Femministe campionesse di violenza e bullismo sui social

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Moltissimi oggi stanno sul web e sui social con l’intenzione di occuparsi di questioni sociali o politiche. Se non che per alcuni di loro l’attività si riduce a costanti tentativi di far chiudere pagine e profili di chi la pensa diversamente. Non sprecano tempo esponendo e argomentando le proprie opinioni, o anche semplicemente condividendole con chi è d’accordo con loro: troppo faticoso, forse, sicuramente troppo noioso. Ecco allora che la loro presenza in rete è devoluta quasi integralmente a una sorta di missione purificatrice, mirante a scacciare il demonio, ossia chi la pensa diversamente, ovunque si annidi. Ogni gruppo d’opinione ha la sua bella pagina “segreta” dove organizza le shitstorm o le segnalazioni in massa contro l’odiato avversario, che naturalmente si dota del pari di una contro-pagina “segreta” per contrattaccare e via così, in un delirio assoluto.

L’esito di queste condotte non è ovviamente un libero e magari anche aspro scambio d’idee, ma una vera e propria guerricciola, un risiko combattuto sulle varie piattaforme social a suon di click, sospensioni temporanee tattiche degli account e delle pagine, proclami retorici con cui si dà l’avvio a qualche guerra santa e così via. Tanto tempo prezioso perso in una mobilitazione che, in molti casi, assume le fattezze di una nuova Inquisizione e i modi di squadracce dedite alla manganellatura mediatica. In questo, inutile dirlo, eccellono i gruppi più o meno apertamente femministi. Essere femministi, tra gli altri abomini, significa anche non ammettere che qualcuno possa avere idee diverse e contrastanti con i propri dogmi. Ecco allora che soprattutto tra costoro sorge l’esigenza di indossare il cappuccio bianco, brandire la torcia incendiata e vagare alla ricerca del nemico da mettere al rogo. Il tutto autolegittimandosi in questo ruolo in ogni modo possibile, quasi sempre con un’ipocrisia tragica e comica ad un tempo.


Prendere a calci nel culo la gang di disturbatrici di turno.


Si tratta di un fenomeno notevole sotto molti aspetti, in realtà. Al di là della convinzione di essere dalla parte del Bene, mentre tutto il resto è il Male, che è tipico dei fanatismi e settarismi, ciò che accade ha caratteristiche peculiari, che meritano di essere analizzate. Abbiamo allora amministratrici o amministratori di pagine chiaramente affetti da diversi problemi psichiatrici, che si manifestano attraverso l’esibizione di evidenti manie di persecuzione, megalomania e personalità istrioniche talvolta anche molto potenti. Costoro, in ambito femminista, sono solite sbrodolare lunghi post sconclusionati, dove si accusa un po’ tutto il genere maschile, spesso sulla base di vissuti personali, per poi chiamare tutti i follower alla jihad sessista. Seguite come cagnette fedeli da seguaci senza cervello, organizzano allora vere e proprie spedizioni punitive, prendono di mira qualche utente maschio e lo maltrattano con enorme ferocia, puntando spesso a una profonda violenza psicologica.

Quando ottengono risposte per le rime, annunciano screenshot a pioggia e minacciano querele, anche se di fatto nessun reato è stato commesso da nessuno. Questa di minacciar querela, come abbiamo già visto, è una caratteristica comune delle femministe in battuta di caccia in branco: sanno che tutti sanno quali vie preferenziali abbiano le donne nelle procure e nei tribunali. Questa coscienza collettiva rende serie e spaventevoli le loro minacce di azioni legali, da cui molti ingenui si fanno impressionare, finendo per dargliela vinta. La vittoria le fa tornare baldanzose alla base, cariche abbastanza per organizzare una nuova sortita, un nuovo blitz in giro per la rete, dove come bravacci o bulletti di quartiere finiscono per spadroneggiare. Questa è la dinamica che accade usualmente, a meno che non incontrino qualche vittima particolarmente resiliente o reattiva, che sa quanto siano fatue le minacce di querela e dunque risponde per le rime, fa muro e sostanzialmente prende a calci nel culo la gang di disturbatrici di turno.


Si scopre che nella loro vicenda alla fine quelle sotto accusa erano proprio loro.


Quando impedite nella loro attività di bullizzazione degli altri, la reazione è sempre la stessa: si grida alla violenza, alla sopraffazione e al bullismo. Ovvero se non funziona la consapevolezza comune del privilegio femminile nella società, si sfodera il vittimismo. Proprio quello basato sul narrato dilagante, secondo cui dimostrare a una donna che ha detto una cazzata è già violenza. Trasformate tutte dal femminismo tossico in un esercito di fragilissimi fiocchi di neve, le femministe che vedono fallire i loro attacchi, cominciano a lamentarsi di aver subito qualche sopruso, cercano di innescare un senso di colpa diffuso, che è poi li metodo più rapido per arrivare ad avere ragione. Quando sconfitte, tornano guaendo nella loro tana tutte insieme e si lamentano della brutalità maschile in lunghi post tassativamente aperti al pubblico (cosicché i bruti vedano e si sentano in colpa!). Sono i casi in cui il femminismo va in loop, comincia a girare su se stesso, macinando, rimasticando e vomitando i propri principi, in un solipsismo ottimale per la loro camera dell’eco. Mentre si battono il petto e si dicono quanto sono vittime, in cuor loro pregano che qualcuno vada a provocarle, confermi le loro convinzioni e dia loro quell’attenzione di cui mancano e che per questo bramano. Il segreto (e il consiglio) è non farlo mai: si insegue un nemico fino a casa sua solo se ha la dignità per essere tale. I branchi di cani selvatici si scacciano e basta.

