Doppio standard: c’è depressione e depressione

Vi chiedo: andate a guardare in uno qualunque dei siti nazifemministi italiani che tengono i loro conteggi dei “femminicidi”. In gran parte di essi troverete tra gli ultimi la strage Orta Nova, in provincia di Foggia. Il caso è noto, è finito su tutti i media nazionali: un agente di polizia penitenziaria, Ciro Curcelli, ha ucciso con la pistola d’ordinanza la moglie Teresa, le due figlie Valentina e Miriana e poi se stesso. Una vicenda terribile. E un piatto ghiotto per le contabili dell’orrore: un “femminicidio” in più. Anzi tre, per le più ciniche tra di loro, che conteggeranno anche le figlie dell’uomo.

Ora che avete controllato, vi chiedo se avete sentito parlare di una madre di Nuoro ripresa dalle telecamere mentre maltrattava ferocemente i due figli di sei e tre anni. Sbatteva la testa dei piccoli contro gli spigoli dei tavoli, li picchiava e maltrattava di punto in bianco, senza motivo (soprattutto il più piccolo), gli macchiava le guance col pennarello per poi sgridarli ferocemente per essersi sporcati mentre disegnavano. Un mostro: così si è definita lei stessa rivedendosi nei video. Ebbene, sono certo che non ne avete sentito parlare, anche perché il fatto è stato notiziato soltanto dai giornali locali sardi.


Sottoposto a un costante burn-out.


Cosa unisce le storie di Ciro e di questa madre? La depressione. Ciro lavorava al carcere di Foggia, in condizioni di lavoro massacranti sia sotto il profilo fisico che psicologico, anche a causa della carenza di personale. Sottoposto a un costante burn-out, era costretto a girare armato nel penitenziario, un luogo di lavoro di sicuro non confortevole né rilassante. Il carcere di Foggia poi, si dice, è uno dei più difficili in Italia.

Nonostante queste condizioni, Ciro aveva una vita normale in famiglia, qualche testimone la definisce addirittura serena. Nei giorni prima della strage pare fosse diventato taciturno e scontroso. Nessuno lo ha mai sentito litigare o discutere con la moglie. Il figlio superstite, assente al momento della strage, non segnala nulla di anomalo nelle relazioni familiari. Eppure Ciro a un certo punto ha deciso di non lasciare l’arma al lavoro, come faceva sempre, e di portarla a casa. Un palese segno di premeditazione.


Il suo nome ha fatto il giro dei media italiani.


Sulla mamma di Nuoro invece niente di particolare da segnalare, se non una “depressione post-partum non curata”, in parte dovuta anche ad alcuni screzi familiari per voci che attribuivano la paternità dei figli non al legittimo marito ma a qualcun altro. Le rilevazioni della sua consulente di parte, la neuropsichiatra infantile Veronica Dessì, confermano che la donna era in uno stato di sofferenza: “amnesia dissociativa, con possibile fenomeno di radice psicotica post-traumatica da stress cronico”. Con scappellamento a destra, verrebbe da aggiungere.

Il dramma di Ciro, invece, uomo devastato da una professione tra le più dure e stressanti, non ha bisogno di tanti giri di parole. Soprattutto il suo atto terribile non ha chiaramente nulla a che fare con il delitto passionale, possessivo, maschilista, patriarcale e oppressivo (non a caso non ha ucciso solo la moglie, ma anche le figlie), e tuttavia ora è conteggiato tra i “femminicidi”. Il suo nome ha fatto il giro dei media italiani, che qua e là gli hanno concesso l’attenuante depressiva, ma in linea di massima anche lui si è beccato la nomea di “ennesimo femminicida”, con tutta la criminalizzazione mediatica che ne consegue.


L’impresentabile doppio standard è lì, evidente.


La mamma invece? Be’, basta leggere uno dei pochi articoli che la riguardano (e che ovviamente non ne svelano il nome). Praticamente, anche se attualmente solo indagata, è già stata assolta. Stati depressivi come se non ci fosse un domani, e non come attenuante, ma come vero e proprio alibi. Praticamente ha agito (ma guarda un po’) impossibilitata a intendere e volere, e tutti coloro che la vogliono condannata, compreso l’ex marito che l’ha denunciata, sono dei cattivoni senza cuore.

Il doppio standard mediatico è lì, evidente ed esibito in tutta la sua impresentabilità, nel confronto tra queste due vicende. Da un lato si ha un uomo davvero depresso, schiacciato da un lavoro difficilissimo e ingrato. Un lavoro di cui ha parlato anche, di recente, un parlamentare della Repubblica, tale Laura Boldrini, che ha umiliato chi lo svolge con la definizione di “guardie” (lessico da galeotti), suscitando con ciò le ire del sindacato di settore, ma soprattutto preannunciando a prescindere quale damnatio memoriae avrà il nome di Ciro, oltre a quella ingiusta di “femminicida”. Egli sarà per sempre, lo si legga con disprezzo: “una guardia femminicida”.


La mamma maltrattante ha infatti vinto la propria impunità.


Dall’altro lato abbiamo invece una donna sul cui comportamento matrimoniale ci sono dubbi, mentre su quello materno ci sono le certezze registrate in video chiari come il sole, facilmente controbilanciate però dalle parolicchie e parolone della psichiatra di turno, a cui piace il gioco facile. La mamma maltrattante ha infatti vinto la propria impunità mediatica e probabilmente anche processuale al 75% già solo essendo donna. Qualche formuletta psichiatrica e il 100% si raggiunge in breve in questa Italia che si racconta maschilista, sessista e patriarcale, ma agisce schiacciando gli uomini sia da vivi che da morti, assolvendo e sollevando da ogni responsabilità qualunque persona sia di sesso femminile.


ACQUISTA “LA PARABOLA DEL CRICETO”
CARTACEO o E-BOOK
Anche su: Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli

lpdc banner

ACQUISTA “LA PARABOLA DEL CRICETO”
CARTACEO o E-BOOK
Anche su: Amazon, IBS, Mondadori, Feltrinelli


Iscriviti per ricevere la newsletter settimanale di “Stalker sarai tu”:


 

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: