Emergenza stupro: le ragioni del boom di stranieri colpevoli

immigrati

di Alessio Deluca. Nelle ultime settimane è stato un vero stillicidio di casi di stupro (tentato o riuscito) con autori immigrati, molto spesso fortunatamente colti sul fatto o poco dopo. L’ultimo caso a La Spezia, a danno di una donna che stava facendo jogging, autore un ragazzo proveniente dal Ghana. Una recrudescenza di casi che ci ha stimolati ad andare a controllare cifre e dati, per lo meno quelle disponibili ai cittadini ordinari, per trovare una conferma o una smentita rispetto a quanto già sostenuto da Davide Stasi nel suo “Violenza sulle donne: le anti-statistiche“. Nel saggio, il fondatore di questo blog, traendo i dati dalla banca dati ISTAT “Violenza sulle donne”, dalle rilevazioni del Viminale e del Ministero della Giustizia, calcola che, sul complesso dei reati tipicamente maschili contro le donne, la propensione degli stranieri a farsene autori è quattro volte più alta di quella degli italiani. Giunge a questa conclusione tramite una semplice proporzione derivata dalla comparazione tra numero di sentenze di colpevolezza e incidenza della presenza straniera sul complesso dei maschi adulti in Italia.

Quell’osservazione nasce da una media che raccoglie in sé diverse tipologie di reato (maltrattamenti, omicidio, stupro, stalking, percosse), ed è questo che ci ha indotto a scorporare il dato sulle violenze sessuali, usando le stesse fonti. Da esse risulta che le condanne per violenza sessuale a carico di uomini si sono aggirate annualmente, in un recente quinquennio (2012/2017, unici dati attualmente disponibili), sul numero medio di 1.500. Per tutti e cinque gli anni presi in considerazione, la quota di colpevoli non italiani si aggira in media attorno al 40%. In parole semplici: il dato costante dice che 4 stupri su 10 sono commessi da persone di nazionalità non italiana, con ciò intendendo chiunque, dall’americano all’australiano, dal sudafricano allo svedese. Il database ISTAT permette di scorporare il dato per continente o paese di provenienza dell’autore del reato, cosa che per semplicità non abbiamo fatto: è piuttosto scontato che la maggior quota di questi definiti “stranieri” appartenga alla categoria degli immigrati dai paesi in via di sviluppo o del Terzo Mondo. Ciò che conta è che la narrazione mainstream, specie quella femminista, si ferma al dato del 40% di autori stranieri, per poter dire che la maggioranza dei violentatori è composta da italiani e che questi dunque vadano rieducati per eradicare quella “cultura dello stupro” così dilagante. Ovviamente è una manipolazione: visto in quest’ottica, infatti, il dato è incompleto.


Occorre spiegare la così alta propensione degli immigrati verso il coito coercito.


immigratiIl sito “Tuttitalia” stima il numero totale di uomini stranieri in Italia in poco più di due milioni e mezzo. Estraendo solo quelli in una fascia d’età ragionevolmente in grado di attuare uno stupro (dunque escludendo bambini e anziani), la quota scende all’incirca a 1 milione e 700 mila soggetti, pari a circa il 5% della popolazione maschile italiana della stessa fascia d’età. Abbiamo quindi, relativamente al reato di stupro, il 5% dei maschi che commette il 40% delle violenze sessuali, e il 95% che ne commette il 60%. Fatta una semplice proporzione risulta che ad ogni condannato per stupro di nazionalità italiana ne corrispondono 13 di nazionalità straniera. Un rateo impressionante, che giustifica in buona parte la sensazione diffusa, nonostante i salmodianti battage dei media mainstream, secondo cui più che un problema “violenze sessuali” (reato sul quale l’Italia è fortunatamente fanalino di coda in Europa e nel mondo), sussista un problema di integrazione delle persone straniere nel nostro paese. Una sensazione che, come detto, le cronache confermano con angosciante frequenza, nel totale ed emblematico silenzio del femminismo e delle sue portavoce (che anzi dettano alle redazioni la regola di non specificare mai la nazionalità dello stupratore nel titolo dell’articolo che parla di un’aggressione).


Ci si potrebbe fermare qui nell’analisi, se non fosse che esiste un piano molto più profondo, che va a toccare tematiche apparentemente lontane, in realtà soltanto tenute a debita distanza dal discorso pubblico perché ancora più tabù della fredda e crudele verità dettata dai numeri. Dice allora: gli stranieri tentano o mettono in atto di più le violenze sessuali perché la cultura della maggior parte di loro implica un rispetto della donna meno evoluto di quello italiano. In passato ci fu addirittura chi giustificò in termini espliciti l’atto criminale: “gli africani non sanno che non devono violentare le donne sulla spiaggia”, disse ad un convegno nel 2017 Carmen Di Genio, avvocato del Comitato pari opportunità della Corte d’appello di Salerno, suscitando qualche blanda polemica, poi subito sminuita dai media di massa. In altri casi capita di sentire osservazioni giustificatorie sulla stessa falsariga: “è la loro cultura…”. Non è dato sapere se queste osservazioni abbiano un fondamento: sicuramente non mettono in luce che la nostra cultura è permeata di un grande rispetto per le donne (un principio che il dettato femminista vieta di affermare), ma soprattutto non tengono conto che il fenomeno immigrazione trasferisce in Italia una pletora di nazionalità diverse, ognuna con la propria cultura e tradizione nella gestione dei rapporti tra sessi. Può darsi che qualcuno porti con sé una cultura meno rispettosa della figura femminile, può darsi che sia invece un fatto di mera ignoranza individuale, di certo non può essere quello il parametro comune a tutti capace di spiegare la così alta propensione degli immigrati verso il coito coercito.


