Femminismo e delirio d’onnipotenza: il caso di Debora Attanasio

di Giorgio Russo. Tutto ha inizio con un post che Debora Attanasio, femminista attivista, pubblica su Facebook, a commento di una foto di Silvia Romano. Il tono è aspro, provocatorio; il concetto di base è espresso con chiarezza.

Non vale nemmeno la pena commentarlo, cosa che è stata ampiamente fatta su tutti i social e con ogni grado di espressività, dal dileggio all’insulto (risultano non pervenuti messaggi di adesione al concetto). Pochi trattengono la propria indignazione per quello che è un mix di disinformazione su cosa siano i terroristi di Al Shabab (in generale e non solo con le donne) e sulla vicenda di Silvia Romano (ovvio che l’ostaggio lo tratti bene se vuoi ricavarci del denaro), provocazione sessista (gli uomini italiani sono misogini e maschilisti) e attacco politico. Un mix esplosivo, insomma. Che infatti esplode un po’ ovunque. Su Facebook qualcuno, in un gruppo aperto, sbertuccia l’uscita della Attanasio, la quale interviene in prima persona per cercare di arginare le critiche (da qui in poi gli screenshot sono tutti originali, le sottolineature così come l’anonimato per le persone coinvolte sono nostri).

Nessuno dei post di commento naturalmente istigava all’odio. Era una raccolta di opinioni, alcune anche colorite, di molti utenti rispetto al bislacco concetto espresso dalla Attanasio. Che però subito minaccia querela, annunciando che l’eventuale risarcimento economico verrà versato a un’associazione con cui collabora. Un’associazione, ci mancherebbe, in difesa delle donne. Cosa sia nello specifico lo chiarisce la stessa Attanasio rispondendo a un utente:

Tutto chiaro, insomma. La galassia è quella dei centri antiviolenza e affini, dove vanno a proteggersi le “donne pestate dai mariti italiani“. Attenzione, le parole sono importanti e sono state scelte con cura. Sono gli uomini italiani (non di altra nazionalità) a usare violenza fisica contro le donne. È un manifesto politico e di valori, più che una risposta. Dunque è chiaro a chi siamo di fronte. E se non lo fosse abbastanza, a chi le chiede ragione del tentativo di censura, della minaccia di querela e di una sorta di “caccia al commento sopra la righe” per raccattare soldi dalle cause, Attanasio risponde chiaro e tondo: servono soldi, le associazioni hanno fame, dunque…


Be’, per lo meno si dispiace di usare i social network come una riserva di pesca dove andare a terrorizzare i pesciolini, minacciandoli di divorarseli dentro un’aula di tribunale. Però è questo che fa. Con l’istinto di un cecchino. La sua intimidazione viene infatti ripetuta commento per commento. Nel suo narrato appare prima uno, poi due avvocati. Entrambi all’erta, con l’occhio nel mirino assieme a lei, per beccare il pollo da terrorizzare (“lei è nei guai”) e magari da spennare.

Le intimidazioni della Attanasio, non si sa bene come né perché, suonano convincenti, anche perché menziona un “attentato” di cui sarebbe stata vittima (ma chi fa un attentato a Debora Attanasio???), tanto da imporre alle autorità di metterla sotto protezione. Esagerazione o meno che sia, da quel momento è una corsa di tutti a cancellare il proprio commento, cui segue un fuggi fuggi generale. Unica ardimentosa a palesarsi contro la burbanza aggressiva della femminista è una donna. Anche a lei il post iniziale della Attanasio ha dato la nausea, ma soprattutto non le torna questa cosa del bisogno di soldi dell’associazione da soddisfare tramite querele a pioggia, specie espressa in modo così sfrontato. Cosa che già di per sé, per altro, comporterebbe l’archiviazione di qualunque denuncia presentata dalla pasionaria in questo frangente.

La giovane coraggiosa con ciò probabilmente tocca un nervo scoperto. La reazione della Attanasio è da non credere: prende di mira la ragazza con toni intimidatori che via via si fanno sempre più somiglianti a un delirio di onnipotenza, fino al parossismo di rivolgersi a un’immaginaria segretaria o forse a uno degli avvocati (tale “Lory”) cui dà l’ordine di occuparsi della disturbatrice. I toni sembrano quelli di Scarface che dà ordini a uno scagnozzo, così ci si immagina Bernardo Provenzano mentre detta un pizzino. “Lavoro completo per questa”, dice la Attanasio alla fantomatica segretaria o avvocata, “è una prescelta”. Sembra di sentire lo schiocco di dita che dà l’ordine di sguinzagliare i mastini. E a nulla serve che la coraggiosa utente le faccia notare che sta minacciando, intimidendo e bullizzando proprio una donna (per altro al terzo mese di gravidanza).

Ora, questo show, a nostra opinione del tutto delirante, della Attanasio su Facebook ha avuto molta risonanza. Abbiamo ricevuto numerosissime segnalazioni da vari follower e utenti terrorizzati di venire chiamati in causa o indignati che non ci si possa più esprimere per criticare liberamente una chiara castroneria, perché certe donne sono talmente organizzate e potenti da avere a disposizione legioni di avvocati pronti a muoversi gratis per loro, da un lato, e perché dall’altro le stesse sembrano non avere pietà di nessuno se si tratta di raccattare da chiunque un po’ di soldi per le loro “associazioni”. A tutti abbiamo detto le stesse cose, che ora ripetiamo qui, come indicazione di massima, prima di trarre le conclusioni da quello che abbiamo letto. E l’indicazione principale è: non si dimentichi cosa sono i social network. Nulla. Sono “il Nulla”.

