E la Federazione Nazionale della Stampa non risponde (ovviamente)

di Fabio Nestola. Leggo la lettera aperta di Davide Stasi alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana e non posso che concordare sulla miopia di chi, invocando “il rispetto della verità sostanziale dei fatti” (testuale) svilisce  l’informazione a zerbino dei pregiudizi ideologici. Davide chiede chiarimenti in merito alla definizione “violenza di genere”, se per caso venga intesa di un qualsiasi genere verso l’altro o debba avere un’accezione unidirezionale alla Toscani, per intenderci:

Manifesto di Oliviero Toscani per Donna Moderna

L’uomo non può che essere carnefice e la donna non può che essere vittima, secondo il maestro del click. Fin dalla più tenera età, è una tara genetica. La violenza domestica contro gli uomini non esiste. E se esiste è legittimata, tanto da non meritare attenzione politica, istituzionale, accademica… e nemmeno mediatica.

Abbiamo in archivio la dimostrazione di come vengano ampiamente – e doverosamente – diffuse le notizie di violenza maschile e come, di contro, vengano sistematicamente oscurate le notizie delle violenze agite da donne. Perché? A chi giova una narrazione ostinatamente a senso unico? Di vittime maschili non se ne parla perché non esistono, o c’è la diffusa percezione che non esistano proprio perché non se ne parla? Poi la lettera di Stasi cita le condanne per violenza rilevate dall’ISTAT e nota l’esiguità delle cifre rispetto ad un fenomeno definito sistematico, radicato, endemico. Quindi  Davide gioca d’anticipo, ricordando alla Federazione Nazionale della Stampa che un’informazione corretta dovrebbe basarsi su dati certi, non su acrobazie dialettiche con le quali il mainstream sostiene che milioni di donne subiscono violenza, punto. Se le condanne sono pochissime dipende solo dal fatto che la maggior parte delle donne non denuncia perché ha paura; quindi l’assunto sarebbe una incrollabile certezza che milioni e milioni di donne subiscano ogni giorno violenze di ogni tipo, ma le denunce sono poche e le condanne ancora meno perché le donne non denunciano in quanto terrorizzate dagli aguzzini.



Possibile che di questo il giornalismo italiano nella sua interezza non si sia mai accorto?


Il sommerso esiste, per le vittime sia maschili che femminili. Tuttavia la verità sostanziale dei fatti non può sconfinare nell’immaginare scenari propagandistici secondo i quali “per ogni donna che denuncia ve ne sono altre mille che tacciono”. Postulato indimostrato ed indimostrabile, definizione valida anche a ruoli invertiti. Sostenere che per ogni vittima maschile uscita allo scoperto ve ne sono altre mille che tacciono non è informazione basata sulla verità sostanziale dei fatti, è terrorismo psicologico. Per la popolazione femminile la verità dei fatti viene messa in un angolo e si indulge facilmente al “può darsi che…”: ogni donna che denuncia è vittima di violenza, ma chi non denuncia lo è ancora di più perché è terrorizzata dal proprio aguzzino. Chi può dire il contrario? Non è un fatto, è un fattoide.

Tuttavia è evidente che un uomo vittima di violenza fisica o psicologica ad opera della propria partner non ha alcun sostegno istituzionale, alcun numero verde per chiedere aiuto, alcuna rete di centri antiviolenza sovvenzionata con fondi pubblici, alcuna campagna di informazione ministeriale, alcuna iniziativa di sostegno da parte della Polizia di Stato con i camper nelle piazze. In sostanza un uomo non ha incentivi istituzionali per uscire allo scoperto, a differenza di quanto accade massicciamente, con grande dispendio di risorse, a ruoli invertiti. La violenza è un costrutto ampio e complesso che prescinde dal genere di autori e vittime, non è affatto unidirezionale. Le uniche ad essere realmente unidirezionali sono le contromisure istituzionali. Possibile che di questo il giornalismo italiano nella sua interezza non si sia mai accorto?


Protezione a 360° per le donne, limitata per gli uomini.


