Fabio Volo e Bruno Vespa: benvenuti nel club

Quanto accaduto a Fabio Volo e a Bruno Vespa è la prova che la violenza ha tante facce. Quella perpetrata a loro danno è di un tipo subdolo. E’ quella che, pur essendo tra le più pericolose in assoluto, sa passare sottotraccia, nascondendosi sotto parole come “parità”, “equità”, “uguaglianza”, “lotta alla violenza”. E’ quella che passa per agnello, pur nascondendo un lupo feroce sotto il vello. E’ la violenza alla libertà collettiva. Una persona che picchia un’altra persona o la annichilisce dal punto di vista psicologico, danneggia un singolo. Cosa gravissima di per sé, non ci piove, ma ha di buono che gli effetti restano confinati. Chi fa violenza alla libertà collettiva invece colpisce tutti indiscriminatamente.

Sto parlando dell’oggi, non di altro. Sto parlando del fatto che esistono gruppi organizzati in grado di decidere chi può parlare e chi nodi cosa si può parlare e di cosa no, e anche come se ne può parlare e come non si può. Si tratta di un’azione che tocca dunque i gangli fondamentali della circolazione del libero pensiero, una cosa che riguarda tutti. Nel confronto libero tra posizioni diverse espresse da uomini e donne eguali sta l’embrione della crescita sociale, civile e culturale di una comunità. Se quel confronto viene represso, la comunità regredisce a uno stato di oppressione primitiva e le regole comuni diventano quelle di un regime totalitario.


Chi fa violenza alla libertà collettiva colpisce tutti indiscriminatamente.


fabio voloFabio Volo è un personaggio famoso, difficile trovare qualcuno che non lo conosca. Personaggio TV e radio, attore, scrittore, ha costruito la sua immagine sul cliché dell’eterno fanciullo, un po’ gigione, sempre popolare e spesso provocatorio. Caratteristiche sempre presenti, anche adesso che è più che adulto e padre di famiglia. Le peculiarità del suo personaggio sono note, così come quelle di altri personaggi famosi molto caratterizzati (Vittorio Sgarbi, Zoro, Diego Fusaro e altri), ed è in quest’ottica che va inquadrato il suo intervento in radio su Ariana Grande. Non ha fatto una disamina sociologica, ha semplicemente interpretato il proprio pensiero a modo suo: goliardico, provocatorio, istrionico. Non è un caso che abbia usato termini iperbolici, affidandosi anche al dialetto (puttanun). Il tutto per trasmettere un messaggio in difesa delle donne: il tipo di cultura veicolato dai videoclip musicali americani per adolescenti è pericoloso per le utenti di sesso femminile. E’ uno svilimento del corpo e della sessualità femminile, una spinta alla sessualizzazione precoce che pare non accettabile. Vagli a dare torto, nel merito.

Bruno Vespa è un giornalista, conduttore, anchor man ugualmente celebre in Italia. Spesso preso in giro per i suoi “plastici”, è e rimane una colonna del giornalismo televisivo politico e di cronaca. Che poi le sue inclinazioni politiche lo possano portare a interpretare in modo diverso la sua professione, è cosa che si può discutere, ma rimane certo che è un grande professionista. Ha ben presente che il giornalista, di regola, non è uno yes-man, né una spalla per monologhi compiacenti. Compito del buon giornalista è far sì che gli intervistati raccontino le proprie vicende, espongano le proprie idee, ma anche andare a cercare il baco nei loro ragionamenti e resoconti. Vespa sa che giornalista è soprattutto colui che fa la seconda domanda, quella scomoda. Altrimenti è solo un ruffiano, che è altra cosa dal giornalista. La sua intervista a Lucia Panigalli, donna dalla storia personale tanto atroce quanto assurda, ha permesso di far emergere una stortura incredibile del sistema, che si muove solo se scorre il sangue (e spesso è troppo tardi) e di porre in evidenza una testimonianza terribile di questa anomalia. Ci sono state domande non compiacenti, è vero. Vespa le ha poste per fare bene il proprio mestiere, ovvero per non consentire un’eccessiva e ulteriore drammatizzazione di una vicenda che già da sola grida vendetta. E perché era suo compito raccontare la realtà reale, non quella artefatta che poteva sortire da un monologo a ruota libera e senza un minimo di senso critico.


