Ecco il motivo di tutta la fuffa femminista sui media

di Redazione. Ci viene segnalato questo interessantissimo articolo pubblicato dal sito “Professione reporter”, riguardante una revisione dei contratti che l’editore de “Il Messaggero” ha proposto/imposto al suo personale giornalistico. Sì, parliamo proprio di uno dei giornali più proni al fanatismo vittimista e antimaschile tipico del femminismo imperante nei media. Con la sua sezione “Mind the gap”, il quotidiano romano è nella top-five tra i maggiori diffusioni di mistificazioni, forzature e non di rado bugie sul lato delle relazioni tra sessi. È proprio “Il Messaggero”, ad esempio, ad aver scritto di Giuseppe Apadula che fosse un ex marito violento (lo stesso Apadula ha raccontato la vicenda nella nostra Radio Londra), una falsità vergognosa che la redazione è stata costretta a rettificare di corsa per non finire querelata. Sempre “Il Messaggero” sostiene a gran voce l’esistenza di leggende metropolitane come il divario salariale di genere, l’emergenza nazionale dei “femminicidi”, e così via. Più volte ci siamo trovati a commentare i suoi articoli, rimanendo attoniti per la sfacciata disinvoltura con cui essi si piegavano a una narrazione palesemente fasulla della realtà.

Ebbene, l’articolo apparso su “Professione reporter” spiega in gran parte il motivo di tutta quella spazzatura spacciata per informazione e giornalismo professionale e “di qualità”. Vi si riporta infatti il tariffario per i collaboratori della testata (non i dipendenti diretti, che probabilmente sono un piccolo manipolo della vecchia guardia), quelli su cui si poggia in sostanza gran parte del lavoro di elaborazione dei contenuti. “Un listino tipo barba, capelli e shampoo”, commenta il sito, precisando: “un articolo di 2500 battute, diciamo una cartella e mezza, 45 righe, pagato fra i 7 e i 13 euro. Un articolo oltre 3500 battute, cioè oltre due cartelle, 60 righe, fra i 20 e i 39 euro. I pezzi per l’edizione online 7 euro, se per caso c’è allegato un video o una fotogallery si sale a 9 euro. Tutto lordo, si deve presumere”. In sostanza un collaboratore de “Il Messaggero” può riuscire a sopravvivere, se non mangia. Oppure se produce a getto continuo contenuti della lunghezza più pagata, magari raccattando in giro qualche foto o video. In quest’ultimo caso ovviamente non ha alcuna importanza che il contenuto dell’articolo sia appropriato, interessante, circostanziato, fondato. Basta buttare giù 60 righe e arraffare la tariffa corrispondente.


Le sconcezze femministe pubblicate ovunque hanno dietro di sé fame e sfruttamento.


Chiaro che, stanti così le cose, la soluzione migliore è saper ricamare con le parole lunghi articoli che sappiano accalappiare nell’immediato l’apprezzamento del pubblico e delle lobby che dettano legge su ciò che è o non è mainstream. E cosa c’è di meglio della dilagante violenza contro le donne, dell’ennesimo “femminicidio”, delle tante discriminazioni e ingiustizie subite ora dopo ora da milioni di donne in Italia e nel mondo? Lì si va a colpo sicuro. L’articolo è praticamente già scritto: basta prenderne uno precedente sullo stesso tema, cambiare nomi, date e qualche frase, e il gioco è fatto. Se già quello precedente rispettava l’ortodossia femminista, anche il nuovo non sarà da meno. Chiaro, per attirare click e lettori, occorre sempre infiocchettare il tutto con un po’ di sensazionalismo: il sangue, che piace sempre tanto, o la sollecitazione dell’indignazione popolare su temi davvero pivotali del vivere comune, come il famoso articolo sulle mascherine che sarebbero tutte a misura di faccia maschile, e dunque sessiste. Insomma, che ve lo diciamo a fare? Digitate su Google “Il Messaggero mind the gap” e leggete cosa il motore di ricerca vi vomita in faccia. Un’idea potete farvela da soli. E se vi siete chiesti o vi chiederete come si possa concepire con disinvoltura tutto quel ciarpame, be’ ora avete la risposta: dietro c’è gente che cerca di sopravvivere esercitando l’un tempo nobile professione del giornalista.


Resta solo una domanda: questa proposta contrattuale tra lo schiavista e il negriero avanzata dalla proprietà alla redazione de “Il Messeggero”, è qualcosa di circoscritto al quotidiano romano o il meccanismo è lo stesso anche per altre testate? Anche qui: andate a leggervi “La 27esima Ora” del Corriere della Sera, “AlleyOop” del Sole 24 Ore o una pagina a caso di Repubblica e de La Stampa, e avrete la risposta. Che è la più ovvia: ovviamente sì. L’informazione italiana è prodotta in gran parte da “collaboratori” presi per il collo e strozzati come polli nel giorno del brodo. Legittimamente costoro cercano di costruirsi una posizione, ma lo fanno anche a costo di rinunciare alla funzione primigenia del giornalista: dare contributi al disvelamento della verità e fare i cani da guardia della democrazia e della libertà di parola. Dietro a gran parte delle sconcezze femministe (e non solo) che vediamo pubblicate giornalmente, c’è insomma sicuramente una parte di adesione ideale (il cancro ideologico ha permeato tutto, si sa), ma c’è soprattutto fame. Una fame sfruttata all’osso da un intero sistema di cui le femministe, quelle che si professano per la parità, la giustizia sociale e la pace, si servono apertamente per i propri scopi propagandistici. Come se ne esce? Il giornalismo, come tante altre cose, necessita di una riforma radicale, che andrebbe progettata da menti pensanti ed equilibrate. Dunque, almeno in Italia, quella riforma non avverrà mai. La seconda strada, la più probabile, è il crollo totale dell’attuale editoria finto-professionale alimentata da collaboratori-schiavi. Un crollo che sarà facilitato se tutti smetteranno di comprare il cartaceo o di visitare i siti dell’informazione mainstream. Cosa che caldeggiamo da tempo. Se crollo dei diffusori di fake-news e bugie filo-femministe dev’essere, almeno si dia tutti una mano per velocizzarne il processo.

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