Dati ISTAT: nessuna emergenza violenza durante il lockdown

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di Fabio Nestola. L’ISTAT il 3 luglio ha pubblicato un documento di 289 pagine, indagine dettagliata delle reazioni individuali e familiari nel periodo del lockdown. Il report si articola su cinque capitoli principali che indagano altrettanti argomenti: 1) Quadro economico e sociale; 2) Sanità e salute di fronte all’emergenza; 3) Mobilità sociale, disuguaglianze e lavoro; 4) Il sistema delle imprese, elementi di crisi e resilienza; 5) Criticità strutturali come possibili leve della ripresa. Ciò che colpisce è il paragrafo del primo capitolo dedicato al clima familiare (1.4.2, pag. 59). Veniva chiesto a cittadine e cittadini di individuare liberamente una o più parole con le quali descrivere sia una giornata-tipo, quella precedente all’intervista, sia il clima e le relazioni con i familiari conviventi nel lungo periodo.

La giornata-campione del lockdown veniva descritta con termini negativi (56,9%), neutri (20,9%) o positivi (20,6%). Tra le definizioni negative, in ordine decrescente: monotonia, noia, tristezza, solitudine, ansia, preoccupazione, stress. Niente di tragico quindi, noia e monotonia ma non terrore degli aguzzini in casa. Risultati interessanti nella scelta dei termini per descrivere le relazioni con i familiari. Il range temporale non era circoscritto ad un solo giorno ma relativo all’intero periodo della Fase 1, il lockdown più restrittivo. Larga prevalenza di definizioni positive per le relazioni familiari (76.7%), poi un 13,8% di definizioni neutre e solo al 7,9% le definizioni negative. L’ISTAT scrive: “risalta il ruolo positivo che la famiglia ha svolto, rendendo sostenibile una fase così delicata”.


La violenza di genere non è un problema, ma il problema…


Ma come, tutta la propaganda allarmistica che fine ha fatto? A marzo le famiglie venivano descritte come focolai di violenze, oppressione, terrore, angoscia… poi a giugno l’ISTAT rileva che le famiglie stesse dicono il contrario. Eppure l’inizio della Fase 1 ha fatto stracciare le vesti ai fautori della violenza domestica ad ogni costo, per le donne era un dramma essere costrette a vivere h 24 insieme agli uomini aggressivi, non poter fuggire dalla violenza era terribile, le vittime di violenza erano isolate, controllate dagli aguzzini, segregate in casa, impossibilitate ad uscire per chiedere aiuto, impossibilitate persino a telefonare.


L’abbiamo già scritto nel commentare le rilevazioni spagnole. L’allarme in Italia non si è arrestato di fronte a nulla, ogni giorno nascevano nuove iniziative per inculcare nella popolazione il fatto che la violenza domestica fosse la più grave conseguenza della pandemia. Le nostre parlamentari non si allarmavano per posti di lavoro persi, partite iva in ginocchio, cassa integrazione latitante, sanità impreparata all’emergenza o altre criticità che potessero costituire un’emergenza. Per gli aspetti sanitari ed economici basta l’ottimismo, “ce la faremo”, lenzuola alla finestra “andrà tutto bene”, l’unica vera emergenza da propagandare ogni giorno era la violenza di genere. E allora via con l’accordo governo-farmacisti per l’iniziativa mascherine 1522, gli opuscoli distribuiti in farmacie, i cartelloni esposti nelle strade, nelle stazioni, nelle piazze. Poi i camper della polizia ad incontrare la popolazione per la campagna antiviolenza questo non è amore. Quindi l’accordo Governo/Poste Italiane per pubblicizzare il 1522 in tutti gli sportelli bancomat. Infine anche il lancio dell’app antiviolenza YouPol.

Propaganda tanto martellante da generare un equivoco, l’Ordine Nazionale dei Farmacisti ha dovuto diramare un comunicato per chiarire che “mascherina 1522” non era una parola d’ordine per attivare farmacisti-Rambo ma solo una campagna di informazione. Persino l’ONU ad inizio pandemia ha lanciato allarmi agghiaccianti su un fenomeno dato per certo: il lockdown avrebbe generato una scia di sangue, sicuramente sarebbero aumentati a dismisura femminicidi e violenze domestiche. La popolazione è stata bombardata da messaggi unidirezionali, ampiamente diffusi da tutti i media nazionali e locali, cartacei, radiotelevisivi e online. La violenza di genere non è un problema, uno tra i tanti che affliggono il Paese nel momento particolarmente difficile, ma è il Problema, quello con la P maiuscola.

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Testimoni diretti di una realtà molto diversa da quella della propaganda.


Siamo costretti a ripeterlo: a marzo le famiglie venivano descritte come focolai di violenze, terrore ed oppressione, poi a giugno l’ISTAT rileva che sono proprio le famiglie a dire il contrario. Nella percezione delle persone, donne e uomini, questo terrore non c’è. Eppure l’indagine è riferita alla fase 1, la più acuta del lockdown, ma nonostante la propaganda ossessivamente allarmistica  il clima familiare viene descritto ottimo, sereno, tranquillo, amorevole, coeso, positivo, ecc. Ma allora dove sono gli eserciti di aguzzini cronici che animano le fantasie degli ossessivi narratori “violenza-a-tutti-i-costi”? Dove sono gli orchi che si sarebbero giovati della pandemia, perché consentiva  loro di avere a disposizione tutte le donne di casa da opprimere ?  E l’esercito di vittime di violenza, schiavizzate, maltrattate e sottomesse da mariti ed ex mariti, conviventi ed ex conviventi, fratelli, nonni, zii e padri-padroni… dov’è? Figlie, sorelle, madri e nonne descrivono una realtà molto diversa da quella che la narrazione dominante vorrebbe inculcare nella popolazione. Cui prodest?

Ah, ecco. Sarebbe interessante analizzare altri aspetti della violenza domestica, vera o presunta, reale o percepita, ma l’ISTAT scrive “sebbene in generale si osservi un clima familiare sereno e positivo, non va sottovalutata la fragilità di alcune situazioni di fronte alle restrizioni imposte dal lockdown. (…) l’isolamento sociale, le difficoltà economiche, le tensioni intra-familiari nonché la minore accessibilità ai servizi di prevenzione e protezione, aumentano il rischio che la violenza cresca all’interno delle mura domestiche. I dati italiani evidenziano un forte incremento nella richiesta di aiuto, frutto anche della intensificazione della campagna del Ministero Pari Opportunità (…). Non necessariamente ciò deve essere letto come incremento di violenza contro le donne durante il lockdown e l’indagine sulla sicurezza delle donne, che partirà nei prossimi mesi, permetterà di capire l’entità del fenomeno anche nella sua componente sommersa”. Attendiamo con impazienza.

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