Il sonno del virus genera mostri

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – Nelle situazioni emergenziali come quella attuale del virus è normale che emergano esempi di eroismo o quel semplice spirito di collaborazione tra individui che in condizioni normali restava subordinato a uno spiccato individualismo. Le stesse circostanze però sono spesso utili per far venir fuori gli infami, le carogne e gli stupidi. Le crisi sono come il pentolone d’acqua bollente dove le nostre nonne sterilizzavano i panni sporchi: la prima cosa che viene a galla è la sporcizia. Tra la tanta sporcizia che sta venendo a galla in questo periodo, quattro casi colpiscono particolarmente, tutti legati alle tematiche care a questo blog.

La prima riguarda un tweet pubblicato ieri dalla parlamentare di Italia Viva Maria Elena Boschi, che in passato si è distinta, specie come ministro per le Pari Opportunità, per le sue politiche discriminatorie verso gli uomini e un vergognoso appiattimento verso le posizioni dell’industria dell’antiviolenza. Forse un rigurgito di coscienza, o più probabilmente lo stesso meccanismo che ha fatto fare marcia indietro alla Cirinnà, le ispira un messaggio tutto dedicato agli anziani, oggi soli e spaventati da ciò che sta accadendo: “Perché non pensare ad un numero verde per un supporto psicologico?”, cinguetta.


Zingaretti regala un immobile alle femministe di “Lucha y siesta”.


Toh, la promotrice del “G7 delle donne” si è svegliata alla realtà, a quanto pare, e fa una domanda a cui lei stessa potrebbe dare la risposta. Ossia che un supporto agli anziani andava dato fin dall’inizio, magari spendendo quei soldi con cui oggi il Governo paga la app del 1522 o meglio ancora stornando i molti milioni destinati agli inutilissimi centri antiviolenza. Proprio la Boschi fu infatti tra coloro che aumentarono la dotazione per la lobby rosa a cui durante il suo mandato ha fatto costantemente riferimento, e che oggi batte cassa e ottiene la stessa attenzione di chi viene falciato dal coronavirus. Se dunque oggi non si fa nulla per gli anziani (che muoiono davvero), la bionda aretina farebbe bene a battersi il petto invece che recitare da crocerossina.

Un secondo mostro lo si può individuare in un soggetto che, da questo punto di vista, non delude mai: Nicola Zingaretti. Dopo essere passato indenne (per fortuna) attraverso il contagio, che fa? Riapre i numerosi presidi sanitari che ha chiuso durante il suo mandato? Stanzia qualche milione di euro per dispositivi di profilassi? Destina qualche immobile per l’allestimento di terapie intensive aggiuntive? Naturalmente no. Semplicemente nel bel mezzo del picco della crisi del virus, decide di regalare un immobile della regione all’associazione femminista “Lucha y siesta”, di recente sfrattata da locali ATAC che anni fa aveva occupato abusivamente (ovvio).


A un certo punto però capita l’imprevisto.


Gianluca Nicoletti

Non è soltanto un atto privo di senso dal lato amministrativo, inopportuno dal lato politico e insensato dal lato operativo. E’ una vera e propria infamia, e Zingaretti lo sa. Non a caso fa passare l’assegnazione dei locali a “Lucha y siesta” in un ordine del giorno presentato al Consiglio Regionale alle 23.36, ficcandolo in mezzo ad altre disposizioni dove si concede qualche frustolo di attenzione al problema del virus dilagante. Insomma cerca di “inguattare” la malefatta, ben conscio che si tratta di una decisione che grida vendetta, oltre a dimostrare una volta di più che non si sta parlando di un governatore, ma di un pupo di pezza in mano al terrorismo femminista.

Un altro bel pezzo del lerciume venuto a galla nel ribollente pentolone del virus arriva dalla cara vecchia radio, in particolare dal programma di Radio24 “Melog – il piacere del dubbio“. Condotto dal querulo giornalista Gianluca Nicoletti, qualche giorno fa pagava pegno, come tutti i media nazionali e internazionali, al battage coordinato e organizzato dei centri antiviolenza, di cui tanto abbiamo parlato in questi giorni. La ruffianata propagandistica in FM andava liscia e tranquilla secondo l’usuale storytelling: le case italiane come Abu Grahib, le donne oppresse, maltrattate e impossibilitate a chiamare il salvifico 1522 e tutta la fuffa annessa. A un certo punto però capita l’imprevisto.


“Le donne potrebbero rientrare prima al lavoro”.


Ilaria Capua e Giovanni Floris

Un ascoltatore chiama (qui è possibile ascoltare lo spezzone) e fa presente che la narrazione della trasmissione è sbilanciata, criminalizzante per l’uomo anzitutto, e poi non tiene conto delle violenze che anche gli uomini subiscono. Lo fa, va detto, con una dialettica incerta e un po’ debole, purtroppo (evidentemente non ha letto questo libro), però lo fa. La reazione al controcanto è netta: Nicoletti lo asfalta rantolando una serie di immonde banalità sulla maggiore forza fisica maschile, esibendo tutta la sua profonda ignoranza e incompetenza sulla materia. Preda di un’isteria femminista, toglie la comunicazione all’ascoltatore, lo priva della parola, per passare a un dialogo più tranquillizzante con “un’amica” della stessa parrocchia. Guai a rompere il giochino ai guitti dell’informazione. Gli ordini vengono dall’alto e nessuno deve permettersi di violarli.

Ultima, ma forse al top della classifica delle mostruosità, la virologa Ilaria Capua, che davanti a un sogghignante Floris parla della palese resistenza delle donne al virus, dovuta forse grazie agli estrogeni o a un fatto cromosomico o, immancabile, per il fatto che gli uomini si lavano di meno. Fin qui niente di nuovo, normale spregio del maschile. Poi però la Capua va oltre: “vorrei invitare chi decide a riflettere su questa ‘rivoluzione gentile’, che potrebbe presentarsi. Magari nella post-quarantena, quando ci sarà il rientro delle persone al lavoro, possiamo pensare di usare la popolazione femminile, un po’ come se le donne fossero dei semafori rossi”. Insomma, essendo più resistenti, suggerisce la Capua, potrebbero rientrare prima al lavoro. Ci sta, in effetti. Sono le conclusioni del ragionamento che però non ci stanno.


Chissà allora quante sedie poi mancherebbero alla conta.


“Possiamo, cioè, mandare le donne che risolvono i problemi e che saranno i motori più importanti della ripartenza, anche nella ricerca. Quindi, le donne possono andare a lavorare prima e così magari voi uomini troverete l’ufficio in ordine. O forse non troverete più la sedia“. Oltre a sottintendere che gli uomini creano problemi (mentre le donne li risolvono), la Capua pensa di rappresentare, con un tono da bulla, il sogno femminista: uomini tutti fuori dal lavoro, dentro tutte le donne. Peccato che molte femministe le si siano girate contro (“andare a lavorare? Noi???”). Peccato soprattutto che, per logica, l’idea della Capua dovrebbe funzionare a partire da ora e dunque si potrebbe fare così: infermiere e dottoresse tutte in prima linea e senza presidi di profilassi (tanto sono più resistenti, no?), da riservare solo a dottori e infermieri, che andrebbero tenuti protetti nelle retrovie. Facciamo così, dottoressa Capua? Chissà quante sedie poi mancherebbero alla conta.


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