Una strategia cinica e vampirizzante.


immigratiServe allora un’altra spiegazione, più generale e convincente. Che si trova lì dove non si spinge mai nessuno, essendo un campo minato all’inverosimile. È sicuramente vero che come sistema-paese non siamo in grado di offrire a questa imponente massa di giovani opportunità per un’esistenza soddisfacente e compiuta. Non c’è lavoro, né servizi, né opportunità per gli autoctoni, come si può dunque offrire a costoro chance concrete per integrarsi nel nuovo mondo in cui hanno deciso di accedere? Tutto molto vero e tutto molto “fordiano”, cioè imperniato sulla realizzazione della persona tramite il lavoro, il guadagno, la contribuzione al bene comune. Tra le opportunità che non si riescono ad offrire a costoro però non vengono mai citate quelle relative a una normale e soddisfacente relazionalità. Tra le altre cose che non siamo in grado di garantire agli immigrati in arrivo nel nostro paese, c’è la possibilità di avere relazioni appaganti, stabili o meno che siano, dove far confluire la propria naturale pulsione ad un tempo affettiva e sessuale. Di fatto abbiamo sul nostro territorio un esercito di uomini di età oscillante tra i venti e i trent’anni, dunque nel pieno della loro maturità sessuale, all’apice delle loro pulsioni, spinti ai margini più estremi della società, là dove nessuna donna può ritenerli desiderabili, se non come mero strumento di sfruttamento. Ossia non contano in questo discorso le attempate signorotte che, in cambio di qualche ricarica o di qualche decino, si giovano dei servigi di aitanti giganti dalla pelle scura: non è di questa forma di schiavismo e sfruttamento che si sta parlando. Si sta parlando della possibilità per questi ragazzi di avere una vita sentimentale e sessuale vera ed appagante, esigenza che è parte innata di ogni essere umano. La possibilità di avere relazioni appaganti e significative sarebbe per altro, nel caso di queste persone, lo strumento principale per l’abbattimento della quota di stupri in generale.

Vale sotto questo aspetto quanto detto per il lavoro, i servizi e le opportunità: già gli italiani fanno fatica a trovare occasioni relazionali qualificate, reali e appaganti, figuriamoci quanto possa essere difficile per chi è costretto a finire ai margini della società. Il fenomeno dei celibi involontari, di fatto, è occidentale, bianco, sempre più diffuso e oggetto di una criminalizzazione feroce, che impedisce di andare a fondo rispetto alle cause che lo generano, ossia le modalità relazionali che la cultura diffusa, plasmata dal femminismo suprematista, ha imposto a tutti. E che da tempo attiene in modo crescente anche alla comunità dei giovani immigrati i quali, per qualche motivo (fortuna loro), pur potendosi definire “incel al cubo”, sono esenti dalla demonizzazione riservata agli “incel bianchi”. Ma il problema è lo stesso, la matrice è unica e si ramifica in diversi dogmi imposti a tutti dal femminismo: dalla negatività a prescindere della pulsione sessuale maschile, all’edonismo egoista e profittatore che permea i criteri di scelta femminili rispetto alle relazioni sentimentali e/o sessuali, fino all’assurda pretesa tutta ideologica di poter gonfiare la pancia del paese di uomini normali, con le loro normali pulsioni, per poi emarginarli, respingerli, umiliarli, senza che questo generi una qualche reazione. Che per ora si diversifica: gli italiani si riuniscono in forum online dove, in un processo di autocoscienza, sfogano la propria frustrazione, non di rado con concetti sopra le righe, che però non si traducono mai in azione, in barba a chi chiama gli Incel “terroristi”. Gli stranieri, abbandonati a se stessi, senza alcuna rete parentale, sociale o culturale su cui far conto, tendono invece a prendersi ciò di cui hanno bisogno, senza tante storie. Oltre il danno, la beffa, la necessità di una loro accoglienza indiscriminata viene poi ideologicamente strumentalizzata proprio da quel femminismo che contribuisce alla loro misera condizione dal lato relazionale. Ma una logica c’è: più è ampia l’offerta di uomini disponibili e in concorrenza, più diminuisce il loro valore, facendo di contro aumentare a dismisura quello femminile. Una strategia cinica e vampirizzante che la dice lunga sulla fondatezza del mito secondo cui “il femminismo è per la parità” e inclusivo.


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