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Il vantaggio biologico femminile: una bugia da sfatare

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di Santiago Gascò Altaba – Tre premesse a tutti noi note: A) La speranza di vita è un indice fondamentale. Enti statistici nazionali e internazionali, studi demografici e testi di settore lo adoperano per descrivere e misurare differenze socio-economiche tra gruppi di individui, minoranze etniche, nazioni o popolazioni nelle diverse epoche storiche. Fa parte, assieme all’alfabetizzazione, dell’Indice di sviluppo umano (HDI-Human Development Index) dell’ONU. Una vita più lunga è indice di una migliore qualità di vita, di una condizione di privilegio e benessere. B) Nel mondo gli uomini muoiono prima delle donne. Le donne vivono circa 7 anni più degli uomini nei paesi sviluppati, oltre 3 anni nei paesi in via di sviluppo e circa 2 anni nei paesi più poveri.

C) Gli uomini muoiono prima perché le donne possiedono un vantaggio biologico. Enti e istituzioni nazionali e internazionali non spiegano la premorienza maschile attraverso le differenze socio-economiche, la attribuiscono ad altre cause. La causa principale e più importante, sostenuta esplicitamente da enti e istituzioni e insegnato nelle scuole, è l’esistenza di un vantaggio biologico femminile. Il Global Gender Gap Index del World Economic Forum fissa l’indice della speranza di vita per la perfetta parità tra uomini e donne in 1,06 a favore delle donne, invece che in 1. Queste tre premesse appena enunciate sono di dominio pubblico e note a tutti noi. In seguito elencherò molto sommariamente sei obiezioni fondate che respingono il presunto vantaggio biologico femminile. Le obiezioni sono tratte dal capitolo La speranza di vita, del secondo volume “La grande menzogna del femminismo” (per le fonti, i dati o per chi vuole ulteriormente approfondire rimando alla lettura del libro “La grande menzogna del femminismo”, II Volume, pp. 807-827).


Storia e discontinuità geografica.


PRIMO: la Storia. Prima del XX secolo non è mai esistito un vantaggio biologico femminile. Al contrario, in ogni epoca gli uomini si sono dimostrati sempre più longevi delle donne. Gli storici di genere hanno giustificato la premorienza femminile con l’alto tasso di mortalità nelle gravidanze e nei parti, ma questa spiegazione non riesce ad essere onni-esplicativa: la mortalità femminile era superiore anche durante l’infanzia e l’adolescenza, in periodi inferiori a nove mesi durante gli insediamenti in nuovi territori, o durante le epidemie. Per quanto assurdo possa sembrare, fino al XX secolo il mondo accademico sosteneva esplicitamente il contrario di quello che sostiene oggi, cioè che esisteva un vantaggio biologico maschile.

SECONDO: la discontinuità geografica. A seconda del paese o della zona il gap di speranza di vita s’allunga o s’accorcia. Ci sono addirittura dei paesi (pochi) dove gli uomini vivono più a lungo. Secondo l’ONU la premorienza femminile in quei paesi o zone, o dove esiste una speranza di vita della donna solo di poco più lunga a quella dell’uomo, è dovuta alla discriminazione che subiscono le donne. Ipotizzato come “naturale” vantaggio biologico femminile i circa 5 anni di vita in più a favore delle donne dei paesi nordici europei, che sono ai primi posti nelle classifiche per la parità di genere in tutti gli studi internazionali, se nel Niger il gap a favore degli uomini è di 2 anni, la differenza di 7 anni in meno a danno delle donne del Niger rispetto al loro “naturale” vantaggio biologico sarebbe causata da differenze socio-economiche a danno delle donne.


Le “distrazioni” dell’ONU.


Il problema si pone lì dove il gap a favore delle donne è molto più ampio di quello dei paesi nordici, e qui l’ONU tace. Se in Russia il gap a favore delle donne è di 13 anni e nei paesi nordici è di “solo” 5 anni, l’ipotetica differenza di 8 anni in meno che vivono gli uomini russi dovrebbe essere attribuito alle differenze socio-economiche a danno degli uomini, cosa inconcepibile secondo l’ONU: la condizione maschile è sempre e ovunque migliore di quella femminile. In conclusione, l’unico modo di conciliare l’idea dell’universale discriminazione della donna e dell’esistenza di un vantaggio biologico femminile è quello di fissare questo “naturale” vantaggio biologico nel suo divario più ampio nel mondo. Seguendo questa logica, l’attuale primato del gap tra uomini e donne in Russia, 13 anni circa, fissarebbe per il mondo intero questo “naturale” vantaggio, e renderebbe la condizione delle donne svedesi e norvegesi, che devono recuperare 8 anni del questo “naturale” vantaggio rispetto ai loro uomini, molto più grave della condizione delle donne russe (!?).

