Identità biologica e identità di genere

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Alessio Deluca. Nel momento in cui questo blog si schiera apertamente e ostinatamente contro il DDL Zan-Scalfarotto-Boldrini, diventa necessario sviluppare qualche riflessione di principio su una questione dibattuta da tempo, che in buona misura sta alla base dell’operazione politico-lobbistica presto in discussione alla Camera. Cosa pesa di più, l’identità biologica o quella che da qualche tempo viene chiamata “identità di genere”? E nel bilanciamento delle due, quali ricadute ci possono essere su tutta la comunità?

Per i profani, e in estrema sintesi: con identità biologica s’intende quella definita dai processi naturali e identificati alla nascita (in realtà anche prima) e verificabili dalla presenza di cromosomi XY (maschio) o XX (femmina). Da ciò discende che in natura esistono due e solo due generi, meglio definiti come sessi, entrambi con caratteristiche spesso comuni ma assai più spesso radicalmente distintive. L’identità di genere sostiene invece che il dato biologico in sé è pressoché irrilevante, serve solo, appunto, a definire il sesso di appartenenza. Altra cosa è il “genere”, che viene culturalmente costruito da una lunga serie di stereotipi trasmessi da soggetti come la famiglia, la scuola, la società. Stereotipi che impediscono alla persona di esprimere liberamente il proprio genere d’appartenenza, che può non coincidere con il sesso. Dunque non si è maschi o femmine, ma si diventa maschi o femmine, in un processo che può essere orientato a prescindere e anche contro il dato biologico.


Oggi un laureato in “gender studies” ha più voce in capitolo di un chimico o un biologo.


John Money

La teoria dell’identità di genere è una filiazione diretta della “teoria gender”, inaugurata negli anni ’50 e ’60 dal medico criminale americano John Money. Colui che, nell’applicare le sue teorie maniacali su un soggetto (David Reimer), ne ha devastato la vita, coinvolgendo nel disastro anche la sua famiglia. Una vicenda che si è conclusa con due suicidi (quello di David e del fratello gemello). Su una teoria così bene e così eticamente verificata si basa dunque l’assunto dell’identità di genere, che ha sorpassato in souplesse le mostruosità di Money, riproponendosi, anzi imponendosi al mondo a partire dagli anni ’90 attraverso istituzioni e agenzie sovranazionali (dall’ONU in giù), che l’hanno sposata sia per le pressioni lobbistiche, sia come metodo tanto unilaterale quanto bislacco per rispondere al riscaldamento globale (più omosessualità, meno figli, meno sovrappopolazione…).

Per affermare i suoi contenuti sono state colonizzate le accademie, specie quelle umanistiche, e i governi “radical” hanno promosso fortemente l’agenda distopica che ne conseguiva, camuffandola da politicamente corretto. Dagli anni ’90 se n’è fatta di strada, e ancora oggi non lavori, non hai cattedre o ruoli se non ti adegui ai dogmi, alle ricerche omissive e piene di bias, che così pullulano ovunque. Trattandosi di scienze umane, non dovrebbe essere complesso (e di fatto non lo è) smontarne gli assunti, specie per le scienze pure, che già da tempo hanno dimostrato gli effetti determinanti della biologia sulla definizione dei “generi”. Eppure la critica alla scientificità, nei metodi e negli esiti, che oggi va per la maggiore e che sfocia talvolta nell’assurdo dell’anti-scienza militante, ha fatto breccia, cosicché oggi un laureato in “gender studies” ha più voce in capitolo di un chimico o un biologo, per quanto tutto ciò possa sembrare paradossale. Costruito il sistema, ci hanno pensato i media a ficcare il tutto nella mente della gente, che ora crede davvero che il sesso non sia dato dalla nascita ma dai processi culturali e dunque si possa cambiare.


“A te cosa toglie?” lo chiedevano probabilmente anche i nazional-socialisti.


Parliamo di “gente” ma, va detto, si tratta di una minoranza confusa, in gran parte, e in parte in piena malafede. Il bug di fondo tuttavia emerge potentemente, ora che il dibattito sul DDL Zan infuria. In giro si leggono cose spaventosamente meravigliose. C’è chi tira fuori la “disforia di genere”, un problema psichiatrico su cui la comunità scientifica in realtà sta ancora discutendo, e sulla base del quale si dovrebbero stabilire leggi impositive o punitive per tutti (come il DDL Zan appunto). Come se, esistendo gli schizofrenici che si credono Napoleone, occorresse consentirgli per legge di invadere la Russia. Altri hanno talmente interiorizzato la teoria, per dabbenaggine propria o per interesse, da definire l’identità di genere una “nuova verità” definita dal “progresso”, che soppianta la verità biologica. Altro che i fuochi attizzati e le spade sguainate di Chesterton… Quando lo si fa notare, la replica più frequente è l’emblema della società in cui viviamo: “ma a te cosa toglie?”.

