Il “femminicidio” e la cultura dello stupro

di Mario Marciano – E’ da anni che ho l’impressione che a leggere una notizia di donne, ragazzine, bambine che subiscono violenze o che vengono uccise, mentre io ci rimango male, c’è chi si sfrega le mani e comincia a battere il suo articolo contro tutte le persone nate con un pene. Se ne è parlato di recente su questo blog e credo ci si debba soffermare su un dettaglio, che tanto dettaglio però non è. Quella che la donna sia un soggetto superiore al “maschio” è la premessa di fondo del femminismo e sta alla base anche dei discorsi attorno alla teoria del femminicidio. In altre parole si parte da lì, è il perno di tutta la giostra. Lo è da sempre.

Quando con disinvoltura alle obiezioni di carattere oggettivo sul fatto che statisticamente gli eventi “lui che uccide lei” sono in Italia inferiori a 200 su 60 milioni di persone per anno (in un contesto mondiale che vede tassi peggiori), si risponde “ma anche una è troppo”, e quando alla contro obiezione che allora anche “uno è troppo”, lo/la stesso interlocutore/trice risponde con derisione sottolineando l’esiguità degli uomini uccisi da donne, è chiaro che si è di fronte a una contraddizione logica e pratica che si scioglie solo presupponendo che nella testa di chi sta usando una simile logica, una persona sia definita eticamente a priori da quello che ha tra le gambe, e che l’avere un pene ponga la persona su un gradino più basso rispetto a quelle che non ce l’hanno.


Per capire la logica del femminicidio bisogna partire dalla “cultura dello stupro”.


Gran parte delle contraddizioni rilevabili nel discorso femminista, che è di un doppiopesismo palese, si scioglie se si parte da quella premessa di “discriminazione positiva”. Come da sempre, nel femminismo, la responsabilità di ciò che una persona con un pene fa, ricade su tutte le persone con un pene, perché da sempre nel femminismo si postula che gli uomini facciano combutta dalla notte dei tempi per opprimere le donne. Lo so, è folle, ma proviamo a seguire la logica di questa follia. Con “femminicidio”, ad esempio, si intende una teoria sul movente, non una fattispecie specifica dell’omicidio, anche perché con femminicidio si intende “ogni violenza subita da una donna a causa del patriarcato”, anche non necesariamente commessa da un uomo.

Per capire la logica del femminicidio bisogna partire dalla “cultura dello stupro”. Il carattere essenziale di questa teoria è l’attribuzione di una responsabilità collettiva all’insieme di persone nate con un pene degli atti di violenza della singola persona nata con un pene. Il movente non è singolare ma unico e collettivo per tutto un sesso: terrorizzare tutte le donne per dominarle. Un uomo stupra, ma tutti ne avrebbero un vantaggio. Scegliere la violenza sessuale come penetrazione forzata col pene, come simbolo e archetipo di ogni violenza e mezzo di dominio su chi nasce con una vagina, era (ed è) funzionale a definire il sesso maschile come oppressore del sesso femminile e più in generale come sesso intrinsecamente violento e causa di ogni cosa che la sensibilità comune del momento ritiene sia una sozzura (a cui si applica l’etichetta di “patriarcale”).


Sesso maschile come radice di ogni tipo di violenza nel mondo.


manetteInfatti, di riffe o di raffe, alla fine per attribuire una “responsabilità” ad un solo sesso, si deve ricorrere a un riduzionismo biologico che definisca eticamente un soggetto a partire dalla sua fisiologia, per cui il sesso maschile sarebbe “geneticamente” tarato. Mescolare l’etica (responsabilità) con la genetica, come se essere maschio fosse come appartenere ad un’altra specie inferiore alla “specie femmina”, ovviamente, presenta non poche difficoltà (chiamiamole, “difficoltà”…) specialmente se si afferma apertamente questa cosa dopo l’esperienza del nazismo. La teoria della “cultura dello stupro” cerca di far passare questo concetto senza esplicitarlo.

