Discriminazioni all’INFN: quando l’ipocrisia si traveste da parità

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INFNdi Giorgio Russo – Ci è stato fatto pervenire qualche giorno fa un documento di grande importanza (scaricabile qui, le evidenziature sono nostre). Si tratta della “Deliberazione n.15215” del 26/07/2019 emessa dal Consiglio Direttivo dell’INFN, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Si tratta (citiamo dal loro sito web) di un “ente pubblico nazionale di ricerca, vigilato dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), dedicato allo studio dei costituenti fondamentali della materia e delle leggi che li governano. Svolge attività di ricerca, teorica e sperimentale, nei campi della fisica subnucleare, nucleare e astroparticellare”. Roba complicata per noi semplici mortali. Ricerca scientifica avanzata, in ogni caso, gestita e finanziata dallo Stato.

La deliberazione è importantissima. I suoi contenuti testimoniano, nero su bianco, cosa siano le “discriminazioni positive”, quale sia il destino futuro di chi fa ricerca essendo di sesso maschile e più in generale quale sia il destino della ricerca tout-court. Tutto il documento è pervaso dall’ansia di adeguarsi ai criteri di parità e di farlo rendendo il tutto pienamente digeribile. Le parole e le formule aiutano moltissimo: “valorizzazione del benessere di chi lavora”, “valorizzazione della diversità”, “inclusione”, “parità”, “combattere i pregiudizi”. Chi non vorrebbe tutto questo? Che però, in realtà, è l’involucro zuccherato di una pillola amarissima, dove si cela, ben nascosta, la più volte menzionata “prospettiva di genere”. Una volta sciolto l’involucro, il veleno che vi è contenuto pervade tutto, oltre l’immaginabile.


Gli eufemismi per “discriminazioni anti-maschili”.


Il documento di fatto detta le linee per rendere l’INFN conforme a tutte le tante normative che ormai impongono sforzi concreti per ottenere la pari rappresentanza maschile e femminile in ambito lavorativo, soprattutto nel settore della ricerca avanzata. Normative filiate direttamente sul piano nazionale da direttive internazionali, citatissime nel documento come “copertura”. E’ l’UE che ci chiede certe cose, a sua volta sollecitata dall’ONU e dalle sue centrali lobbistiche: sul piano nazionale ministeri e altre istituzioni obbediscono, ed ecco che i ricettori ultimi, come l’INFN, debbono adeguarsi. E con più zelo lo fanno, tanto meglio è, specie nell’ottica poi di ricevere fondi o vantaggi nella partecipazioni a bandi di ricerca internazionali ed europei.

Le direttive della deliberazione coprono tutti i campi. C’è una speciale attenzione alla necessità di far sapere all’esterno degli sforzi fatti per la parità. Si impegnano i vertici a diramare regolarmente comunicati a supporto della parità. Perché su queste cose è essenziale fare, ma anche apparire. A supporto dovranno essere prodotte statistiche “in ottica di genere” e indicatori che sottolineino pubblicamente l’impegno dell’Istituto ad asservirsi ai dettami della parità forzata. Sì, sappiamo cosa state pensando: è un centro di ricerca, dovrebbero valere la competenza, la preparazione, non il sesso dei ricercatori. La deliberazione ha la risposta pronta, già preparata e cotta a livello europeo: fermo restando il principio meritocratico, esistono “pregiudizi inconsapevoli” che danneggiano la parte femminile della ricerca a vantaggio di quella maschile. Da qui la necessità delle “azioni positive”, eufemismo per “discriminazioni anti-maschili”.


“Favorire le carriere delle giovani teoriche”.


Prima di capire cosa nel concreto l’INFN farà per discriminare al meglio i ricercatori di qualità, di qualunque sesso siano, è bene dare un’occhiata allo sforzo titanico che intendeva mettere in campo dal lato della formazione. E’ un punto chiave perché è formando, cioè indottrinando, personale, dirigenti e operatori che ci si assicura che la pillola amara verrà mandata giù, per di più sentendosi bene, nel giusto. Per ottenere schiavi ideali che baciano il bastone che li percuote. Anche in questo caso si tratta di un’attività spaventosamente pervasiva. La riga 2.5, al punto ii) rappresenta l’abominio, l’invasione di campo da sempre sospettata e qui messa nero su bianco: si vada nelle scuole superiori e si faccia il possibile per spingere e indurre le femmine alla carriera STEM. Anche se non gli piace, anche se non sono portate, anche se non ne hanno voglia, anche se rischiano di essere pessime ricercatrici, bisogna “prenderle da piccole” e persuaderle.

La sezione n.3 del documento entra poi nel vivo, con le vere e proprie azioni positive. Pur ammettendo che le “strutture competitive penalizzano le donne”, una premessa che falsifica l’intero documento, essendo la ricerca scientifica per sua stessa natura ultra-competitiva, si predispone una serie di misure per far sì che all’Istituto operino, tramite borse finanziate, più ricercatrici e tecnici donne di quanto ne siano presenti attualmente. Al punto 3.6 si dice (corsivi nostri): “Nelle chiamate dirette per personalità di alto profilo scientifico, si considerino con particolare attenzione donne operanti all’estero. Per favorire le carriere delle giovani teoriche, la GE concordi annualmente con la CSN4 e  finanzi un numero adeguato di borse per laureande e/o assegni di ricerca”.


Il femminismo applicato è regressivo e violentemente discriminatorio.


Successivamente ci si raccomanda anche che l’INFN operi “affinché gli uomini raggiungano una percentuale di successo non superiore alla loro presenza come candidati”. Infine ci sono i ruoli apicali, quelli che al femminismo ispiratore di questi orrori legali puntano di più. Anche lì l’INFN si dà “l’obiettivo del 50% di donne e negli organismi decisionali di giunta e direttivo del 40%”, da raggiungere sollecitando le donne a presentare candidature o autocandidature, e soprattutto assicurandosi che “le posizioni non siano ricoperte da persone di sesso maschile in misura maggiore del 70%”. Dopo questo genere di mostruosità, al Consiglio Direttivo dev’essere sorto qualche dubbio di legittimità. Pensa allora di mettersi al sicuro segnalando in nota che quello che stanno facendo è stato giudicato perfettamente legale dalla Consigliera di Parità nazionale. Con un nome così che t’aspetti che dica? Che ostacolare gli uomini e favorire le donne, in generale e anche nella carriera scientifica, è cosa buona e giusta perché coerente con la legge taldeitali e la direttiva europea pincopallino. Mentre l’Articolo 3 della Costituzione è carta da culo.

Riecheggia in questo documento la nota vicenda del Prof. Alessandro Strumia o le follie svedesi nello stesso ambito, ma soprattutto un ragionamento molto semplice. L’INFN non ha grandi colpe, si sta semplicemente adeguando per avere la strada spianata verso finanziamenti che sempre più dipendono dall’asservimento a queste logiche “di genere” decise più in alto. Proprio là, a partire dall’UE, dove si annida la sorgente primaria del veleno che garantirà un futuro di discriminazioni per chi fa ricerca essendo uomo, ma soprattutto una ricerca di qualità sempre più infima, dove la normale competizione tra teorie e ricercatori/ricercatrici selezionati per la loro genialità e preparazione, non per ciò che hanno tra le gambe, verrà messa da parte a favore di una mera parità numerica da sbandierare come atto di giustizia e risarcimento per la secolare esclusione femminile da settori dove le donne non hanno mai molto tenuto ad essere. Se serviva una prova che il femminismo applicato è regressivo e violentemente discriminatorio, il Consiglio Direttivo dell’INFN ce ne ha fornita una pressoché inconfutabile.


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