Il 1522 alla prova: se ne può fare a meno

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Alla fine la curiosità ci è venuta: tanta réclame negli ultimi tempi alla app del 1522, ci siamo detti, deve corrispondere a un prodotto eccellente. Così l’abbiamo provato, per due volte. La prima cosa che salta agli occhi è che in nessun momento del download o dell’installazione si chiede all’utente l’autorizzazione all’utilizzo dei dati personali. Il GDPR europeo non esiste, per questa app, in nessuna fase preliminare. Una risposta a questa mancanza verrà dopo, durante il suo utilizzo, ma è una risposta del tutto insoddisfacente.

La schermata iniziale è molto chiara: oltre a informarci che si tratta di una app del Ministero delle Pari Opportunità e che il caso verrà trattato da “operatrici specializzate”, mette a disposizione cinque tasti, due meramente informativi e tre operativi. Quelli informativi sono di un’inutilità olimpica, anzi quello chiamato “consigli per la sicurezza” contiene alcune idiozie che sono vere e proprie chicche da incorniciare. Ma è la parte operativa che interessa, ovvero i pulsanti “chiama un’operatrice” e “aziona i dispositivi di emergenza”, che però non abbiamo usato. Il primo per evitare di far capire dalla voce che si trattava di una finzione, il secondo per evitare di incorrere nel reato di procurato allarme. Anche se probabilmente premendolo, abbiamo capito alla fine, sarebbe venuto fuori soltanto fuori l’elenco dei numeri di emergenza e niente di più.


Dobbiamo solo fare un atto di fede.


Ci siamo dunque concentrati sulla “chat con l’operatrice”. Nelle nostre due chiacchierate abbiamo presentato due casi diversi. Nel primo una nostra “incaricata” si è finta una donna preoccupata per l’improvvisa ombrosità del proprio marito, da normale compagno di vita tramutatosi, durante la quarantena, in un orso taciturno che in apparenza ribolle di rabbia inespressa. Nel secondo ci siamo finti uomini maltrattati e picchiati dalla moglie, anch’essa divenuta improvvisamente sprezzante e violenta durante la quarantena. Dunque un conflitto potenziale e latente il primo (contro una donna) e una violenza già concretizzatasi il secondo (contro un uomo).

Una cosa va detta subito: le operatrici con cui abbiamo parlato sono state tutte estremamente pazienti e gentili. In entrambi i casi abbiamo marcato molto le preoccupazioni, l’atteggiamento lamentoso e petulante, ricevendo sempre risposte pacate, tranquille e cordiali. Va segnalato che nella chat con il caso femminile abbiamo insistito molto sulla tutela della privacy: come essere certi che il 1522 non tracci il mittente, non tenga in memoria la conversazione, non acceda ai vari sistemi del dispositivo chiamante? Fiducia. Bisogna crederci. In cima alla chat c’è l’avviso che tutto si cancella una volta chiusa la app. A domanda insistita, l’operatrice assicura che tutto “si autodistrugge“, tipo i messaggi degli agenti segreti. Eppure la app e il suo committente, il 1522, a parte le rassicurazioni dell’operatrice, non si è preso alcun impegno formale in merito. Dobbiamo solo fare un atto di fede e sperare che davvero nulla venga monitorato. Rimane molto dubbio quanto tutto questo risulti conforme alla normativa europea sulla privacy. Proprio quella, per altro, a cui i centri antiviolenza si appigliano per non sottoporre a verifica i dati che diffondono.


La funzione è dare i numeri dei consultori.


La trattazione dei due casi segue una sorta di iter già scritto, tanto da farci pensare che le operatrici “specializzate” in realtà seguano dei diagrammi di flusso prestabiliti nel dare risposte. Il che può essere comprensibile nel primo caso, quello femminile, dove nulla di grave è avvenuto, c’è solo il sentore della persona chiamante che il marito stia “covando qualcosa” di pericoloso. L’operatrice conduce la conversazione facendo parlare la nostra “complice” per poi arrivare a due tappe cruciali: la prima è la domanda se il marito fosse mai stato violento in passato. A risposta negativa, viene espresso un senso di improbabilità che possa diventarlo: “la violenza è insita”, come a dire che si è violenti, ontologicamente, non lo si diventa. La seconda tappa è il finale: il consiglio di rivolgersi al consultorio pubblico più vicino per fare terapia di coppia. Come farlo, visto che c’è il lockdown, non si sa, ma questo è il consiglio.

