Donne che giocano con il leone (e perdono i figli)

leoneFare il domatore di leoni dev’essere un lavoro estremamente emozionante. Riuscire a piegare all’obbedienza un felino, ancor più regale e potenzialmente feroce come il leone, probabilmente dà una sensazione inebriante di potere. Ficcare la testa tra le sue fauci, sicuro che non le chiuderà, penso che dia un senso di dominio e di sicurezza incredibile. Il problema è che di tanto in tanto la sicumera si paga cara. Di tanto in tanto il re della foresta dà la zampata o chiude le zanne sul collo del domatore e così ci si ritrova senza una mano, un braccio o addirittura senza testa. Tutto sta a capire con chi si ha a che fare e usare la prudenza del caso, evitando di eccedere nella pretesa di dominare su una bestia imprevedibile che, quando il troppo stroppia, può lasciarti mutilato.

Si moltiplicano a dismisura i casi in cui donne si improvvisano domatrici di un leone estremamente imprevedibile e impaziente: il sistema in generale e in particolare quello giudiziario. Rassicurate da una narrazione mediatica, da leggi e da prassi che ormai conferiscono all’essere donna un potere pressoché sconfinato e privo di ogni controllo, sono sempre di più quelle che si presentano al cospetto del sistema giudiziario non chiedendo aiuto, ma esigendo quando non ordinando che sia fatta la loro giustizia. Il leone giudiziario il più delle volte ci sta: è stato a lungo e profondamente ammansito e ammaestrato (da corsi di formazione e lavaggi del cervello vari) a mettersi sulle zampe posteriori o saltare il cerchio di fuoco, se glielo chiede una donna che dice, anche senza prove, che lei o la sua prole sono vittime di violenza da parte di un uomo.


Esistono però casi in cui il leone si scoccia.


Tuttavia capita sempre più di frequente che il leone giudiziario si scocci, non stia al gioco né agli ordini, e per motivi inaspettati dia la zampata o chiuda le fauci. E’ un fenomeno di cui tempo fa ha parlato mirabilmente Francesco Toesca su queste pagine: fase separativa, la donna cala il poker, ovvero accuse false, o esagerate, o strumentali contro l’ex, per garantirsi l’affido esclusivo della prole (o quello condiviso fasullo, che poi è lo stesso), l’estromissione totale del padre dalla vita dei figli, o meglio la sua presenza solo come carta di credito a fondo illimitato. Fioccano così accuse di molestie, maltrattamenti, percosse, atti persecutori, stupro (verso l’ex compagna) o abusi sessuali su minori (i figli). Che hanno tutte l’esito che conosciamo: una media di circa 5.000 condanne all’anno. Nulla, un’inezia. Un profluvio di accuse false.

Di fronte alle quali però, in linea di massima, il felino giudiziario accondiscende: apre procedimenti, fa guadagnare un po’ di consulenti e avvocati, spesso guadagnandoci lui stesso con rigiri sotterranei. Poco importa se nel 95% dei casi tutto, dopo anni, finisce in nulla. Importa poco al sistema giudiziario come alla donna denunciante: durante gli anni di procedimento, l’uomo-padre viene comunque estromesso dalla vita dei figli e obbligato a pagare. Quando tutto si normalizza, in genere è troppo tardi per ripristinare uno stato di normalità nelle relazioni. Esistono però casi, e sono sempre di più, in cui il leone, per l’appunto, si scoccia. Non c’è una casistica standard, non capita quando le accuse sono palesemente inventate o troppo parossistiche per essere vere, non capita in regioni specifiche, né con tipologie peculiari di denuncianti o imputati: capita e basta. Inaspettatamente, improvvisamente, quando l’aspirante domatrice meno se lo aspetta.


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Ed ecco allora che la magistratura non ne vuole più sapere e dà la zampata: l’uomo sì indagato o imputato, ma i figli presi e ficcati in qualche casa famiglia. Una scelta che, per altro, i magistrati sono stati ugualmente ammaestrati a prendere: là c’è un bel business, centri di potere e lobby molto convincenti, dunque tra il saltare nel cerchio di fuoco come da richiesta della domatrice e il dare amichevolmente lo zampone artigliato al sistema affaristico delle case-famiglia, ci sta che ogni tanto la decisione sia diversificata. Ed ecco allora che la domatrice si trova mutilata. Nel tentativo di mutilare l’ex marito e padre, eccedendo nella sua sicurezza, si trova lei stessa mutilata del suo principale strumento di ricatto: i figli. Di cui lo Stato si appropria per far fare un bel business a qualcuno, grazie alle false accuse avanzate a monte dalla scaltra domatrice.

Si spiegano così le sempre più frequenti notizie, date con copiose lacrime e lamentazioni dai media di regime, di donne che si incatenano, urlano agli angoli delle strade, fanno post strappacore sui social: “lo Stato mi ha portato via i figli! Aiutatemi!”. La vicenda di Bibbiano, ad esempio, ne ha fatte saltar fuori parecchie. A loro sostegno si mobilitano organizzazioni, movimenti, associazioni, e i mezzi di comunicazione concedono sempre un po’ di ribalta, perché sono storie che attirano click. Nessuno di loro alza il ditino, nemmeno timidamente, per dire: cara signora, non è che si è spinta un tantino troppo in là con le accuse? Sono vere vere o per caso ha calcato un po’ la mano o magari sono del tutto false? Nessuno poi, figuriamoci, fa notare che tutto questo, dal domatore mutilato ai bambini sottratti, deriva dall’inapplicazione di una legge vigente e abbastanza equilibrata su separazioni e affidi.


La beffa oltre la beffa oltre diversi danni.


MarioMa soprattutto: queste domatrici che si lamentano di aver giocato un po’ troppo col leone, cos’hanno di più degli uomini accusati delle peggiori cose e poi, nel 95% dei casi, assolti o archiviati? Anche costoro vengono privati, di fatto, dei figli, e nel peggiore dei modi, essendo pressoché sempre innocenti. Non hanno fatto i furbi, non hanno approfittato di un sistema che li favorisce (e quando mai?): si sono trovati martoriati in un meccanismo che li penalizza, anzi. Però per loro niente ribalta, a parte qualche contentino saltuario, narrato con tenera pietà, come se si trattasse di gente che ha preso una malattia. E che ci vuoi fare, succede….

La beffa oltre la beffa oltre diversi danni, dopo aver agito in modo infame, l’uomo così ridotto deve vedere talune donne ottenere anche ribalta e solidarietà, sebbene sia loro unica responsabilità aver consegnato la testa propria e soprattutto dei figli a un sistema ormai profondamente disequilibrato. Forse se i media smettessero di dare visibilità all’esibizione della malafede di costoro, sarebbero sempre meno quelle che si sentono così sfrontatamente sicure da sfidare le fauci. Forse se la legge sulle separazioni e affidi fosse più severa o per lo meno quella attuale venisse applicata secondo la sua ratio, avremmo meno teste di domatrici e vite di bambini masticate da quel leone feroce che è il sistema in generale e quello giudiziario in particolare.



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