Debora Attanasio
Debora Attanasio

Si deve partire da lì per capire che tutto ciò che sembra grande e grosso su Facebook e dintorni, nella maggior parte dei casi è meno che microscopico. I social sono amplificatori pubblici delle frustrazioni o della megalomania privata. C’è poco da spaventarsi dunque se qualcuno ci abbaia addosso da lì. Quelli veramente pericolosi sono gli avversari che stanno in silenzio e in silenzio colpiscono. Si aggiunga che non esiste avvocato che stenda e depositi una serie di querele gratis. Ogni querela richiede una descrizione dettagliata, argomentazioni elaborate per sostenere le ragioni di chi querela, più tutte le procedure burocratiche per depositarla. Tutto tempo da impegnare, tutto lavoro da fare, che nessuno fa gratis (giustamente). Si aggiunga che, conoscendo la personalità di un normale avvocato, è difficile pensare che alcuni accettino di starsene pronti e disponibili al sol schiocco di dita di una Attanasio qualunque. Ma ipotizziamo pure che sia così.

Allora occorre andarsi a vedere un po’ di giurisprudenza sulle vicende che avvengono sui social: dalla Cassazione in giù si afferma sempre di più l’indicazione di lasciar correre quando si tratta di scaramucce o insulti sui social. Giusto o ingiusto? Chissà. Di sicuro è molto pratico. L’ampiezza dell’uso di quegli strumenti infernali è tale che se le Procure procedessero per tutte le denunce tipo: “su Twitter Tizio ha scritto che sono uno stronzo, perseguitelo per diffamazione!”, praticamente dovrebbero occuparsi sono di quello. Ecco perché ormai le denunce per insulti da social vengono archiviate quasi sistematicamente. Altro conto se si tratta di minacce: lì, giustamente, l’indirizzo è quello di tenere gli occhi aperti. C’è poi il mito della Polizia Postale, questo grande occhio che può osservarci tutti e non esiste cyberbullo che non abbia un cugino che ci lavora. Intendiamoci: siamo in Italia. La Polizia Postale è sotto-organico (come in tanti altri settori), può agire solo su mandato di un magistrato e non per segnalazione di un avvocato o di un privato. Nessun altro, nemmeno un avvocato, ha diritto a raccogliere informazioni private di altri, se lo fa è dossieraggio, col rischio di violare la legge sulla privacy. Per rivelare l’identità di un profilo con generalità false, poi, la Postale deve chiedere a colossi come Facebook o simili, che possono anche rispondere picche o rispondere dopo anni. In più ha l’indicazione dall’alto di dedicare le poche risorse che ha all’antiterrorismo e alla lotta alla pedopornografia, che sono un filo più importanti delle baruffe su Facebook, Twitter, Instagram o YouTube.


Qualche migliaio di euro si strappano al malcapitato.


Questo significa via-libera all’odio in rete e ai commenti volgari o stupidi? Naturalmente no. Se si vogliono evitare problemi è sempre meglio esprimere le proprie opinioni anche in modo appassionato ma senza sbracare. Quello che significa davvero però è che toni come quelli tenuti dalla Attanasio sono pure e semplici trombonate senza fondamento. Un mostrare i muscoli là dove il mostrarli può fare qualche effetto. La cosa agghiacciante è che quello ottenuto dalla Attanasio, cioè una censura ad ampio raggio e una paura generalizzata, deriva dalla percezione diffusa che un’attivista femminista possa tutto, le sia tutto concesso, possa arrivare ovunque, anche a rovinarti senza motivo. Per questo ne sono tutti terrorizzati: ogni femminista che si palesi con toni assertivi viene vissuta come il “Don Tano” della situazione, e la reazione è subito quella di stare muti e buoni, per timore di venire incaprettati. Questo è il livello di potere, che in realtà è una mera suggestione, cui è arrivato il femminismo. Ha imposto un regime del terrore non dichiarato, ma assolutamente presente, che lascia spazio a veri e propri deliri di onnipotenza e ad attività di bullismo e cyberbullismo messo in atto proprio da chi si dichiara in lotta permanente contro violenze, oppressioni e maltrattamenti.

Ma c’è anche un’altra chiave di lettura, molto più cinica e forse molto più realistica. E se fosse tutto vero? Se fosse vero che la Attanasio era lì, collegata via WhatsApp con le sue due avvocate dell’associazione, a fare pesca a strascico di utenti che si erano esposti a criticare vivacemente il suo post su Silvia Romano? L’ha detto chiaro: l’associazione ha bisogno di soldi e non intende perdere nessuna occasione. Altra domanda: e se lo stesso post iniziale, nella sua totale sconclusionatezza, non fosse stato altro che un’esca per spingere le possibili prede in una direzione unica, in modo da prenderle di mira tutte in una volta? Lo fanno cacciatori e pescatori, è una tattica che in inglese, ironia del caso, si chiama stalking, e che in un caso come quello raccontato, se fosse accertato che c’era un’intenzionalità, prefigurerebbe una vera e propria attività di estorsione. Lo schema sarebbe geniale nella sua semplicità: spara una castroneria (tanto, essendo femminista, ti verrà subito perdonata), raccogli le critiche più animate e parti con le querele. Se anche due o tre su cinquanta vengono accettate da qualche PM poco attento, si va subito in conciliazione e qualche migliaio di euro si strappano al malcapitato. Se alla Guardia di Finanza che volesse cogliere l’invito della coraggiosa utente, dopo aver esaminato con attenzione l’associazione della Attanasio, rimanesse ancora un po’ di tempo, potrebbe investigare anche su questo aspetto. Nel frattempo noi rifletteremo in pensoso silenzio, ancora una volta, su cosa siano veramente il femminismo e le femministe.


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