Il piagnisteo rosa che invade la scienza

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bergamo scienzaSabato si è tenuta a Bergamo la tavola rotonda intitolata “Superscienziate? le donne in scienza tra storytelling e realtà”, organizzata da BergamoScienza. Basta poco per capire di cosa si è trattato: una mera rivendicazione del ruolo femminile nelle scienze, con connessa rilettura della storia della scienza “in chiave” sempre femminile. Anche laddove vige il più assoluto rigore di metodo e merito è giunto il famigerato “woman empowerment”, insomma. Prima di capire bene di cosa si è trattato e quali mistificazioni sono state diffuse, è bene ricordare brevemente in cosa consiste praticamente da sempre il “metodo scientifico”.

Il ricercatore X concentra le sue attenzioni su una questione specifica. Fa le sue analisi, si documenta su ricerche precedenti fatte da altri, fa esperimenti, dopo di che scrive le proprie conclusioni, che dovrebbero essere innovative. Con estrema correttezza, spiega risultati e fallimenti, descrive dettagliatamente come ha proceduto nella ripetizione degli esperimenti, dopo di che pone la sua relazione all’attenzione degli altri ricercatori. Attenzione: non è che può farlo. Deve farlo. Per consentire ai colleghi, quand’anche concorrenti, di ripetere le sue esperienze e validare o smentire le sue conclusioni. La scienza fa passi avanti quando le tesi di un ricercatore vengono acquisite dalla maggioranza o da tutta la comunità scientifica come basilari per far procedere oltre la ricerca. L’unità di misura della fondatezza, dell’efficacia e del successo di una ricerca è dunque il numero di volte in cui viene citata all’interno di altre ricerche successive.


Nelle scienze pure non è possibile “fare i furbi”.


Così funziona. Discutibile o meno che sia, questo processo ha funzionato da sempre nelle scienze pure. Per un po’ anche nelle scienze sociali, che però ora hanno inquinato il metodo, riducendosi a sciocco chiacchiericcio ideologico nella maggior parte dei casi. Nelle scienze pure invece non c’è spazio per l’ideologia: se sostieni la tesi X, devi dimostrarla con gli esperimenti Y e Z, i tuoi ragionamenti devono essere logici e comprovati, devi esporre il tuo procedimento in modo completo e chiaro altrimenti la comunità che analizza le tue conclusioni ti farà (giustamente) a pezzi. Nelle scienze pure non è possibile “fare i furbi”, insomma.

Eppure c’è chi, come la neuropsicologa clinica Tiziana Metitieri, ci prova. Premiata per il progetto multimediale “Untold Stories: the Women Pioneers of Neuroscience in Europe” (Storie non raccontate: le donne pioniere delle neuroscienze in Europa), è stata protagonista dell’evento di Bergamo di sabato scorso. Metitieri parla di “secoli di esclusione e pregiudizi” nei confronti delle donne nella scienza, un ostracismo che dura ancora oggi, a giudicare dalle carriere femminili nelle discipline STEM. “E’ un sistema che respinge le donne”, sostiene la ricercatrice commentando un grafico sulle carriere universitarie in Italia (un grafico generico, però, non relativo alle STEM nello specifico…). “Le competenze e capacità ci sono, ma non scalano i gradini più alti. In un ambiente ostile, la donna con un dottorato di ricerca pubblica meno rispetto ai maschi, partecipa a meno conferenze, ha meno opportunità”, sentenzia.


Ho come l’impressione ci sia la solita mistificazione.


Le iscrizioni, continua Metitieri, sempre parlando in generale e non delle facoltà STEM, sono in maggioranza femminili, ma dal dottorato in poi il trend si inverte e a fare carriera fino alla cattedra ordinaria sono soprattutto uomini. Il problema è sempre il maschilismo del sistema, più quella dannazione della maternità, i commenti a sfondo sessista in laboratorio, i “toccacciamenti” (così li chiama lei), tutte cose che inducono le donne a scappare dalla ricerca scientifica. Per questo, chiosa Metitieri, “emergono tanti uomini mediocri e restano marginali donne meritevoli”. Lei stessa sta portando in giro per conferenze una storia emblematica, quella di Augusta Déjerine-Klumpke, una delle prime neuropsichiatre (1859-1927) il cui nome, dice Metitieri, “è stato messo in basso, in posizione marginale, sebbene abbia scritto un manuale di anatomia di riferimento nella sua epoca”.