Il procedimento non cambia quando a chiedere aiuto è un uomo. Sorprende già che la chat venga presa in carico comunque. Qui la situazione descritta però è più grave: fin dall’inizio della quarantena la moglie ha iniziato a maltrattare psicologicamente il chiamante, umiliandolo, sminuendolo e tenendolo a distanza. Fino all’apice della sera prima della chiamata, quando ha fatto partire uno schiaffo e una ginocchiata nei testicoli. Anche in questo caso, pur essendo palesemente più grave, l’operatrice non entra nel merito. Ipotizza che sia stress da lockdown, o un momento passeggero e niente di più. Anche in questo caso c’è la domanda se lei sia stata violenta in passato, un’ipotesi proposta con grande insistenza, come se fosse la chiave di lettura di tutto o forse per trovare una giustificazione alla donna violenta, chissà. Anche in questo caso si conclude fornendo il numero di telefono del consultorio più vicino.


“Un servizio esclusivamente informativo e orientativo”.


In entrambi i casi solo in due momenti le operatrici sembrano spazientirsi. Nel primo, di fronte all’insistenza della donna nel chiedere cosa deve fare, l’operatrice risponde: “si rivolga al consultorio signora, noi ci occupiamo di violenza”. Dunque al 1522 o c’è sangue o si ottiene poco o nulla. Nel secondo caso l’uomo chiamante si scoccia e fa notare quanto sia falso che una persona sia violenta da sempre e non possa diventarla. Anche qui l’operatrice lascia trapelare irritazione e taglia corto. “Allora cosa vuole fare?“, scrive, richiamando la duplice scelta prima proposta: o si fa denuncia o si va dallo strizzacervelli del consultorio. E’ probabile che in entrambi i casi i chiamanti abbiano spinto le operatrici in un’area dove il diagramma di flusso non prevedeva risposte efficaci e da lì la forzatura dei toni per riuscire a tornare nei binari.

Di fatto, la donna preoccupata che il marito possa covare un atto di violenza come l’uomo che ha concretamente subito violenza, nel momento in cui si dichiarano indisponibili a sporgere denuncia (perché non c’è motivo nel primo caso, per opposizione all’ipotesi nell’altra), la risposta viene incanalata verso un servizio pubblico di assistenza psicologica. Che la donna come l’uomo avrebbero potuto tranquillamente trovare su Google senza utilizzare il 1522, che dunque, per stessa ammissione di una delle due operatrici, è “un servizio esclusivamente informativo e orientativo“. Per questo probabilmente anche attivando il pulsante dei “dispositivi d’emergenza” al massimo si verrebbe portati all’indicazione di chiamare le Forze dell’Ordine e nient’altro.


Quanto spende lo Stato?


Va detto: al di là dell’insistenza su alcuni concetti-chiave infondati (chi è violento oggi è perché lo è sempre stato), della nessuna certezza relativa alla privacy, non abbiamo trovato palesi scorrettezze. Alla donna chiamante non è stato suggerito di andare a denunciare e l’uomo non è stato respinto; la capacità di ascolto e il garbo delle operatrici sono davvero significativi, anche se pare evidente che seguano un canovaccio. Quello che salta agli occhi, di fatto, è la totale inutilità del servizio. E’ una app che dà informazioni, punto. Informazioni reperibili autonomamente con una ricerca online. Da qui la domanda: quanto spende lo Stato per un servizio di così dubbia utilità? Una volta saputa la cifra, si potrà calcolare quante altre cose belle e utili si sarebbero potute fare con quei soldi. Non meno importante: quando il 1522 tirerà fuori i suoi dati sui contatti ricevuti, ci si ricordi di sottrarre alle millemila anche i nostri due, che naturalmente verranno contati nel mucchio e propagandati come veri.


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