Corte Costituzionale: niente fecondazione per le coppie gay

L’articolo 29 della Costituzione parla molto chiaramente della famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”. Forse speravano che fosse un’indicazione di massima le due coppie lesbiche che, una a Pordenone e una a Bolzano, hanno chiesto di accedere alla fecondazione assistita per avere un figlio. Nell’uno e nell’altro caso non è previsto dal Grande Ingegnere che ne abbiano uno, eppure, uffa uffa, lo volevano lo stesso. Una delle due coppie ha anche provato a usare come scusante alcune questioni di salute: l’una era infertile, l’altra aveva problemi di cuore e non poteva portare avanti una gravidanza. E così si sono rivolte alle ASL di competenza per la fecondazione assistita. La vicenda è finita sul tavolo di due giudici che, terrorizzati all’idea di finire sui giornali come “omofobi” dicendo un sacrosanto no, hanno scaricato la patata bollente sulla Corte Costituzionale.

Questa, come il libero nella pallavolo, non ha nessuno a cui scaricare le responsabilità, è il porto ultimo nella valutazione delle leggi e ha dovuto esprimersi. In questo caso si tratta della Legge 40 del 2004, che regola appunto la materia della fecondazione assistita. E che agli articoli 5 e 12 riserva quel tipo di intervento alle sole coppie coniugate o conviventi eterosessuali. Non perché sia una legge discriminatoria ma perché, come dovrebbero di norma fare tutte le leggi, fa riferimento a una legge naturale: i figli nascono da coppie di sesso diverso. A riprova della validità della progettazione naturale, numerosi studi scientifici dimostrano poi che gli individui crescono equilibrati se hanno due figure adulte di riferimento appartenenti a sessi complementari, mentre i disagi non si contano se sono omologhi.


La Corte Costituzionale ha silurato i due ricorsi delle due coppie lesbiche.


La Corte Costituzionale ha riaffermato, in entrambi i casi, che la legge in questione non solo è conforme a natura e ai dati di fatto, ma anche alla Costituzione (che ai dati di fatto è strettamente ancorata). Dunque ha silurato i due ricorsi delle due coppie lesbiche. Niente pupazzetto da sbandierare, niente surrogato di famiglia, i capricci stanno a zero. Diritti sì, ma non a scapito di altri, ancor più se deboli e indifesi come i bambini. Spiacenti, ma è così, lo dice quella cattivona della Carta Costituzionale. “La più bella del mondo”, quando conviene, qualcosa di simile al malleus maleficarum per taluni, dalle lobby LGBT alle loro centrali di potere sovranazionale.

Eppure già ci sono leggi che hanno sfidato e sfidano tuttora proprio la Costituzione, oltre che la natura. A partire dalla Legge Cirinnà, concepita essenzialmente per cercare di introdurre in modo sotterraneo nell’ordinamento il formale riconoscimento delle coppie gay. Che di fatto ci può anche stare: due persone che si amano e vogliono in qualche modo formalizzare la propria relazione, è giusto che possano farlo (e sono poche migliaia a farlo in Italia, contro milioni di famiglie eterosessuali). Purché, ed è questo che tentava di fare la Cirinnà, non la si chiami “famiglia”. In generale e ancor più perché la Costituzione non lo consente. L’obiettivo nascosto della Cirinnà era (ed è tuttora) di rendere tutto famiglia, anche la donna single con gatti, in modo da snaturare il concetto di base. Svuotato il termine del suo significato proprio, fare il salto verso l’omogenitorialità sarebbe un giochetto.


Due prostate non generano, così come due uteri.


La stessa Carta fondamentale parla di quel tipo di unioni come di “formazioni sociali” (art.2) e a quello ha dovuto far riferimento Cirinnà, nonostante il tentativo (fallito) di dare alla sua legge un riferimento all’articolo 29. Evidentemente serviva una maggiore e migliore preparazione del terreno per il grande salto. Ecco allora che, dopo la Legge Cirinnà, si è mossa come un sol uomo (o un sol omo) la macchina internazionale, sotto forma di pressioni politiche e giudiziarie (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), insieme alla macchina mediatica, con notizie pompate di star e non star che “si sposano” o che “hanno figli”, in Italia e fuori Italia (là dove è tutto più “civile”).

Peccato che non si tratti di matrimoni cui segue la costituzione di una famiglia, ma di unioni cui segue una formazione sociale. E non sono solo parole. O meglio: sono parole che denotano precisamente dei fatti. Tanto meno si tratta di coppie che hanno figli: due prostate non generano, così come due uteri. Si tratta di acquisti di beni di lusso fatti spesso sulla pelle di poveracci, gente che vende l’ovulo, affitta l’utero, dona il seme in cambio di spiccioli. Insomma è una finzione, una manata di bianco brillante su vicende contro-natura, attuate sulla pelle di altri e a danno di soggetti indifesi. Eppure il messaggio tende a passare, a giudicare da quanti ancora si sgolano a favore dell’attribuzione del termine “famiglia” alle coppie arcobaleno e della loro possibilità di “procreare” a suon di dollaroni o affidandosi alle tecniche fecondative moderne.


La Corte Costituzionale sgombra il campo da tutto questo circo dell’orrore.


affido condivisoLa Corte Costituzionale, con le sue due sentenze, sgombra il campo da tutto questo circo dell’orrore. Le coppie omosessuali non rientrano nel “paradigma familiare” saggiamente definito dalla Costituzione (e dalla natura). Commenta a proposito Mario Adinolfi: “ricapitolando: per la Costituzione del 1948, articolo 29, per l’articolo 5 comma 1 legge 40 del 2004, per la sentenza della Corte Costituzionale 162 del 2014, persino per la legge Cirinnà del 2016, infine per la sentenza della Corte Costituzionale 221 del 2019, è famiglia solo la società naturale basata su una coppia di persone di sesso diverso unite in matrimonio o almeno stabilmente conviventi. È illegale in Italia per le coppie lesbiche utilizzare la fecondazione eterologa, è illegale per le coppie gay la pratica dell’utero in affitto, le “famiglie arcobaleno” sono dunque sconfessate e l’omogenitorialità nell’ordinamento giuridico italiano non esiste”.

Tutto giusto, tranne un dettaglio non da poco. E’ irrilevante che certe pratiche siano “illegali”. Legalità, è ben noto dai tempi non lontanissimi delle leggi razziali, non è sinonimo per forza di giustizia, correttezza, equilibrio. Ciò che rileva è invece il fatto che le decisioni della Corte risalgano correttamente, seguendo i binari delle norme, a quello che è lo status naturale delle cose. Qualcosa che prescinde dalla volontà individuale o collettiva, qualcosa che ci precede e che non può e non deve essere forzata, nemmeno quando le tecniche e le scienze ne danno la possibilità. E soprattutto se nel farlo si rischia di arrecare danni anche gravi ad altre persone. Per questo, non perché abbia confermato la legalità della situazione, la Corte Costituzionale merita oggi un grande applauso.



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