TERZO: l’evoluzione dello scarto. Nel mondo occidentale lo scarto nella speranza di vita tra uomini e donne è cresciuto progressivamente dall’inizio del XX secolo fino alla fine degli anni ’70 – inizi anni ’80, momento nel quale si è raggiunto il gap massimo, che coincideva pressapoco con la seconda ondata femminista degli anni ’70. Dopodiché il trend si è invertito. Da allora entrambe le speranze tendono a convergere e questo non è dovuto a un aumento della mortalità femminile ma a una riduzione più pronunciata di quella maschile. Attualmente gli uomini occidentali sono riusciti a “recuperare” due/tre anni di questo gap e non l’hanno fatto a spese della speranza di vita delle donne: necessariamente questa differenza doveva essere dovuta a cause socio-economiche, non a cause biologiche. Due riflessioni: 1) quando le donne stavano meglio e quando denunciavano che stavano peggio (seconda ondata femminista); 2) dagli anni ’80, malgrado le innumerevoli campagne internazionali a favore delle donne, sono stati gli uomini a dover colmare un divario socio-economico a loro svantaggio.


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QUARTO: la differenza dello scarto a seconda dell’età. Il vantaggio biologico è una costante, sia tra i sessi che tra specie diverse. Ad esempio, se il vantaggio biologico dell’essere umano sul cane è di 70 anni, questo vantaggio si manterrà stabile dalla nascita fino alla morte del cane. Tra uomini e donne questo vantaggio tende invece a dissolversi fino a quasi scomparire. Alla nascita lo scarto è di 6 anni, ai 65 anni è di 4,5 anni, ai 75 anni è di 2,7, ai 85 è di 1,3,…  Inoltre, individui al di sopra della media tendono ad aumentare il vantaggio in maniera percentuale. Ad esempio, tra un cane e un uomo particolarmente longevi (10% in più di vita), quando il cane ha vissuto 11 anni (10 anni di media + 1 anno 10%) l’uomo ha vissuto 88 anni (80 anni di media + 8 anni 10%); la differenza non è più 70 anni ma 77. Tra uomini e donne longevi succede il contrario. Tutto ciò sta a indicare che lo scarto alla nascita tra uomini e donne è principalmente dovuto a cause socio-economiche, la parte attribuibile al vantaggio biologico, semmai esiste, è minima.

QUINTO: la differenza dello scarto secondo la classe sociale. Nel mondo occidentale i gap tra i sessi aumentano e diminuiscono secondo le classi sociali. Più poveri più aumenta la premorienza maschile, più benestanti più il gap tra uomini e donne diminuisce fino a scomparire nelle classi più ricche. Ad esempio, nella zona più ricca del Regno Unito, a Londra, gli uomini vivono 5 anni in più delle donne, mentre nella zona più povera, a Calton, gli uomini muoino 20 anni prima delle donne. Tutti gli studi realizzati (Canada, USA, Nuova Zelanda, Scozia,…) mostrano dati simili e provano in maniera inequivocabile l’assoluta prevalenza delle cause socio-economiche. E infine SESTO: lo scarto in vite analoghe. I ceti benestanti sono i ceti che riproducono in maggior misura condizioni di vita analoghe. In questi ceti il gap tra uomini e donne tende a scomparire. Anche la vita monacale è sottoposta a condizioni identiche, è simili pure è risultata la durata della vita di monaci e monache, a seguito di uno studio che metteva in confronto i loro atti di defunzione.


Quale “vantaggio biologico”? Conta la preminenza delle cause socio-economiche.