“Femminicidio” è pertanto un’estensione della teoria della “cultura dello stupro”: si tiene comunque al centro la violenza sessuale intesa come penetrazione forzata col pene (per tener ferma la definizione di sesso maschile come radice di ogni tipo di violenza nel mondo), ma si estende la teoria della “cultura dello stupro” (responsabilità maschile collettiva) ad ogni violenza che una donna subisce, dando visibilità mediatica alle violenze estreme (omicidio) subite “per mano maschile”, ma catalogando comunque come femminicidi qualunque violenza subita “a causa del patriarcato”, ovvero qualunque cosa che una femminista decida di dichiarare “violenza maschile sulle donne”.


Se sei dentro a questa bolla ideologica, queste contraddizioni non le noti.


Essendo questa roba ciò che rimbalza in coccia a una femminista, non stupisce che non ci possa essere dialogo possibile se sei un uomo: semplicemente non sei riconosciuto come un interlocutore degno della minima onestà intellettuale. Da questo deriva anche la disinvoltura con cui alle obiezioni viene risposto con argomenti in contraddizione tra loro e con la derisione più o meno aperta. Dal punto di vista di chi sta dentro una simile bolla ideologica, i “maschi” sono tutti uguali e non ha senso dialogare con un nemico irriducibile che ha solo in mente di sottometterti o ucciderti se non ti sottometti.

Uscendo da questa bolla ideologica, è chiaro ovviamente che cose come l’omicidio, la violenza fisica, psicologica etc non sono specifiche maschili, ma a livello di retorica si gioca sul fatto che nella sensibilità comune è già presente l’idea che la violenza sia maschile anche perché i ruoli di genere tradizionali prevedono che sia l’uomo a doverla attuare. Se è per questo, relativamente alla “cultura dello stupro”, anche la violenza sessuale non si esaurisce alla penetrazione forzata col pene ma ha un range ben più ampio. Quando però è una donna a commettere violenza sessuale, per esempio su bambini, la risposta del senso comune è molto diversa rispetto al caso maschile e spesso, essendo un tabù, non viene rilevata. E se sei dentro a questa bolla, queste contraddizioni non le noti.


Ci si interroga sull’utilità (sì: utilità) del maschio.


Concludendo, “femminicidio” ha già dentro il suo concetto l’idea che ciò che un uomo commette contro una donna carichi ogni persona con un pene di un grado di responsabilità, perché si sviluppa da una teorizzazione precedente che postula che tra gli uomini ci sia un tacito patto di tenere sottomesse le donne attraverso lo stupro o la minaccia dello stupro (cioè basta che la donna che si senta minacciata). Ma questo elemento dottrinale può reggersi solo su due presupposti (nella logica femminista non necessariamente in relazione aut aut): o si attribuisce ad un solo sesso la “responsabilità esclusiva e collettiva” per l’eredità culturale del passato, e in particolar modo sui “ruoli di genere”, ciò che la società si aspetta da te in quanto uomo o donna, ma questo è palesemente assurdo (da quando un infante maschio è più responsabile delle donne della cultura a cui verrà educato?).

Oppure nascere maschi è qualcosa che ti rende inevitabilmente inferiore da un punto di vista etico e cognitivo rispetto al nascere femmina per ragioni connesse ai tuoi cromosomi, e quindi non discriminare tra maschi e femmine rispetto al commettere e subire violenza sarebbe come non farlo tra animali e persone. E in effetti Valerie Solanas in “Scum  Manifesto” lo dice senza peli sulla lingua. Pertanto è da sempre che nel sentire comune “le donne morte per mano di un uomo sono più importanti di altre morti”, sia per l’eredità culturale tradizionale che vede nelle donne qualcosa che va preservato di più degli uomini (sacrificabili), sia per l’elaborazione dottrinale del femminismo che si innesta su questo pregiudizio di genere. E questa cosa è detta eccome, e nemmeno tanto implicitamente dato che già si fanno cicli di conferenze dove ci si interroga sull’utilità (sì: utilità) del maschio.


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