La condanna di Pietro Costa: così agisce una magistratura pavida

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Gli avvocati Daniele Fabrizi e Serena Gasperini

di Davide Stasi – Pietro Costa, l’ex Carabiniere condannato venerdì scorso a Firenze per il presunto stupro dell’americana Celeste Leon, all’epoca dei fatti (settembre 2017) in trasferta di studio nel capoluogo toscano, è stato rappresentato in Tribunale da un collegio difensivo composto dagli avvocati penalisti del foro di Roma Daniele Fabrizi e Serena Gasperini. Ho avuto con quest’ultima una lunga e interessante conversazione telefonica.

Avvocato, si è concluso venerdì un percorso lungo e tormentato su una vicenda che fece scalpore nel 2017 e che ancora risulta emblematica. Quali solo nel sue prime impressioni a caldo?

Sono amareggiata per questa sentenza e oggettivamente spaventata per i cittadini italiani. Attendiamo di leggere la Sentenza ma osserviamo intanto che mai come in questo periodo storico gli strumenti di tutela delle vittime di reato hanno finito per comprimere il diritto di difesa costituzionalmente riconosciuto all’imputato. La signora Celeste Leon, l’accusatrice del nostro assistito, è stata controesaminata solo in incidente probatorio e in modalità protetta perché ritenuta persona in condizioni di particolare vulnerabilità. Oggi, quasi tutte le sedicenti vittime di violenza sessuale, spesso senza una motivazione concreta, sono sentite in modalità protetta; con tutte le conseguenze che comporta l’applicazione generalizzata di un tale istituto, inizialmente e giustamente pensato per i soli minorenni.

Chiarisco per chi non lo sapesse: la modalità protetta prevede che l’avvocato difensore ponga la domanda non alla persona ma al giudice, il quale decide se accettarla o meno. In caso positivo, la “filtra” per renderla più “morbida”, spesso snaturandola, e la gira alla persona interrogata. Con ciò, quest’ultima ha tutto il tempo per rifletterci sopra, facendo perdere quell’immediatezza di reazione che è parte essenziale del confronto processuale, oltre che del procedimento per la ricerca della verità.

Esatto. E in queste condizioni il controesame diventa pressoché impossibile. C’è il concetto dell’intoccabilità della persona offesa, la cui parola e la cui credibilità però sono una prova. A fronte del rischio di una condanna particolarmente afflittiva e di un’accusa che si regge solo sulla parola della persona offesa, al difensore deve essere data la possibilità di comprendere quanta verità ci sia nelle dichiarazioni accusatorie. Ciò anche attraverso un controesame che non può non essere doloroso per le vere vittime di reato e che deve essere garantito proprio in quanto espressione delle concrete garanzie poste a tutela dell’imputato e della presunzione d’innocenza. Con l’audizione in modalità protetta, tutto questo viene irreparabilmente frustrato. La tutela della presunta vittima del reato impedisce di comprendere se quella parte sia davvero “offesa”, finendosi per presumere la colpevolezza dell’imputato. La conseguenza di questo nuovo assetto giudiziario è, appunto, il sacrificio del diritto di difesa, costituzionalmente sancito, dell’imputato. Questo accade soprattutto nei frequentissimi casi di false accuse per reati sessuali, nei quali la difesa dell’imputato si esercita quasi solamente analizzando e riscontrando le dichiarazioni dell’accusante. Una prova dell’importanza dell’esame diretto la si è avuta di recente con i primi controesami dell’avvocato Donna Rotunno in difesa di Harvey Weinstein: il castello di carte delle accusatrici è subito crollato.


“Poca prova” dovrebbe equivalere ad assoluzione.


Pietro Costa
Pietro Costa

Quello che tratteggia, avvocato, è uno scenario abbastanza angosciante, e tuttavia molto coerente con quanto spesso denunciato su queste pagine, ovvero che in determinati casi, sempre gli stessi e sempre più spesso, si ha un’inversione della presunzione di innocenza. Perché accade secondo lei?

Perché in troppi casi si ha a che fare con una magistratura pavida, indisponibile a riconoscere che il protagonista del processo è l’imputato, non la presunta vittima.

Un attimo, stiamo parlando di uno degli organi-chiave dello Stato. Lei dice “magistratura pavida”, cioè poco coraggiosa. Ma rispetto a chi o a che cosa?