CONCLUSIONE. Le sei obiezioni sopra elencate confutano la tesi dell’esistenza di un vantaggio biologico femminile; al contrario, certificano il ruolo primario che le cause socio-economiche svolgono nella premorienza maschile, ciò che smentisce inoppugnabilmente la visione “ufficiale” dominante, vigente da mezzo secolo, che sancisce la tutela della condizione sociale della donna e l’indifferenza per la condizione sociale dell’uomo, e ci mette ineludibilmente di fronte a due alternative: o siamo di fronte a un tragico sbaglio di enti e istituzioni nazionali e internazionali, che per mezzo secolo hanno concesso all’indice della speranza di vita un’importanza, validità e attendibilità che non possedeva (ciò costringerebbe a riscrivere libri, studi e risoluzioni, a riformulare molte politiche sociali e a riassegnare correttamente fondi e sovvenzioni assegnati erroneamente nell’ultimo mezzo secolo circa); o siamo di fronte alla più imponente campagna di manipolazione a livello nazionale e internazionale durata oltre mezzo secolo, un’enorme e universale bufala che ha sancito la tutela della donna come soggetto sociale debole quando l’indice della speranza di vita individuava inoppugnabilmente l’uomo come il vero soggetto sociale debole da tutelare.


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18 thoughts on “Il vantaggio biologico femminile: una bugia da sfatare

  1. Se è vero che le aspettative di vita diventano identiche tra i due sessi nei ceti medio-alti, all’interno della stessa città, allora c’è poco da obiettare alla spiegazione socio-economica.
    Tuttavia l’esempio dei monaci fa pensare ad un’altra possibilità. I monaci non rappresentano uno stato naturale, la loro regola di vita presuppone la rinuncia all’ambizione e alla carriera, ma soprattutto al desiderio di accoppiarsi e riprodursi. E’ possibile che sia proprio la necessità di distinguersi sugli altri per farsi notare dalle femmine che spinge i maschi a comportamenti stressanti e rischiosi. Dopo tutto, è la conferma del principio base già ricordato da DanieleV, che cita Farrell, secondo cui “la donna ha valore per ciò che è, l’uomo per ciò che fa”. Questo non lo chiamerei un aspetto socio-economico, è un fatto biologico. Per lo stesso motivo, sarei cauto a richiedere che, alla ricerca di una parificazione delle aspettative di vita, lo Stato intervenisse sul comportamento dei maschi per educarli ad uno stile di vita più sano e prudente. Sarebbe uno Stato di tipo materno, iperprotettivo che costringerebbe gli uomini a rinunciare al loro comportamento naturale, senza tra l’altro poter garantire un cambiamento nei criteri di scelta femminili.
    Segnalo anche un articolo di un certo Bertrand Desjardins, demografo canadese, che ho appena trovato sull’argomento https://www.scientificamerican.com/article/why-is-life-expectancy-lo/ in cui si riconosce che un eventuale vantaggio biologico femminile non è sufficiente a spiegare il divaricarsi delle aspettative di vita nonostante i progressi della medicina. Tra le altre cose, cita un’osservazione del demografo Jacques Vallin secondo cui le donne trarrebbero maggior vantaggio dai progressi della medicina perchè buona parte del loro valore sessuale deriva dalla bellezza e quindi, a differenza degli uomini, pongono ogni sforzo nel cercare di conservare il corpo in buona salute.

  2. a santiago, che si chiede se con minchiate mi riferissi al suo articolo… no!… le minchiate secondo me pur essendo un ignorante sono le continue tendenziose interpretazioni che le istituzioni danno alle statistiche… per me la statistica è una scienza che se non prende in considerazione davvero tutte le variabili allora ha poco valore… e di ipotesi date x realtà sulla base di ricerche e statistiche fatte male credo ce ne siano tante… e ipotesi restano… come a dire che su 60 000 000 italiano ci sono un ottantina (in eccesso) di disturbati che uccidono donne x gelosia e possesso allora in italia abbiamo un emergenza femminicidi

  3. DanieleV e se invece lo stress fosse da sempre causato dalla maggiore responsabilità e competitività, ma in passato la differenza in tal senso sparisse perché bilanciata sul versante femminile dalle morti da parto e dall’”usura” delle molte gravidanze?

    1. Non è che volessi fare una gara tra chi fosse più svantaggiato tra uomini e donne (questa è un’ossessione femminista), ognuno aveva i suoi problemi, le donne avevano questo grosso ostacolo fisiologico, e proprio per questo, in un mondo senza tecnologia avanzata letteralmente in balìa della natura, gli uomini dovevano compensare proteggendo le donne se necessario a costo della vita (notare che le donne che non morivano di parto arrivavano a vivere quanto gli uomini o quasi). Il punto comunque non è questo, ma che una volta ognuno sì era costretto a certi ruoli e certe mansioni per la sopravvivenza della comunità (le donne a curare la prole, gli uomini a zappare e morire in guerra – per favore non prendiamo Napoleone o Giulio Cesare come prototipo del maschio medio), ed era una vita dura, ma parimenti ognuno veniva esaltato nel proprio ruolo e riceveva il giusto riconoscimento sociale per il proprio ruolo, la donna come angelo del focolare e l’uomo come provveditore della famiglia e difensore della comunità (“dulce et decorum est pro patria mori”). Oggi la tecnologia ci permette di non essere più costretti ai ruoli antichi (o meglio, permette a moltissimi di non esserlo più), ma se l’esaltazione della donna non ne ha risentito e anzi è arrivata a livelli francamente grotteschi, per l’uomo c’è solo disprezzo, risentimento e, nel migliore dei casi, dileggio. E sì che quando c’è da morire tocca sempre a noi (in un naufragio vige sempre ka regola prima le donne, i pompieri eroici dell’11 settembre erano tutti uomini, molti dei quali non erano in servizio quel giorno ma si sacrificarono al posto di altri, in guerra alla fine in prima linea sempre i maschi vanno a morire in schiacciante maggioranza – ma per Hillary Clinton le prime vittime delle guerre sono le donne che rimangono vedove…), e quando c’è da investire in sanità per le malattie “di genere”, quelle maschili non sono quasi considerate, eccetera… e come ringraziamento tocca sentire politici, intellettuali, giornalisti, attori, sportivi (di ambo i sessi) dire che siamo il Male del mondo. Non riceviamo nulla né concretamente né a livello di discorso sociale, ma come si può pensare che ciò non abbia effetti?

      1. Ah, tea le manifestazioni di pubblico disprezzo verso il maschile dimenticavo la più importante: il trattamento riservato ai maschi in tribunale. Di quello che succede nelle cause di divorzio e affidamento dei figli qui dentro “dir non è mestieri”, ma anche nei processi ordinari la statistica (ignorata regolarmente dale Gruber, Boldrini e compagnia cantante) ci dice inequivocabilmente come a parità di reato gli uomini si becchino pene nettamente inferiori alle donne. Il che, sia detto per inciso, ci fa sospettare che quando la situazione è dubbia la donne venga sempre assolta e l’uomo condannato. E poi ci dicono che sono gli uomini i più cattivi, e grazie…

  4. Leggo nel commento di Andrew, che porta i dati cui mi riferivo, un’ulteriore prova che per le donne la vita monastica non fa grossa differenza. Sembrerebbe quindi che la mancanza di stress sia soprattutto a vantaggio maschile; forse perché gli uomini nella società civile si sentono più responsabilizzati, es. la percezione di dover mantenere una famiglia, oppure se non la si ha di doversela creare e quindi trovare una donna magari con difficoltà,…? Tutti elementi che comportano un maggiore stress rispetto a quello vissuto dalle donne?

    1. L’uomo è sempre stato responsabilizzato e spinto a competere molto più della controparte femminile, se questa fosse la causa principale dello stress la durata media della sua vita sarebbe dovuta essere minore, e in misura maggiore, di quella delle donne anche in passato (ricordiamo, con Warren Farrell, che in ogni cultura la donna ha valore per ciò che è, l’uomo per ciò che fa). Oggi in realtà ciò che colpisce gli uomini è la completa mancanza di riconoscenza sociale, il disprezzo più sfacciato che trasuda da ogni discorso, articolo, libro, trasmissione tv, film e chi più ne ha più ne metta, verso il maschile. È vero che la maggior parte degli uomini, poveri fessi, negano persino a sé stessi l’odio che società e istituzioni, e le donne, riservano loro, ma a lungo andare questo disprezzo e questo odio non possono non avere effetti sulla psiche e quindi, di riflesso, sul corpo. Anzi, probabilmente chi ha accettato la realtà e ha smesso di illudersi si difende meglio e ha ormai imparato a convivere con la cosa, sono gli ingenui a soffrire di più.