È emblematica perché rappresenta in toto lo scivolamento egoistico e individualista a cui è stato spinto l’intero mondo occidentale. Dato che a me personalmente non toglierebbe nulla riconoscere la validità della teoria gender, non dovrei farmi dei problemi. Come se non ci fossero persone affezionate a valori comuni, a principi generali come la libertà di pensiero e parola, e che quindi potrebbero dissentire dall’obbligo di legge di mentire ad esempio sull’appartenenza sessuale di un trans, chiamandolo al femminile, sebbene la verità dei fatti lo includa nell’ambito maschile. Non è concepibile per gli arcobalenati pensare che qualcuno voglia difendere i diritti di tutti e non solo i propri interessi di bottega. “A te cosa toglie?”, chiedono, come forse chiedevano i nazionalsocialisti a chi si opponeva all’idea che la razza ariana fosse superiore e quella ebraica fosse degradata. Perché sempre a quel punto siamo: là era una minoranza fissata con la razza, nonostante la biologia li smentisse; qua c’è una minoranza ugualmente agguerrita ma fissata con il genere, sebbene anche qui la verità naturale e la biologia li smentisca totalmente. L’unica differenza è che i primi menavano e sparavano, questi ottengono privilegi per sé e bavaglio per gli altri con il semplice piagnisteo pubblico e i maneggi sottobanco.


La sovversione della verità genera disastri per tutti.


Ma alla fine cosa conta di più, la biologia o la cultura, nel definire i caratteri di genere di una persona? La ricerca scientifica, quella vera, non quella umanistica (che è scienza, ma molto molto meno), non ha dubbi: la biologia ha un peso significativo in alcuni casi, determinante in altri, irrilevante in altri ancora. Ma conta in modo indelebile: non c’è lavaggio del cervello o sentore interiore o bombe di ormoni o operazioni chirurgiche che possano cancellare il setting naturale. Per quante cure e interventi faccia un uomo transgender, avrà sempre una struttura scheletrico-muscolare maggiore di una donna, perché così impone la programmazione dei suoi cromosomi e dei cromosomi della donna stessa, solo per fare un esempio molto banale. Da lì non si scappa. Un utente di Facebook, un ricercatore, ha postato un lungo e importante elenco di studi accademici e scientifici recenti che tolgono ogni dubbio in merito. Ci siamo presi la libertà di copiarlo e farne una pagina apposita, per chi fosse interessato. Quegli studi dicono a chiare lettere che la cultura ha un’influenza potente sulla definizione dei generi, ma che non è determinante. E basta questo a far crollare il castello ideologico alla base dei piagnistei e dei disegni di legge fascio-sovietico-arcobaleno.

Ma, infine, e al di là dell’accademia e della scienza, nella pratica cosa comporta il voler aderire a un principio di verità? Vuol dire che un uomo che si sente donna (o viceversa) non può e non deve essere privato di nessun diritto umano concesso a una persona che non vive la sua condizione. Significa che è soggetto attivo di diritti e doveri, tutele e protezioni, né più né meno di altri. Va riaffermato anche perché è un vizietto delle minoranze piagnucolanti quello di voler imporre “animali più uguali degli altri”. Non è omotransfobico dire che solo un uomo e una donna possono procreare o che esistono due sessi, perché corrisponde a verità. Una verità che ferisce chi vive un’altra realtà, ma di tutte le sofferenze si può venire a capo. Come diceva Antoine de Saint-Exupérie, l’essere umano ritrova se stesso soltanto davanti agli ostacoli. Il dolore interiore di un transgender, omosessuale o di una lesbica deve dunque trovare la sua risoluzione nelle risorse interiori della persona, ma anche nella cortesia, nell’accoglienza, nell’empatia, nel senso civico di chi gli sta intorno. Ciò che quella sofferenza non può e non deve fare è dettare regole sociali e ancor meno obblighi legali per tutti. Non per cattiveria, omotransfobia o altro. Ma perché la sovversione della verità può dare un po’ di potere e risorse a qualcuno, per un po’ di tempo, ma poi genera disastri per tutti, nessuno escluso. Dunque “a me cosa toglie”? Tutto, nel momento in cui rischia di togliere il futuro a me e a chi verrà dopo di me.


Leave a Reply

Your email address will not be published.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: