De Nardis: la testimonial dell’antiviolenza condannata a 6 anni

Eleonora De Nardis e Piero Lorusso

di Giorgio Russo. I fatti risalgono a circa sei anni fa. Piero Lorusso, avvocato, litiga con la sua compagna, Eleonora De Nardis, all’interno del suo appartamento di Ostuni, in Puglia. La lite degenera, De Nardis afferra un coltellaccio (36 cm di lama) e vibra fendenti dall’alto al basso verso il compagno. Mira a punti vitali: gola, busto, arteria femorale e in un paio di casi va quasi a segno. La stanza è piccola, Lorusso non può tenere la distanza, dunque si difende parando i colpi col braccio sinistro. Non si azzarda a tentare di disarmare la compagna infuriata, sa che se la toccasse finirebbe sotto accusa per violenza, dunque non ha altra soluzione. Quando De Nardis si quieta e si allontana, la stanza è imbrattata di sangue. Lorusso corre al Pronto Soccorso, dove gli viene attribuito un codice rosso e dove (dice il referto) i medici stabilizzano le sue condizioni vitali. Alla fine i sanitari conteranno undici coltellate. Parte la denuncia e la sentenza arriva qualche giorno fa, appunto dopo più di sei anni: Eleonora De Nardis viene condannata dal giudice Angelo Zizzari a sei anni di reclusione per lesioni personali pluriaggravate. Abbiamo sentito al telefono l’avvocato Lorusso.

“Finalmente giustizia”, dice con un sospiro, “dopo sei lunghissimi anni”. Non ha dubbi l’avvocato (e nessuno lo può sapere più di lui) che a parti invertite un uomo sarebbe stato arrestato all’istante e avrebbe atteso in carcere una sentenza arrivata per direttissima o giù di lì. Una sentenza certamente per tentato omicidio, non per lesioni, ma si sa che l’essere donna comporta l’esenzione dall’incriminazione da art.56 del Codice Penale, sistematicamente sostituito dal reato di lesioni (vedasi la vicenda di William Pezzulo, tra le altre). “Abbiamo insistito con la Procura per l’incriminazione di tentato omicidio, c’erano prove e testimonianze a bizzeffe”, ci confessa Lorusso. “Ma non solo hanno mantenuto l’incriminazione per lesioni, addirittura il PM ha chiesto il minimo edittale, tre anni”. Disparità di percezione e di trattamento. Fortuna che il giudice alla fine ha ritenuto di comminare quasi il massimo della pena, dopo aver lasciato amplissimo spazio alla difesa, sei anni appunto, per mettere in campo tutto ciò che poteva a discolpa dell’accusata. Che in effetti non si è negata ogni sforzo possibile per farla franca.


Mi chiedo cosa mai possano vivere i tantissimi uomini che si trovano nelle mie condizioni.


“Nel corso degli anni ha cambiato quattro volte versione”, spiega Lorusso. “Nella prima le ferite erano state causate da un tentativo di rapina a mio danno da parte di sconosciuti, cosa smentita dalle tante telecamere di sorveglianza nel quartiere. Nella seconda mi sarei ferito da solo tagliando un’anguria”. Un avvocato davvero maldestro, se si pugnala undici volte tagliando un cocomero… Ride, finalmente rilassato, Lorusso: “c’è di meglio. Nella terza versione lei disse di aver usato il coltello per tenermi a distanza e che io ci fossi finito sopra avvicinandomici. Poi, quarta versione, ha cercato di giocare l’asso, ma troppo tardi, sostenendo che si stava difendendo da una mia aggressione”. Lorusso assicura di non averla mai toccata, né prima né durante quei concitati momenti. Il castello di carte alla fine cade e l’epilogo è quello che si è detto: sei anni di reclusione. Rimane l’amaro in bocca per l’ennesimo doppio standard, con l’applicazione di un trattamento preferenziale all’accusata e poi colpevole donna. In questo senso, la scorsa è stata una settimana davvero emblematica, se si aggiungono le tre inspiegabili condanne umbre per un orribile caso di pedofilia. Ma da quel lato la vicenda dell’avvocato Lorusso ha ancora qualcosa da dire.