      1. L’ignoranza, sia sui rapporti di potere tra i sessi sia su tutto il resto, nel lungo periodo è sempre una scelta che viene difesa con tutti i mezzi.
        L’ignoranza è una cosa che va coltivata perché resti florida: a fare normalmente vita sociale ci sono troppe occasioni di arricchire le proprie conoscenze per dire che non si ha avuto l’occasione, al contrario se si rimane sempre allo stesso livello trattasi di scelta.

        Nel caso specifico gli “ingenui” sono quelli che leggono di La Morgia, dopo aver magari letto le polemiche quando hanno censurato Davide qualche mese prima, o un intervento nei commenti di un articolo di un giornale mainstream CON TANTO DI LINK A DOCUMENTI UFFICIALI, e hanno SCELTO deliberatamente di non leggere: EPPURE erano a cazzeggiare leggendo di quegli argomenti “non interessanti” o addirittura i commenti a quegli argomenti “non interessanti”.
        La suddetta è una scelta deliberata: il vero ignorante incolpevole non sa nulla di antifemminismo ma non sa NEANCHE la versione femminista della vicenda di La Morgia, per dire, perché non ha tempo per leggere il giornale o e se lo legge non ha tempo per leggere articoli su fatti minori.

  5. Ecco la fonte dell’articolo che descrive la vita media dei monaci e delle monache nei conventi:
    http://www.uomini3000.it/259.htm
    Ecco il testo:

    DONNE LONGEVE: IL MERITO NON È DEI GENI – da La Stampa, 15/2/2006 (abstract)
    La risposta inconfutabile alla domanda: perché gli uomini vivono meno a lungo delle donne?
    Marc Luy, un sociologo dell’Univesità di Rostock che si autodefinisce «ricercatore della mortalità», l’ha trovata nei conventi, l’unico luogo al mondo dove le condizioni di vita di uomini e donne sono identiche. E identica è pure – questa sì una sorpresa – la durata della vita.
    Dunque, se gli uomini vivono in media 6-8 anni meno delle coetanee, non è per i loro geni né per i loro ormoni, ma per lo stress, la cattiva nutrizione, l’abuso di fumo e di alcol, gli strapazzi. Nessuno aveva mai pensato di risolvere il problema della longevità con la statistica, andando nei cimiteri e negli archivi dei conventi. Luy non ha solo avuto l’intuizione giusta, ma è riuscito a entrare in 12 monasteri – benedettini, francescani e domenicane -, installarsi nelle loro biblioteche per risalire indietro nei secoli e annotare su un quaderno l’età e la causa della morte di 11.500 persone. Risultato: una vita di preghiera e lavoro, frugale e sempre identica a se stessa, con persone del proprio sesso e nessun contatto con il mondo esterno, è più lunga della media. Almeno per i monaci, che vivono cinque anni più dei loro coetanei, raggiungendo grossomodo l’aspettativa di vita delle donne.
    La longevità è legata allo stile di vita: rituali severi, rinuncia agli eccessi, preghiera e lavoro fino a tarda età tengono in buona salute. Le monache, invece, muoiono mediamente alla stessa età delle coetanee fuori dal convento. E il cancro le colpisce nella stessa percentuale, anche se in organi diversi. Il più diffuso è quello al seno, ulteriore prova che l’allattamento è protettivo.
    Quasi sconosciuto è il cancro al collo dell’utero: la castità elimina quei virus oggi considerati la sua causa principale. Monaci e monache condividono poi una sorta di immunità contro le tipiche malattie da invecchiamento. Tra di loro la demenza senile è rara.
    La lezione è chiara: volete vivere a lungo e sani? Entrate in convento. Ovviamente da giovani

  6. Grazie Santiago per quest’interessante anteprima del secondo volume della sua preziosa opera: ho appena completato l’acquisto.
    Con profonda stima.

  7. Ericlauder c’è anche da considerare che le suore (come in generale le donne che non hanno figli naturali) sono più soggette a tumori degli apparati femminili, potrebbe essere quello il motivo per cui tra di loro si abbassa l’aspettativa di vita rispetto alla media.

  8. SESTO:
    Nei CONVENTI non esiste differenza di vita media tra uomini e donne, ovverosia i FRATI vivono quanto le MONACHE.

    Questa è una delle basi MGTOW: è una delle dimostrazioni scientifiche che vivere senza avere una donna sul groppone è vantaggioso.

