Da dove nasce il femminismo

Elisa Beni

di Santiago Gascò AltabaElisa Beni, nota giornalista spagnola racconta in un’intervista: “…dicevo a mia madre da quando avevo 16 anni: semmai mi reincarnerò in un uomo avrò dei figli. Già allora ne ero proprio certa. Non mi convinceva ciò che vedevo rispetto a come le donne avevano i figli. Riguardo a tutto: ai cambiamenti del corpo, rispetto a ciò che la donna doveva subire, rispetto a ciò che subivano invece gli uomini. Tutto mi sembrava molto ingiusto, il processo mi sembrava ingiusto, mi sembrava ingiusto ciò che accadeva dopo [il parto] e le conseguenze che aveva per le donne, così ho deciso che ciò a me non sarebbe accaduto. Intendo dire che la mia libera scelta di non avere figli è profondamente radicata nell’origine di ciò di cui stiamo parlando.

Qui voglio essere polemica, mi sembra che nel XXI secolo, nel quale si parla di robot che ci sostituiscono al lavoro e dei robot che ci saranno che programmeranno altri robot, dell’uomo che avrà elementi esterni bionicamente integrati, mi sembra che continuare a riprodurci in un modo così preistorico è qualcosa su cui dovremmo riflettere profondamente. Non capisco come a questo punto la scienza non abbia creato un utero artificiale. Non riesco a capire. Non riesco a capire come non si possa portare in gestazione un figlio fuori dal grembo, con il figlio che si sviluppa mentre stai facendo la tua vita come la fa l’uomo, che avrà pure lui un figlio. Quando ciò accadrà, allora prometto di avere anche io un figlio. Non c’è bisogno di andare come un’asina con la pancia che trasporta il figlio dentro. Non c’è alcun bisogno.”


Una sfida all’uomo, a colpi di bicipite.


Di seguito alcuni stralci del libro  “La grande menzogna del femminismo”: “Trovo che sia una grande ingiustizia della natura che le donne debbano subire 5 giorni al mese di dolore, emorragia, forfora, gonfiori, pelle grassa, depressione, suscettibilità… e ai maschi niente. ” (pag. 1152)“. “La debolezza muscolare delle donne sarebbe stato il risultato di secoli e secoli di prigionia” (Victoria Sau).” (pag. 1113). “Avversione al matrimonio, schiavitù del lavoro domestico, asservimento della donna, rifiuto della maternità… diventano pretesti per poter attaccare l’uomo colpevole di quello che si rivela solo alla fine dell’intervista il vero disagio femminile: la maternità, la gravidanza, il parto, insomma la fisiologia femminile. “Boys should get pregnant too” (Anche i ragazzi dovrebbero rimanere incinti) recitava uno dei cartelloni inalberati lungo il Boulevard Chanel nella manifestazione femminista sceneggiata dalle modelle durante la sfilata di moda a Karl Lagerfeld’s spring/summer 2015 Chanel. Schiave della propria “maledizione naturale”, la fisiologia femminile è vissuta come un’ingiustizia, una limitazione della propria libertà, capacità di intraprendere e trascendenza. Questo disagio è causato dal confronto ineludibile con l’altro, con colui che non è soggetto a questa schiavitù. L’ostilità femminista nasce dunque a livello inconscio da questo confronto perdente. La femminista non può fare a meno di provare un certo risentimento verso l’uomo e verso la sua opera di costruzione del mondo nel quale ella vive e di cui fruisce i vantaggi, ovvero una segreta invidia e un latente desiderio di rivalsa nei suoi confronti.” (pag. 1115).

“Le femministe innalzarono addirittura le Ammazzoni a modelle da imitare, donne guerriere che allo scopo di rinnegare il loro sesso debole, si amputavano un seno per poter maneggiare meglio l’arco. Al contrario, per l’uomo il corpo difficilmente diventa l’interesse centrale della sua vita, non vi riversa tutte quelle cure che vi riversa la donna e, naturalmente, non sceglie come modello simbolico qualcuno che amputa il proprio corpo.” (pag. 1117). “Sorge il dubbio quindi che l’adozione femminista del mito delle Amazzoni, di donne che non si ingravidano né allattano, ma corrono, combattono, sconfiggono e uccidono uomini, e addomesticano cavalli selvaggi senza il rischio di danneggiare le funzioni riproduttive, sia solo il desiderio di riuscire dove l’altro riesce, e le denunce dell’oppressione maschile siano solo il tentativo di individuare un capro espiatorio su cui inveire, grida all’offesa per stornare l’attenzione dalle proprie carenze e dalla propria fisiologia.” (pag. 1114). “Soltanto un inconscio rifiuto del proprio corpo e desiderio di rivalsa potrebbero spiegare perché, tra tutte le immagini che potevano essere scelte come simbolo femminile, le femministe abbiano scelto come manifesto icona delle donne We Can Do It!, l’immagine di una donna che mostra il bicipite scoperto a modo di sfida, come fanno gli uomini, una sfida all’uomo, a colpi di bicipite, già persa in partenza.”  (pag. 1120).


Il femminismo è la dittatura dell’invidia.


Sigmund Freud

L’invidia del pene è un concetto psicoanalitico teorizzato da Sigmund Freud che, in maniera molto imprecisa, avrebbe sconfinato il proprio contenuto semantico per comprendere popolarmente qualcosa di molto più ampio: “l’invidia di essere uomo”. Questo concetto è stato aspramente criticato dal movimento femminista. “La scoperta freudiana di questo complesso [l’invidia del pene] che affliggerebbe le donne, anziché essere espressione di una naturale ed istintiva inferiorità femminile nei confronti dell’uomo, rispecchia la realtà di una cultura misogina e fallocratica […]”  (La grande menzogna del femminismo, p. 1151). Personalmente non credo che il concetto freudiano possa essere steso a tutto l’universo femminile (significherebbe in qualche modo ripercorrere gli stessi errori che commette il femminismo). Ma credo che questo concetto possa essere steso a tutte le femministe. Talvolta processi molto complessi possono essere spiegati in maniera talmente semplice da sembrare persino banali.

Da dove nasce l’ostilità, l’avversione, l’astio femminista contro l’uomo che parla di guerra, di guerriere, di soldati femministi, di lotta, di conquiste, di liberazione, di nemici, di oppressione, di schiavitù,…? Da dove nasce la conflittuale narrazione storica femminista che parla di “schiave” e di “oppressori”? Da dove nasce l’ideologia femminista? La spiegazione si riduce ad un unica parola: invidia. Il femminismo è la dittatura dell’invidia. Sconfortante, banale e vero.


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