Il tarlo sessista del femminismo

di Santiago Gascó Altaba – Secondo il femminismo, lo si è detto, le donne hanno diritto a quella parità che a loro manca per colpa degli uomini, mentre gli uomini non hanno quello stesso diritto. Una prova che sia tutta colpa degli uomini e del loro sistema di dominio, il “patriarcato”, la si trova nel linguaggio: parole e sistemi espressivi voluti e costruiti dagli uomini per contribuire all’oppressione femminile, si dice, “perché tutte le idee sono veicolate attraverso il linguaggio”. La lingua condiziona il pensiero, l’immaginazione e lo sviluppo sociale e culturale. La manipolazione della lingua comporta la manipolazione della realtà e lo sapevano bene i regimi totalitari che rivoluzionarono il linguaggio per asservirlo ai propri scopi. E se il linguaggio è sessista e patriarcale, anche la realtà descritta dalle parole lo diventa. Ebbene, secondo il femminismo, gli uomini hanno operato storicamente proprio a questo fine.

I meccanismi usati, secondo il femminismo, sono essenzialmente imperniati sulla denigrazione e l’invisibilità del femminile, in una forma di violenza grammatical-semantica che in realtà è molto semplice da smentire. Per denigrazione si intende l’utilizzo di parole femminili per descrivere realtà deteriori (“troia”) riservando il maschile per quelle positive (“una donna genio“). Peccato che esistano parole come mostro, leccaculo che sono maschili e parole come atleta che hanno una desinenza femminile. Idem dicasi per i duali apparenti: uno zoccolo / una zoccola oppure uno squillo / una squillo dimostrerebbero la violenza linguistica sulle donne, se non fosse che lo stesso vale per le coppie una orca / un orco, una becca / un becco. Se si va sui proverbi, poi, il principio di denigrazione casca miseramente, perché è vero che “chi dice donna, dice danno”, ma anche che “uomo morto non fa più guerra”. Pari e palla al centro, insomma.


Una lingua maschilista a danno delle donne.


Sull’invisibilità il discorso si fa più sottile, perché appoggia sulla natura neutra di quello che conosciamo come maschile. Se leggiamo il libro “Dalla parte dei bambini. La rivoluzione di Maria Montessori” scritto da Daniela Palumbo, diamo per scontato che l’argomento riguardi indistintamente bambini maschi e bambine femmine. Diverso è se leggiamo il libro “Dalla parte delle bambine” scritto Elena Belotti: lì è chiaro che il genere di riferimento è circoscritto. In altre parole, quello femminile è un genere che grammaticalmente ha una esclusiva rispetto al “finto” maschile, ovvero al neutro, che invece serve per spersonalizzare, quello sì per “invisibilizzare” un intero genere. Con effetti paritari per altro, perché le femministe hanno ragione a dire che “gli ateniesi [neutro generico] avevano diritto di voto” non specifica che le donne erano escluse, e tuttavia non aprono bocca quando si dice che “in epoca vittoriana i sudditi [neutro generico] erano sottoposti a tortura”, forse perché da quella terribile pratica le donne erano escluse per legge.

Nelle decine di manuali di linguistica femminista, usualmente finanziati da abbondanti soldi pubblici, non mancano poi riflessioni bislacche sul “parlar male”, anch’esso segno indelebile del patriarcato. Sul banco degli imputati finisce in genere lo spagnolo, dove una cosa positiva viene detta cojonudo (attributo maschile) e una cosa negativa coñazo (attributo femminile). Peccato che in altre lingue avvenga l’inverso, laddove una stupidaggine in italiano è una cazzata mentre una cosa di cui vantarsi una figata. Nessun uomo italiano però si è mai lamentato del fatto che uno stupido possa essere chiamato coglione e non ovaio, tanto meno ne ha desunto una qualche ingiustizia storica nei confronti del proprio genere. Il femminismo invece lo fa, ipotizzando che gli uomini si sarebbero un giorno riuniti a tavolino per creare una lingua maschilista a danno delle donne.



La risposta è “ideologia”.


In realtà la lettura della linguistica femminista si macchia (e non sorprende) di tre gravi difetti. Il primo è la censura: denuncia con rabbia ipotetiche discriminazioni linguistiche a danno delle donne, ma non menziona le altrettanto ipotetiche discriminazioni a danno degli uomini. Il secondo è la parzialità delle interpretazioni: come accade regolarmente nelle ideologie totalitarie, si fa rientrare ogni fenomeno, anche il più contraddittorio, all’interno del proprio paradigma di riferimento. Il terzo è quello dell’illogicità: la spiegazione di un fenomeno, una situazione o una parola in un contesto generico, cambia radicalmente quando in qualche misura colpisce le donne. Questo accade per la linguistica come per ogni altro aspetto: allo stesso modo il gesto di aprire la porta, che è di sottomissione e rispetto (del suddito al re, del servo al padrone, del nero al bianco nella società schiavista, del giovane all’anziano), viene interpretato quando la beneficiaria è la donna come un “contentino” dell’uomo per illuderla di non essere discriminata.

La verità è che allo scopo di confermare i propri preconcetti, le linguiste femministe hanno censurato le irregolarità che colpiscono gli uomini, hanno ignorato la linguistica comparata e hanno addebitato le irregolarità generiche all’irrazionalità dell’evoluzione e le irregolarità specifiche che colpiscono le donne alla volontà maschilista degli uomini. Ma allora perché gli uomini sono riusciti a convivere per secoli con irregolarità linguistiche, desinenze sbagliate (“congressist-a”) e espressioni sessuali connotate negativamente (“testa di cazzo”), senza mai lamentarsi? E perché invece le donne da mezzo secolo circa hanno sentito queste stesse irregolarità capovolte come insopportabili discriminazioni e un attacco alla propria condizione di donna? La risposta è “ideologia”. La denuncia di sessismo nel linguaggio dice molto di più dei pregiudizi di chi la solleva che del linguaggio stesso. In altre parole, il sessismo nel linguaggio è un tarlo che divora la mente delle linguiste femministe molto più che un fatto reale.

Altri e più approfonditi aspetti di questa tematica verranno affrontati domani nella puntata dedicata di “Radio Londra”, che per la prima volta verrà trasmessa in simultanea su quattro canali: Facebook, YouTube, Twitter e WKontakt.


 

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