Giornalista è soprattutto colui che fa la seconda domanda.


bruno vespaEntrambi, insomma, Fabio Volo e Bruno Vespa, hanno ottemperato al loro dovere, nel modo con cui la loro professione richiede di farlo. E in entrambi i casi, al di là di termini, modi e stili, una volta tirate le somme di tutto, il messaggio è stato di tutela verso le donne. Quelle ancora in erba, nel caso di Volo, quelle adulte e tormentate da un folle, nel caso di Vespa. Ci si sarebbe aspettati dunque una reazione del tipo: “va là Volo che sei volgarotto e un po’ pirla, però hai ragione, dovremmo difendere le nostre figlie”. Oppure: “dottor Vespa, grazie per aver trattato la sua intervistata alla pari di altri, senza fare sconti: così la sua storia ne è uscita più credibile”. Invece no, la reazione è stata furibonda, incontrollata. Una gigantesca ondata di polemiche si è abbattuta sia su Volo che su Vespa, il primo accusato di aver usato termini offensivi verso le donne, il secondo di aver tentato di colpevolizzare ulteriormente una vittima. Questo a riprova ulteriore di un assioma di cui si stanno convincendo sempre più persone: il femminismo militante non vuole tutelare le donne. Vuole solo sfruttarne le sofferenze per avere potere, visibilità e per fare business. Il top dell’assurdo si è toccato con il procedimento aperto contro Vespa dall’Ordine dei Giornalisti, colpevole di aver fatto bene il proprio mestiere.

Quanto accaduto non è, a ben guardare, un’inconcepibile inversione della realtà? Non è forse un tentativo di imporre con la violenza chi siano i soggetti qualificati, quali i temi ammessi e i modi di trattarli? Sì, lo è. Sotto attacco vengono messi, oltre che le persone singole, anche le emittenti che hanno dato loro spazio, come a dire che quello spazio dovrebbe essere loro tolto. Non è questa censura, fascismo, fondamentalismo ideologico? Sì, lo è. I gruppi femministi che, intendiamoci, sono costituiti da una manciata di fanatiche e rappresentano quattro gatti, per quanto estremamente rumorosi e ben organizzati, hanno sollevato un polverone secondo il solito schema da Fiera dell’Est: tumulto sui social (che in un contesto ragionevole dovrebbe valere come una scoreggia nello spazio), che chiama i mezzi di comunicazione di massa famelici di polemiche e di click, che a loro volta chiamano i politici smaniosi di arraffare consenso allineandosi alla direzione presa dall’opinione pubblica. Un pessimo andazzo, perché nel mirino di questo meccanismo killer della libertà può finire chiunque, non solo il famosissimo Fabio Volo o il famosissimo Bruno Vespa. Per chi finisce nel mirino, a prescindere da ogni ragionevolezza, approfondimento, considerazione oggettiva delle cose, l’isteria telematica e mediatica si trasforma, con un’accelerazione da 0 a 500 Km/h in pochi minuti, in una tempesta di merda (shitstorm) che travolge tutto.


Non è questa un’inconcepibile inversione della realtà?


lorella zanardoIn reazione, Fabio Volo, col distacco della consapevolezza di essere e rimanere un personaggio pubblico apprezzato dalla maggioranza, si mostra basito per gli aspetti grotteschi che può assumere la violenza femminista contro le libertà collettive. Bruno Vespa, dal canto suo, giustamente prova a non farsi mettere nel sacco, ribattendo indignato e ribaltando sulle vagine armate i ringraziamenti dell’intervistata e del suo legale. Professionisti che non si piegano, non si scusano. Che non fanno come Justin Trudeau che si scusa per essersi travestito da persona di colore millemila anni fa per impersonare Aladino durante un carnevale, e dunque per essersi comportato “da razzista” (si attendono le scuse di tutti i cantanti lirici che abbiano impersonato Otello). Scuse riprese con soddisfazione da Lorella Zanardo, una colonna portante del femminismo estremista italiano, proprio per bacchettare Vespa, non a caso. E’ ai mostruosi estremi di Trudeau che il politicamente corretto, specie quello in salsa rosa, vuole portare l’intero dibattito pubblico. Vivaddio ci sono uomini e donne che resistono a questa strategia infame e violenta verso la collettività. E vivaddio ci sono tantissimi altri uomini e donne sempre più saturi di un estremismo senza capo ma con una coda pericolosamente intrisa di veleno non per una persona, ma per tutti, nessuno escluso.


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