Quindi Davide passa a chiedere la posizione della stampa rispetto alla Convenzione di Istanbul , perennemente citata per sostenere la necessità di agire contro la violenza subita dalle donne, sempre dalle donne, solo dalle donne. È falso. La Convenzione recita testualmente “Riconoscendo che le donne e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza di genere rispetto agli uomini”. In una sola frase due verità costantemente disconosciute: 1) la violenza di genere non è sinonimo di violenza contro le donne, anche il maschile è vittima della violenza di genere 2) donne e ragazze sono maggiormente esposte al rischio. Le parole hanno un senso: maggiormente non vuol dire esclusivamente. Il fattore numerico è irrilevante: parlando di diritti umani la necessità di tutela prescinde dalle percentuali. Non c’è bisogno che le vittime di violenza di genere siano 50% donne e 50% uomini: anche se fossero 80% donne e 20% uomini non cambierebbe nulla, i diritti di quel 20% avrebbero identica dignità ed identico diritto di tutela rispetto alla percentuale prevalente.

Pur essendo un testo con 40 pagine di faziosità, la Convenzione non esclude affatto le vittime maschili di violenza. Nel preambolo vengono citati patti, convenzioni e trattati internazionali che riguardano diritti delle persone ambosessi, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali al Patto internazionale sui diritti civili e politici, dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. (v. preambolo, pagg. 3 e 4) Gli estensori della Convenzione si preoccupano quindi di farla sembrare imparziale, ma la faziosità emerge già nel titolo: “Convenzione Del Consiglio D’europa Sulla Prevenzione E La Lotta Contro La Violenza Nei Confronti Delle Donne E La Violenza Domestica”. Quindi prevenzione e lotta ad ogni tipo di violenza contro le donne, mentre per gli uomini è circoscritta alla violenza domestica. E la violenza di genere che gli uomini possono subire fuori dalle mura domestiche, ad esempio sul posto di lavoro? Protezione a 360° per le donne, limitata per gli uomini. Ed è una Convenzione che vorrebbe fare della parità di genere la sua bandiera.


Troppo difficile per la Federazione della Stampa rispondere liberandosi dei pregiudizi.


Poi Davide passa all’asimmetria mediatica, terreno scottante sul quale abbiamo un archivio ultraventennale che dimostra toni e termini indulgenti in caso di violenza femminile, contrapposti all’accanimento sulla brutalità del gesto in caso di violenza maschile. A titolo di esempio: “Malata di troppo amore”, “una donna mite, gentile e legatissima alla sua famiglia”, “ha fatto strage di ciò che amava di più”.

A ruoli invertiti avremmo letto che nel corso della brutale aggressione l’assassino infieriva con inaudita violenza sui corpi delle povere vittime. Possiamo estrarre centinaia e centinaia di esempi di entrambe le casistiche, con soggetto violento sia uomo che donna; abbiamo in archivio oltre 20.000 articoli catalogati a partire dal 1994.

Poi la madre di tutte le domande: come decide un cronista cosa sia “femminicidio”? Come accerta il movente dell’oppressione di genere inquantodonna? Tutti i più accreditati istituti di ricerca, dall’ISTAT al CENSIS, pubblicano dati allarmanti sul femminicidio senza mai rendere noti gli elenchi dettagliati degli episodi delittuosi, in modo tale da poter verificare la presenza o meno delle peculiarità che dovrebbero caratterizzare ciò che non esiste nel codice penale, ma una corrente di pensiero si ostina a definire femminicidio. Da anni monitoriamo gli elenchi del sito femminicidioitalia, l’unica fonte seppure ufficiosa visto che quelle ufficiali evitano di documentare ciò che sostengono. E riscontriamo sistematicamente l’esistenza di episodi che non hanno nulla a che vedere col femminicidio “propriamente detto”, definizione della Polizia di Stato per estrapolare la minoranza di donne uccise per la prevaricazione di genere dal macrogruppo delle donne uccise per qualsiasi altro motivo, non ultimi i moventi economici. È lecito attendersi la stessa scrupolosa attenzione ai particolari da parte dei cronisti, o va bene definire femminicidio qualsiasi cosa? La lettera, che invito a leggere, contiene anche altre osservazioni degne di nota. Temo però che i suoi contenuti non riceveranno la dovuta soddisfazione. Troppo difficile per la Federazione della Stampa rispondere liberandosi dei pregiudizi.


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