Siamo in un periodo storico in cui, quando i magistrati sono di fronte ad una denuncia per violenza o maltrattamenti da parte di una donna, si nota una sorta di difficoltà a valutare se quella denuncia sia pretestuosa. Insomma se una donna denuncia di essere maltrattata da un uomo, non si ha il minimo dubbio. E quando invece tali dubbi emergono, non si assiste quasi mai a quelli che dovrebbero essere i consequenziali processi  per calunnia. Credo che vi sia una difficoltà ad accettare il fatto che il fenomeno delle false denunce sia ben più ampio di quanto non si pensi, specie in ambito sessuale. Tuttavia, i giudici non possono non avere il coraggio di applicare la legge senza condizionamenti di sorta. Un esempio eclatante è quello del caso dei Giudici della Corte di Appello di Roma nel caso del Marco Vannini.  Sono magistrati coraggiosi che hanno applicato la legge senza essere influenzati dal sentimento. Ebbene si sono trovati contro una comunità che ha espresso giudizi terribili. Questo perché hanno applicato le norme del codice e non quelle sociali. Ci sono molti processi dove la prova non viene raggiunta e in questi casi l’imputato deve essere assolto perché il principio costituzionale è quello che siamo tutti innocenti fino a prova contraria e che la prova della colpevolezza deve essere dimostrata dall’accusa.  Se però il reato di cui ci si occupa è un reato “sensibile” allora scatta qualcosa e il principio fondamentale del diritto in dubio pro reo [in caso di dubbio si decida in favore del presunto colpevole – NdR] si trasforma in un  principio inesistente nel diritto ovvero: “poca prova, poca pena”. È bene ricordare che “poca prova” dovrebbe equivalere ad assoluzione.

Immagino si riferisca al fatto che Pietro Costa abbia ricevuto una pena di poco superiore al suo collega Camuffo, che ha optato per l’abbreviato. Di fatto una pena leggera, se i giudici erano davvero persuasi che Costa fosse uno stupratore.

L’accusa non ha dimostrato la colpevolezza di Costa. Come difesa abbiamo smontato pezzo per pezzo gli equivoci indizi proposti dall’accusa in un processo dove diversi consulenti in dibattimento hanno rinnegato gli esiti delle proprie relazioni ed in cui l’imputato non viene mai creduto, nonostante la sua immediata disponibilità a rispondere alle domande. Ma soprattutto dove il magistrato giudicante è presidente di un’associazione in difesa delle vittime di violenza [la Rete Dafne Italia – NdR].

E’ la nota vicenda della ricusazione. Per una norma del Consiglio Superiore della Magistratura un magistrato giudicante non potrebbe presiedere un’associazione del genere e nel contempo giudicare un caso come quello di Pietro Costa, giusto?

Giusto. Il giudice Marco Bouchard, prima di essere incaricato di celebrare il processo a carico di Costa era il Presidente di questa associazione. Poco prima dell’inizio vero e proprio del processo, al Giudice è stato revocata la carica di Presidente e contestualmente conferita quella di “Presidente onorario con poteri di rappresentanza” di Rete Dafne. Tale azione non è sfuggita all’attenzione del procuratore generale presso la Corte di appello di Firenze il quale, ribadendo la normativa del CSM, ha aderito integralmente alla richiesta di  ricusazione. In sintesi, una tale soluzione, anche ove fosse stata adottata in buona fede, sembra aver finito per eludere la ratio della norma. Non mi stupirebbe se, a breve, lo stesso Giudice tornasse ad essere formalmente il presidente  dell’associazione. Nel frattempo ha giudicato Pietro Costa, senza astenersi. E questo non è neanche tutto.


Lo scopo era quello di accertare la verità.


In che senso? C’è di peggio?

Eccome. La Corte d’Appello di Firenze, nel valutare la nostra richiesta di ricusazione di Bouchard, ha rivelato la violazione più grave possibile a danno delle libertà costituzionali dell’avvocato difensore. Il Pubblico Ministero della Procura di Firenze, che non aveva alcuna titolarità nel procedimento di Ricusazione (ove titolare è esclusivamente il Procuratore Generale), né poteri investigativi integrativi all’interno del procedimento di ricusazione, al fine di supportare la parte civile nel far dichiarare tardiva la richiesta di ricusazione, ha compiuto un atto illegittimo incaricando la Polizia Postale di svolgere un indagine relativa gli accessi informatici al sito Rete Dafne da parte dei difensori di quell’imputato che lei stessa stava accusando. Una violazione gravissima dell’articolo 103 del Codice di Procedura Penale, di cui la Corte di Appello di Firenze non ha esitato ad evidenziare la gravità e l’illegittimità. Poi ha rigettato nel merito la richiesta di ricusazione riconoscendo, tuttavia, come la domanda avesse ad oggetto una “questione interpretativa complessa”. Insomma, tra le righe mi pare di poter leggere che è meglio passare la parola alla Cassazione, che infatti si esprimerà l’8 aprile. Intanto però sulla violazione gravissima della libertà degli avvocati difensori e dunque dei diritti di difesa dell’imputato, la Corte d’Appello non ha lasciato spazio ad alcuna interpretazione. A questo mi riferisco quando affermo che attualmente è molto pericoloso avere a che fare con questo tipo di Giustizia.

Le trasmetto un mio sentore, avvocato: tutto considerato, nella vicenda giudiziaria che ha coinvolto Pietro Costa si ha quasi la sensazione che si tratti della costruzione forzata di un processo dall’esito scontato. Il giudice doveva essere quello, la Procura doveva essere quella e Costa andava sacrificato su diversi altari. Quello del giudice e delle sue propaggini associative, quello della carriera del PM, quello del Comune di Firenze, quello dei Carabinieri. Esagero a leggerla così?

