occupati ma con redditi vistosamente sproporzionati, la discriminante è ancora l’ammontare del reddito familiare. Se il padre è un medico da 5.000 euro/mese e la madre un’insegnante da 1.600 il problema non si pone, il budget per la babysitter ci sta. Se il padre è un impiegato da 1.500 e la madre operatrice di call center da 400/500, è la logica opportunistica di entrambi, non il maschilismo patriarcale, che consiglia di conservare il lavoro di lui. Ma non perché è un uomo, perché porta a casa 1.500 dei quali non si può proprio fare a meno. Qualsiasi famiglia facesse la scelta opposta sarebbe da TSO e i primi a saperlo sono proprio i componenti della famiglia stessa.


Aiutiamolo, uno così non va lasciato solo.


A ruoli invertiti, dove lui è un lavoratore autonomo (mettiamo un qualsiasi artigiano, ad esempio un idraulico con la piccola bottega da 2000 euro mese) e lei infermiera da 1.500, sarebbe conveniente chiudere per due/tre mesi la bottega – che tanto può riaprire quando vuole – e non rinunciare al contratto di lei, che una volta rescisso non si può recuperare a piacimento. Potremmo fare mille altri esempi, ma tutti accomunati da una costante: è la potenzialità reddituale residua che orienta le scelte della famiglia, non altro. Non è la discriminazione sessista, non l’oppressione maschilista, non lo svilimento della condizione femminile. Magari, caro Cavallari, gli uomini da soli non arriverebbero a capire certe sottigliezze bocconiane; ma per fortuna ci sono le donne, che come sai responsabili lo sono di default, le quali non conserverebbero la propria occupazione sacrificando quella dei mariti se tale scelta farebbe crollare il reddito familiare e metterebbe a rischio il sostentamento dell’intero nucleo.

Quindi la scivolata sul pay gap, immancabile per qualsiasi zerbino che ci tenga ad apparire filo femminista. “E se facciamo anche finta di credere che nel nostro Paese esista una parità di genere sul trattamento economico nei posti di lavoro, allora non siamo solo ipocriti, ma anche in malafede. È l’emancipazione della donna, non solo economica ma anche civile ad essere messa in quarantena”. Aiutiamolo, uno così non va lasciato solo.


Porti un solo esempio concreto in tutta Italia.


Lezione 1 – il pay gap è una bufala. Non esiste un solo contratto nazionale di lavoro, pubblico o privato, che stabilisca 1000 se sei uomo, 900 se sei donna. A parità di qualifica, mansione, ore lavorative ed anzianità di servizio non esistono retribuzioni diverse in base al sesso.  Eventuali differenze in busta paga tra colleghi parigrado possono dipendere esclusivamente da straordinari, festivi, indennità varie. Lezione 2 – La bufala del pay gap confligge con le più elementari dinamiche speculative del capitalismo. Se fosse possibile, a parità di rendimento, pagare meno le lavoratrici rispetto ai lavoratori, qualsiasi azienda assumerebbe solo donne.  Il “padrone”, se non preda di delirio autolesionista, mai rinuncerebbe ad una forza-lavoro che garantisce identica produttività, ma a buon mercato solo inquantodonna. Lezione 3 – Per analizzare oggettivamente il fenomeno del presunto gender pay gap è indispensabile usare gli strumenti basilari dell’economia domestica, i classici conti della serva e non l’ideologia vittimistica. È questa, non altro, ad utilizzare sistematicamente ipocrisia e malafede.

Quindi per le famiglie esiste la libertà di scelta, non è “subordinata al dominio maschile” ma viene esercitata secondo convenienza reciproca: se proprio non è possibile conservare le occupazioni di entrambi, si cerca di limitare i danni. Come? Tendendo a conservare il più possibile stabilità e sicurezza, sacrificando quindi il reddito inferiore o privo di garanzie contrattuali, non il sesso di chi quel reddito lo produce. Esame finale: dica il candidato, anche qualora esistesse disparità reddituale basata sulla discriminazione di genere e non sulla produttività dei singoli, in quale famiglia entrambi i coniugi sono impiegati: a) nella stessa azienda, b) con lo stesso contratto, c) la stessa qualifica, d) la stessa anzianità di servizio, e) le stesse mansioni, f) le stesse ore lavorative, g) gli stessi straordinari, etc., e sia la moglie a scegliere di licenziarsi poiché guadagna meno del collega che occasionalmente è anche il marito. O sia il marito a costringerla a farlo, ancora meglio, basta che il candidato sia in grado di produrre testimonianza della scelta subordinata al dominio maschile. Porti un solo esempio concreto in tutta Italia corrispondente alle caratteristiche di cui sopra, dicasi uno, e non verrà sbeffeggiato nelle piazze tradizionali e virtuali. Altrimenti se l’è cercata…


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