Sì perché nel corso dei sei anni della durata del procedimento, Eleonora De Nardis non si è risparmiata nel comunicare all’esterno la propria versione dei fatti, dipingendo l’ex come una persona brutale, violenta, oppressiva, verso di lei e verso i suoi figli. Ne scaturiva l’immagine di un uomo poco meno che mostruoso e questo sicuramente non ha giovato né all’immagine sociale né a quella professionale di Lorusso. “Infatti l’ho denunciata per calunnia”, precisa. Altra accusa per cui l’essere donna assicura la totale impunità. Infatti: “la Procura l’ha archiviata con una motivazione surreale. Le accuse della De Nardis, hanno scritto, erano troppo campate in aria per potersi configurare come calunniose”. Intanto Lorusso ha visto, anche nel calo della clientela, un’ombra stendersi sulla sua persona. “Naturalmente ho fatto opposizione all’archiviazione e ora si vedrà… ma intanto mi chiedo cosa mai possano vivere i tantissimi uomini che si trovano nelle mie condizioni e che non riescono a mettere in campo la resilienza che sono riuscito a tirar fuori e le risorse economiche che avevo a disposizione”. Lorusso se lo chiede, ma col mestiere che fa sa bene quale brutta fine facciano tutti quegli altri uomini.


Una volta di più, il re è nudo.


Eleonora De Nardis con Valeria Valente e Valeria Fedeli

Ma ci sono altri due aspetti non irrilevanti in questa vicenda. Se si digitano i nomi di Lorusso e De Nardis su un motore di ricerca, verranno fuori fior di articoli dove lui viene dipinto quale non è: appunto un mostro, un violento, eccetera. Qua e là spuntano alcune sue dichiarazioni, miracolosamente pubblicate, ma il quadro generale è quello del classico mostro in prima pagina. “Ci può anche stare”, commenta pazientemente Lorusso, “è nel gioco della ricerca dell’audience da parte dei media. Che però per etica dovrebbero dare lo stesso rilievo all’esito della vicenda, per restituirmi la dignità e la reputazione che prima hanno fatto a pezzi con tanta disinvoltura”. Invece non accade. La sentenza contro De Nardis è di una settimana fa. Ad oggi ne hanno dato notizia due articoli, su due testate online locali pugliesi. Una delle due per altro con un narrato che pare ventilare in ogni caso colpe per l’uomo. “Eppure ho contattato tutte le redazioni più importanti. Al di là di tutto mi sembra una notizia interessante da dare”. Lo è ma, voci informali raccolte, pare che da Roma siano partite diverse telefonate a diverse redazioni affinché della sentenza contro la De Nardis non si parli. Dato che noi non siamo “professionisti dell’informazione” e che di telefonate da Roma non ne riceviamo (e anche fosse, le ignoreremmo), ecco che tocca a noi dare risalto alla vicenda. Condividendo con Lorusso la delusione (il nostro però è vero e proprio schifo) per il livello servile dell’informazione italiana su questi temi.

Ma non è finita qui. I lettori più assidui di queste pagine ricorderanno che di Eleonora De Nardis ci siamo già occupati in passato, quasi un anno fa. In quell’occasione venne invitata in Senato a presentare il suo libro intitolato “Sei mia. Un amore violento”. Indovinate un po’ di che parlava…? Con la massima disinvoltura, De Nardis accedeva a un luogo istituzionale per parlare di violenza di genere subita dalle donne, davanti a una platea di tutto rispetto, presenti Valeria Valente, Valeria Fedeli, Laura Boldrini, Lucia Annibali e tante altre. Sala piena, applausi e nuovo simbolo da sventolare contro la maschilità tossica, il patriarcato, con tanto di foto abbracciate assieme alle protettrici del momento. Non solo: durante il lockdown l’abbiamo rivista, sempre in compagnia di Valente, Fedeli, Cirinnà e altre, in videoconferenze dedicate al #iorestoacasa e ai rischi correlati di violenza domestica. No, non per spiegare come si attua violenza, ma (così dicevano) per evitarla… Questi sono i testimonial del femminismo suprematista italiano, gente che quando non ha titolo per parlare, copre proprie mancanze o colpevolezze con l’attivismo, quello che garantisce la perpetuazione del doppio standard anti-maschile ovunque possibile, specie nei tribunali. E mentre mancano articoli che parlino della vicenda, mancano anche giornalisti che piazzino un microfono sotto la faccia alla Valente o alla Fedeli per chiedere un commento rispetto alla condanna a sei anni per una donna che loro stesse hanno invitato e ospitato in Senato a parlare di qualcosa di cui palesemente allora (rinviata a giudizio) non era titolata a parlare. Il tutto mentre si mettono a tacere quelli che portano idee diverse solo perché in passato denunciati (senza esito) o anche senza alcuna denuncia alle spalle (Marco Crepaldi). La domanda non la fanno i “professionisti dell’informazione”, e allora la facciamo noi: onorevoli Valente, Fedeli, Boldrini e Annibali, un commento sulla condanna a sei anni di reclusione per lesioni pluriaggravate a Eleonora De Nardis, ricevuta da voi come testimonial antiviolenza in Senato un anno fa? Si attende (invano) una risposta. Ma intanto, una volta di più, il re è nudo.


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