Femminismo: l’articolo NON pubblicato da “La Stampa”

Settimana scorsa mi sono imbattuto in due articoli sul femminismo pubblicati su “La Stampa”, uno a firma Manuela Repetti e un altro a firma Patrizia Ghiazza. Il primo è particolarmente aggressivo, il secondo è una sviolinata di supporto, forse perché il primo non aveva attirato abbastanza click (“get woke, go broke”). Entrambi sono straordinariamente deliranti, ma questo non sorprende. D’istinto mi è venuto di rispondere alle due autrici e, in un improvviso impulso ottimistico, ho inviato la risposta alla redazione de “La Stampa”, chiedendone la pubblicazione. Non era uno dei soliti articoli per cui vengo tanto criticato: nessuna provocazione, niente ironia tagliente, zero toni caustici. Ho usato apposta una prosa tranquilla e ragionante, contenuti concilianti e concessivi, proprio per facilitare la pubblicazione delle mie riflessioni in risposta. Esito scontato: “La Stampa” si è guardata bene dal pubblicare anche solo una virgola. Visto che ritengo quelle riflessioni meritevoli, risolvo la questione pubblicando qui quello che avevo elaborato per la testata torinese. Evviva il giornalismo italiano.

Gentili Manuela Repetti e Patrizia Ghiazza, ho letto con interesse le vostre riflessioni relative alla necessità di realizzare una reale parità di genere. In esse ho rilevato alcuni aspetti che ritengo meritevoli di alcuni approfondimenti. Mi pare sia contro l’evidenza dei fatti che l’universo femminile non abbia “impatto” sulla società. Tutto ciò che attiene alla donna ha, ormai da anni, una ribalta assoluta, non di rado saturante, nell’editoria, nella convegnistica, nella comunicazione pubblica e di frequente nelle leggi, con l’applicazione di quei processi, anomali già per l’ossimoro con cui vengono definiti, rientranti nelle “discriminazioni positive”.


Oggi le donne non hanno motivo di mobilitarsi.


Oltre a ciò, a me pare che il femminismo oggi abbia abbandonato quella pulsione civica che in passato ha contribuito, insieme ad altri fenomeni, a innescare un progresso sociale e civile di cui c’era oggettiva necessità. Il femminismo come viene interpretato oggi ad ogni livello assume invece i caratteri del revanscismo di genere: “in quanto discriminate in passato, tocca a noi discriminare oggi”. Non mi soffermo, ché per affrontare il tema servirebbero volumi, sull’infondatezza sostanziale della discriminazione storica delle donne. Credo sia importante ora riflettere sul fatto che questo volgersi del femminismo contemporaneo a un approccio di mera rivalsa sia probabilmente il frutto del disorientamento conseguente a una mancanza di obiettivi reali.

Oggi le donne non hanno motivo di mobilitarsi per forme di discriminazione reali e diffuse, dunque l’ideologia che pretende di rappresentarle ha bisogno, per sopravvivere, di creare altri traguardi. È la mitologia del passato patriarcale e dei perduranti stereotipi a consentire al femminismo odierno di declinare nuovi obiettivi. Quali? Emerge molto chiaramente dalle vostre riflessioni. In esse non ho letto di istanze orientate ad aumentare il benessere e la realizzazione delle donne, da sole o nella loro inevitabile relazione con l’universo maschile, in una prospettiva di costruzione equilibrata di un avvenire sostenibile. Il femminismo, per come da voi descritto, viene identificato essenzialmente in un impulso di conquista di posizioni di rilievo o potere (decisionale, politico, economico, culturale o altro), a loro volta erroneamente identificate, in base a quello che è davvero ormai uno stereotipo scaduto, come qualcosa di tipicamente maschile.


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Così impostato, quell’impulso deve realizzarsi tramite un conflitto permanente con il maschile, e non a caso i termini usati sono spesso di natura bellica (la “chiamata alle armi”, “battaglia”, “conquistare il potere”). Letto da un’altra prospettiva, il femminismo di cui parlate non pare più l’interpretazione diffusa di un bisogno di civico progresso che sostenga le donne nella piena realizzazione di se stesse, anche in relazione agli uomini, ma è l’ideologia che ispira l’assalto alla baionetta contro alcune limitate ed elitarie posizioni di potere da strappare con la forza agli uomini. Sia essa la forza delle leggi (quote rosa, incentivi, vie preferenziali), dei giudici (maternal preference nelle separazioni, doppio standard nelle incriminazioni e nelle condanne) o della cultura diffusa (#MeToo), l’obiettivo dichiarato suona appunto come una vendetta attuata tramite un “esproprio di genere”, a prescindere da altri aspetti rilevanti come le inclinazioni naturali, il talento, le aspirazioni individuali, il merito e le tante altre sfaccettature che caratterizzano i due sessi complementari.

Dal mio osservatorio, sicuramente parziale, rilevo che si tratta di obiettivi lontani anni luce non solo e non tanto dalla conformazione che il maschile si è dato in anni di riflessioni e trasformazione, bensì soprattutto dalle reali esigenze delle donne contemporanee, che non hanno nessuna intenzione di rinunciare alla loro relazionalità con il maschile per convertirsi a una competizione-conflitto permanente, condotti per di più a carte truccate. Uomini e donne, per quello che vedo io, continuano a nutrire l’ambizione di poter cooperare, come hanno sempre fatto, ognuno dando ciò che sa e può, con ciò bilanciando le rispettive mancanze. Esigono che un lavoro di costruzione del futuro venga fatto assieme, ed entrambi guardano al femminismo bellicoso di oggi come una fuga in solitaria di pochi soggetti e piccole accolite divorate dall’ambizione.


Un’aspirazione all’oligarchia sessualmente caratterizzata.


Il vostro femminismo appare più che altro un’aspirazione all’oligarchia sessualmente caratterizzata che, è chiaro ai più, se portata alle estreme conseguenze, rischia di contribuire alla frantumazione della capacità relazionale tra i sessi, e questa sarebbe una pessima eventualità per il futuro. Perciò il femminismo che tratteggiate, nonostante abbia straordinari mezzi per amplificare la propria voce e apparire rappresentativo, è a mio avviso quanto di più scollato ci sia dalla realtà e dalle vere esigenze delle persone, ovverosia un pericolo. Smettesse di “chiamare alle armi” per uno scampolo di potere e afferrasse, per congiungerle nuovamente, le mani di uomini e donne, tornerebbe ad avere margini per essere memorabile come in parte è stato il femminismo in talune battaglie civiche del passato.


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