Le tesi di Metitieri, come quelle di tutte coloro che ragionano in termini di “patriarcato”, sono suggestive, ma al di là della suggestione ho come l’impressione ci sia dietro la solita mistificazione. Forte del fatto che la scienza pura non lascia scampo, faccio lo scienziato pure io e metto in atto un po’ di verifiche: cerco in tutte le fonti disponibili (santo Google), in diverse lingue, e scopro che Augusta Déjerine-Klumpke ha sempre pubblicato lavori insieme al marito, Jules Déjerine, anche lui pioniere della neuropsichiatria. Erano marito e moglie e anche colleghi e collaboratori. Leggo per altro in diversi dizionari scientifici: “Opere maggiori di Jules Déjerine: Anatomie des centres nerveux (Parigi 1901) in collaborazione con la moglie Augusta Klumpke”. Dunque è lui ad aver scritto il manuale citato da Metitieri, con la collaborazione della moglie. E così dicono tutte le fonti che ho consultato. Una congiura patriarcale di tutta la storia della scienza mondiale per sminuire i meriti della moglie di Déjerine? Poco credibile. E’ più credibile che Metitieri sia più interessata a cancellare il racconto di una positiva collaborazione coniugal-professionale pur di poter affermare il solito piagnisteo femminista, anche a costo di sostenere una tesi oltre il limite del ridicolo e del vero.


“Sorry, we found no results for your search”.


Tiziana Metitieri

Ma al di là della sua eroina del momento, mi prende la curiosità di capire un po’ meglio quel concetto di repulsione del femminile dalle discipline STEM. La comunità scientifica è amplissima, è internazionale, ma Metitieri sembra suggerire che siano tutti più o meno istintivamente d’accordo a escludere le donne, qualunque sia la qualità del loro contributo. Peccato che una cosa del genere contrasti col metodo scientifico stesso, che è rigorosissimo e prescinde dal sesso di chi ha proposto una tesi. E allora mi tocca andare a guardare l’elenco degli scienziati “più citati” al mondo nel 2018, disponibile qui. Come prima cosa, digito nel campo di ricerca il cognome Metitieri e l’esito è quello atteso: “Sorry, we found no results for your search”, che in inglese vuol dire: ciccia, nisba, nun ce sta. Nel database dei circa 20 mila scienziati e ricercatori più citati nella comunità scientifica mondiale, Metitieri non appare nemmeno per sbaglio.

Limito allora la ricerca ai nomi degli scienziati più citati nell’ambito delle neuroscienze e del comportamento ed escono 197 risultati. Li spulcio uno ad uno e riscontro che le donne sono in tutto 27, pari a circa il 14%. Ventisette donne che hanno prodotto ricerche abbastanza solide nel loro campo da essere tra le più citate al mondo, oppure sopravvissute alla falce della congiura mondiale del maschilismo nel mondo scientifico? Metitieri, ne sono certo, non avrebbe dubbi nel dare la risposta. Ogni altra persona di buon senso darebbe senza esitare una risposta opposta alla sua. Ma a parte la spiegazione del fenomeno, che soluzione proporre per aumentare il contributo scientifico femminile alla scienza? Ogni persona di buon senso direbbe: più donne smettano di studiare scienze dell’educazione, storia e filosofia o sociologia e provino l’ardua sfida degli studi STEM, impegnandosi poi di più a elaborare ricerche abbastanza solide e avanzate da ottenere il maggior consenso e il massimo numero possibile di citazioni. Ovvio no?


Non produrre ricerche sensate, ma “fare corporazione”.


Alessandro Strumia

No, per niente. Per lo meno non è ovvio per Metitieri, che dà un consiglio chiaro a una donna che volesse emergere in ambito scientifico: “trovare una mentore donna che possa accompagnarla nel suo percorso”. Dunque non produrre ricerche sensate, documentate, avanzate, rivoluzionarie, ma “fare corporazione”, questo è il consiglio. Agganciarsi a una “che ce l’ha fatta” e contare sul suo nepotismo o settarismo per venire promossa al posto di un uomo, a prescindere dalla qualità delle ricerche realizzate. E chissenefrega se il progresso scientifico ne verrebbe danneggiato. Metitieri dice tutto questo senza nemmeno arrossire e questo aggrava tutto. E voi, persone di buon senso, non pensiate con tranquillità che un sistema come quello auspicato da Metitieri nelle scienze pure non possa affermarsi, perché in quel settore contano solo i risultati e il merito. Sbagliereste di grosso a pensarlo. Per approfondimenti, citofonare al Professor Alessandro Strumia.


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