Giù le mani dalla famiglia di Giuseppe

Giuseppe Danelli
Giuseppe Danelli

di Davide Stasi – Metti un padre incensurato, che ha come uniche pecche quelle di aver disertato alcuni incontri di mediazione con l’ex moglie, da lui denunciata e poi condannata per abuso di mezzi di correzione, e di aver denunciato anche il sistema di gestione delle separazioni e degli affidi, in presenza di un minore abbastanza grande (14 anni) per poter manifestare la sua decisione sul genitore con cui stare. E metti anche un potere non ama essere criticato, specie se uso ad operare arbitrariamente.

Questa è la situazione in cui versa Giuseppe Danelli, come ho raccontato lunedì. Lui e suo figlio stanno provando sulla propria pelle cosa voglia dire essere oggetto di un accanimento istituzionale privo di reali motivazioni. Dunque di una sorta di persecuzione. Martedì infatti carabinieri e assistenti sociali sono tornati a bussare alla sua porta con il preciso intento di strappargli suo figlio per portarlo dalla madre, a cento chilometri di distanza, in un mondo diverso, una scuola diversa, una realtà che il ragazzo ha detto a chiare lettere di non volere.


“Nessun magistrato finora lo ha preso in considerazione”.


Il quadro dev’essere chiaro: la madre ha sulle spalle una condanna grave, Giuseppe no. Quest’ultimo garantisce al figlio una casa e una vita più che dignitose, un’educazione efficace e un clima sereno. Prova ne è l’ottimo profitto del ragazzo a scuola. Padre e figlio condividono alcuni hobby e alcune passioni, hanno un’intesa profonda, che non include condotte del padre miranti ad alienare il figlio dalla madre. Eppure un giudice ha deciso che Giuseppe “non è più in grado di occuparsi del figlio”. Perché? Non si sa. Si sa solo che quello stesso giudice vuole che il ragazzo stia con la madre (ripeto: condannata per abuso di mezzi di correzione).

Il blitz di carabinieri e assistenti sociali però è stato sventato. Giuseppe non ha aperto la porta. E ha fatto bene. A sostenerlo la sua eccezionale avvocato Romina D’Agostini: “Non capiamo perché tanto accanimento”, ha dichiarato, “il ragazzino ha 14 anni ed è in grado di riferire con chi desidera vivere. Ha scritto una lettera di suo pugno al giudice nella quale spiega di stare bene con il papà e di voler essere ascoltato, ma nessun magistrato finora lo ha preso in considerazione”. Probabilmente, avesse scelto la mamma, avrebbe avuto uno stuolo di giudici pronto ad ascoltarlo.



Tutto è concesso, se si è donne.


Giuseppe Apadula, ex marito di Laura Massaro

Il mio è un pensiero malevolo? Forse, ma ne ho motivo. Perché è vero che Giuseppe si sta opponendo all’ordinanza di un giudice, per altro già impugnata dal suo legale, e che dunque sta agendo contro la legge. Ma non è il solo. Ce ne siamo occupati e ce ne occuperemo ancora parecchio in futuro, sebbene ci sia chi ha motivo di contestare il parallelismo: esiste il precedente di Laura Massaro, una madre che, secondo i giudici, avrebbe bisogno urgente di assistenza psicologica e che, nonostante questo, tiene per sé un minore a dispetto di ordinanze e sentenze e di un padre equilibrato che attende di reincontrare il figlio.

Perché Massaro è immune da qualunque accanimento, anzi è diventata un’eroina, mentre Giuseppe deve barricarsi in casa per difendere sé stesso e la felicità del figlio? Secondo quale stortura più un genitore è avvolto da ombre (i disturbi psicologici di Massaro, la condanna dell’ex di Giuseppe), più ottiene garanzie e protezione, mentre chi è cristallino e incensurato deve subire persecuzioni e svantaggi? L’elemento dirimente, manco a dirlo, è il sesso di appartenenza. Tutto è concesso, se si è donne. Se si è uomini, si è inermi e nulla viene concesso, nemmeno davanti all’evidenza.


Giù le mani.


Ebbene tutto questo deve finire. La storia di Giuseppe Danelli è il contraltare della storia di Laura Massaro. Sono le due facce orrende di uno stesso fenomeno, un doppio standard che grida vendetta sia per l’ingiustizia che implica, sia perché va a intaccare il benessere e i diritti di minorenni. Il tutto in virtù di una cultura femminocentrica e matricentrica che, dati e fatti alla mano, non ha e non deve più avere fondamento. Le due vicende sono ugualmente paradigmatiche. La loro soluzione darà la misura del livello di civiltà in cui ci troviamo a vivere nel nostro paese.

Da parte mia non c’è molto da riflettere per decidere da che parte stare. Le evidenze sono tali che non ci possono essere tentennamenti. Ed è per questo che, come cittadino, non chiedo, ma intimo alle autorità che si stanno occupando del caso di Giuseppe Danelli e di suo figlio: non osate più. Nessuno più, in divisa o meno, si avvicini alla sua porta. Ed è un’intimazione a cui tutti i cittadini liberi, saturi di ingiustizie, dovrebbero unirsi, affinché il loro grido protegga i figli da decisioni dissennate e persone non equilibrate. Signori, giù le mani dalla famiglia di Giuseppe Danelli. Giù le mani da suo figlio.


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