Per lo meno, a tutto considerare (mancanza di prove, forzature, illegalità), un tale scenario non è certo da escludere. Il sistema si è privato della possibilità di fare la cosa giusta e cioè, in applicazione della legge, di assolvere Pietro Costa a fronte delle accuse del tutto indimostrate delle due ragazze, come emerso concretamente da un’analisi dei messaggi sui loro cellulari, che però il giudice ha dichiarato inutilizzabili. Ho rabbrividito nel leggere le trascrizioni dell’incidente probatorio. Che un giudice non ammetta una domanda perché l’argomento è troppo scabroso è davvero difficile da comprendere. Come se si fosse dimenticato che lo scopo era quello di accertare la verità in un processo per reati sessuali


I centri antiviolenza hanno esorbitato dalle loro competenze.


Ricordo bene le polemiche per le domande fatte alle ragazze durante l’incidente probatorio. Più che legittime dal lato della difesa, ma dipinte all’opinione pubblica come violente e ulteriormente “vittimizzanti”. E in questo senso non posso evitare di farle una domanda della cui banalità mi scuso in anticipo, ma che per me è doverosa. Il processo sarebbe andato nello stesso modo a parti invertite, ovvero con un accusatore di sesso maschile e un’accusata di sesso femminile?

Naturalmente no, su questo non si discute. Quando c’è di mezzo una donna presunta vittima e un uomo presunto carnefice, il giudizio non è mai equo: qualunque cosa è violenza o maltrattamento. A parti invertite invece non solo non è violenza, ma anzi è normale. Il doppio standard tra uomini e donne è lampante ormai, ad ogni livello. Oggi il sesso forte, nel senso di “ipertutelato”, è quello femminile, ma per alcuni giudici permane il concetto contrario: è sempre l’uomo che sopraffà la donna. E’ così che dilagano le false denunce che massacrano gli uomini. Il tutto favorito da un clima culturale devastante dove il ripensamento o il pentimento femminile, solitamente il giorno dopo essersi concesse a un uomo, non è più occasione di mera autocritica o autoresponsabilizzazione, com’era un tempo, ma occasione di autoassoluzione tramite denuncia di violenza, anche grazie agli innumerevoli strumenti di protezione e vantaggio che si hanno a disposizione, a partire dall’alibi della “vittimizzazione secondaria” da evitare.

Ritiene che questo stato di cose sia indotto anche dalla presenza sempre più invasiva dei centri antiviolenza e dei loro interessi all’interno dei meccanismi procedurali e processuali? Si sa che vengono incaricati di fare formazione alle forze di polizia e non di rado anche ai magistrati. Io lo chiamo indottrinamento, non formazione. Perché alla lunga finisce per instillarsi nella mentalità generale dei giudici.

Guardi, per come sono strutturati in questo momento e per il potere che hanno, io i centri antiviolenza li abolirei, così come gli assistenti sociali d’altra parte. Così fanno più danni che altro. Hanno esorbitato dalle loro competenze. Ben inteso: ben vengano le case protette e l’assistenza psicologica e di sostegno. Ma si limitino a questo. Si limitino ad assistere le vittime vere e facciano filtro verso quelle false, e basta, senza infilarsi nelle aule di giustizia né come formatori né tanto meno come parti civili. Anche perché la loro attività è parte di quel processo che fa sentire ipertutelate le donne, inducendole a trasformare il pentimento o il ripensamento in accusa penale, magari falsa, che finisce per rovinare intere esistenze di uomini innocenti. Quello che consiglio è: se si esce con una donna, assicuratevi che non beva alcolici, neanche in minima quantità. E se beve, evitate in ogni modo di rimanere soli e non fateci sesso perché tanto il consenso che vi ha prestato per fare sesso non è valido. Il passo verso “la violenza per induzione” è dietro l’angolo. Per assurdo gli uomini si dovrebbero organizzare con moduli di consenso, fare video che attestino la lucidità della ragazza, ma si sappia che comunque non serve: nel processo Costa le telecamere c’erano e si è riusciti tuttavia a negare l’evidenza. E in ogni caso, dato lo scenario di cui si è parlato prima, raccogliere evidenze per dimostrare la consensualità non serve a nulla, perché se poi la persona offesa dice che lei comunque non avrebbe voluto fare sesso, non c’è consenso che tenga. Oggi, per quanto assurdo possa suonare, una cena accompagnata da un buon vino e seguita da un buon sesso va annoverata tra le attività ad alto rischio, dopo le quali ci si può trovare condannati ancor prima di celebrare il processo.

Un’ultima domanda, la più importante: come sta Pietro Costa?

Distrutto. Lui aveva sposato la causa dello Stato e della giustizia, per professione. Aveva una visione sacrale della magistratura. Ha fatto degli errori quella sera, dal lato professionale, è vero, ma ricevere dalla giustizia in cui ha sempre silenziosamente creduto il trattamento che ha avuto l’ha letteralmente massacrato. Specie lui che ha sempre considerato con orrore il reato di violenza sessuale. Dunque ora è annientato e ha perso tutta la fiducia che aveva nella magistratura.

Trasmetta a lui la mia personale solidarietà.

Grazie, lo farò.


NO AI LOCALI GRATUITI ALLA CASA DELLA DONNA DI MILANO

(firma la petizione su change.org)


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