C’è poi il fenomeno estremo, quello delle capo-popolo che organizzano gruppi d’azione “contro la violenza e il bullismo”. Sono le guardie della rivoluzione femminista in rete, tra le quali militano anche alcune influencer molto note, che si autoproclamano detentrici del monopolio di violenza e bullismo dichiarandosi però in lotta contro… la violenza e il bullismo stessi. Sì, è un concetto paradossale, ma se inquadrato nel femminismo tutto è logico, anche il contrario di tutto. Ebbene costoro hanno veri e propri manipoli di seguaci con cui cercano, tramite segnalazioni in massa, di far chiudere le pagine altrui, con il pretesto che esse promuovano la violenza e il bullismo. Fenomeni definiti però non in modo oggettivo, ovviamente, ma in modo del tutto soggettivo. Spesso arrogandosi i diritto di farlo essendone state esse stesse in passato vittime, come asseriscono. Viene applicata nella pratica, cioè, l’idea fondante del femminismo: “avendo subito storicamente soprusi e oppressione dall’uomo, ora siamo legittimate a ribaltare le parti”. Come basta controllare la storia per far emergere tutta la falsità di quell’assunto generale, così accade se si tratta di storie personali usate per autolegittimarsi. Cerca cerca, si finisce sempre per trovare articoli, documenti e pure diversi file audio reperibili in gruppi specifici su Telegram, dove si scopre che nella loro vicenda alla fine quelle sotto accusa erano proprio loro. Ma non è l’unica contraddizione: se il loro bersaglio oggettivamente non bullizza, non istiga alla violenza, non fa nulla di male, tranne diffondere idee a loro sgradite, allora addossano la colpa ai follower del bersaglio stesso. “Guardate come commentano…”, si strilla a tutta voce, postando screenshot su screenshot. Come se gli autori di un post o di un articolo dovessero assumersi la responsabilità di chiunque commenti o ne rappresentassero legalmente l’opinione. Cosa che, se fosse, gli imporrebbe come prima cosa di autopunirsi molto severamente.


Conviene di più chiudere i social e cominciare a vedersi nelle piazze.


Un paradosso? No, non tanto. Siamo nell’epoca dove gente si inginocchia alla memoria di un delinquente incallito solo perché di colore e ucciso dalla polizia. A genuflettersi anche molte femministe, per le quali l’aspetto razziale evidentemente paga di più dell’aspetto di genere, stante l’incoerenza di rendere omaggio a un uomo che rapinò una donna incinta puntandole la pistola alla pancia. Ossia siamo in un’epoca dove peggio ti conduci, più sei malfattore, disonesto, criminale, corrotto, falso, più ottieni visibilità e seguaci. Dunque ci sta che fanciulle accusate di revenge porn o stalking o bullismo poi si facciano paladine contro gli stessi fenomeni, riuscendo a raccogliere un seguito notevole. Ci sta, come capita in molti casi, che queste leader abbiano spesso appena pubblicato un libro, registrato una canzone o fatto qualche altra quisquilia a carattere commerciale, naturalmente improntata a raccontare la vitaccia delle donne vittime. Ci sta anche che tutto ciò debordi in disturbi non da poco, che si manifestano nell’ossessione di avere “infiltrati” nei loro gruppi segreti (e in effetti ci sono sempre) e che le inducono a inventare alleanze fantasiose (con gli Anonymous, con qualche esponente governativo o altri) per cercare di impressionare di più il “nemico”.

In tutti questi giochetti più o meno sporchi finisce chi non ha nulla da rimproverarsi, chi cerca di fare approfondimento, o si limita ad esporre le proprie legittime opinioni, o chi fa della satira, magari particolarmente caustica, ma palesemente satira. Costoro vivono nel timore di finire nel mirino delle pazze della purezza in preda alla brama di epurare gli altri. Paura perché Facebook, Instagram, Twitter, YouTube e tutto il resto della compagnia social hanno i loro algoritmi, e ci vuole niente a sollecitarli a chiudere una pagina, un profilo, un gruppo. Mica vanno a vedere, a fronte delle segnalazioni, che cosa davvero si pubblicava: il meccanismo è pressoché automatico. Mica hanno presente cosa dice l’art. 21 della Costituzione, concepito proprio perché le persone che la pensano diversamente possano sempre esprimere (civilmente) le proprie idee, magari confrontandosi per trovare, chissà, un punto in comune. Chi ha da promuovere il proprio libro o la propria canzone, chi ha soprattutto necessità di riempire se stessa di un significato senza il quale rimarrebbe un profondo vuoto, se ne fotte dell’art.21, del confronto, dell’amor proprio, della coerenza e di ogni altra cosa. Schiacciare con la violenza e il bullismo il nemico serve per riempire quel loro vuoto; proclamarsi contro violenza e bullismo, oltre a legittimare le loro malefatte, serve per autoconvincerle di stare dalla parte giusta. Il brutto è che non le si può ignorare, come meriterebbero: chi vuole poter continuare a esprimersi alla fine è costretto o a scappare o a scendere in guerra. Se qualcuno se lo fosse chiesto, dunque, sì: è la presenza di queste teppiste oggi uno dei motivi che stanno rendendo i social network il luogo peggiore dove stare o dove trattare temi di carattere sociale. E difficilmente ci sarà modo di fare repulisti. Conviene di più chiudere i social e cominciare a vedersi nelle piazze.


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