    Sui single il paragone non si può fare, perché l’uomo single se la gode di più di una donna single. Anche esagerando e rischiando.
    Inoltre i single comprendono anche tutti i bambini e i ragazzi non ancora sposati: muoiono più ragazzi che ragazze il sabato sera. Mai visto una ragazza fare una gara con l’auto, al massimo è passeggera ma è più raro, il guidatore è sempre uomo. E così via.

    Ma il castello di carte crolla se si fa il giusto paragone, ovvero quanto vivono maschi e femmine quando hanno il medesimo stile di vita e separati tra loro: frati e monache, appunto.
    Tutte le statistiche che ho letto vanno da 0,8 anni di vantaggio per le femmine (cosa da poco rispetto ai 5 anni nella vita civile) ai 0,4 anni di vantaggio per gli uomini.

    1. Ho dimenticato la cosa più importante:
      nei conventi i frati vivono PIU’ a lungo dell’uomo medio e le monache MENO della donna media: è la parte più importante perché dimostra la tesi che il contratto di matrimonio va a vantaggio della donna e svantaggio dell’uomo.
      Nei conventi non è +5 anni di vita per gli uomini, è tipo +3 anni di vita per gli uomini e -2 per le donne.
      Non è semplicemente che vivendo separati gli uomini recuperano, è anche che le donne ci rimettono…

    2. Grazie ericlauder per i tuoi commenti che si dimostrano sempre intelligenti, moderati e interessanti. Integrano molto bene.

      Due precisazioni. Le avventatezze dei giovani maschi rientrano negli aspetti SOCIO-economici. Se i giovani maschi muoiono prima perché sono avventati le istituzioni dovrebbero investire i soldi per prevenire (anche attraverso l’educazione) queste imprudenze. Domanda: le istituzioni investono in questo senso o preferiscono investire per correggere il sessismo del linguaggio?
      Questi comportamenti asimmetrici possono servire a spiegare (minimamente) l’asimmetria nella speranza di vita ma non possono assolutamente giustificare questa asimmetria o la passività delle istituzioni per correggerla.

      Non solo la vita monacale, anche tra le classi agiate, con uno stile di vita molto simile, le differenze tendono a dissolversi.

      1. Grazie.
        Il fatto che le istituzioni si interessino al sessismo nel linguaggio anziché a prevenire le morti maschili è il meno: io nel prossimo futuro mi aspetto associazioni d’affari per sole imprenditrici donne, che diventeranno fulcri di corruzione ed evasione fiscale essendo più difficili da attaccare e criticare – altrimenti sarebbe “sessista”.
        E il bello è che accadrà prima nei cosiddetti paesi “onesti”, come candidata vedo bene il Regno Unito: “women only businesses” con evasione fiscale a go-go incorporata. Ma anche la Svezia e gli USA. Al confronto in Italia siamo vaccinati: l’inghippo i finanzieri secondo me lo capiscono (ad esempio Lara Comi l’hanno beccata malgrado fosse donna), invece in UK mi aspetto reazioni da ebeti tipo che gli dicono “ma non è evasione fiscale, è solo evasione ficale per rifarsi delle perdite patriarcali del passato” e quelli come Fantozzi “Haa! Allora è differente!”.

        La differenza tra la vita monacale e quella delle classi agiate è che la prima è povera e pertanto alla portata di tutti: però sia in quella povera che in quella agiata le differenze di aspettativa di vita si annullano. E’ la prova inconfutabile che nel rapporto tra i sessi qualcuno parassita qualcun altro.
        Ora: sinché uno vuole dei figli, è sbagliato che debba vivere di meno e perdere svariati anni di vita, ma così va il mondo e comunque il sacrificio è comprensibile (anche se non giustificabile) essendoci un obbiettivo più alto. Se invece uno non vuole figli o li ha già o non li può avere, allora mettersi in situazione di essere parassitati e vivere anni in meno, secondo me scade nel masochismo…

  9. fai bene a fare sti articoli qualcuno dovra pur rispondere in qualche maniera a tutte le palesi minchiate che dicono…

    1. Anche se preferiscono non adoperare termine così espressivi come “minchiate”, ti faccio i complimenti per l’ambiguità della tua risposta che permette due interpretazioni diverse e in antitesi
      … se “dicono” intende come soggetto le istituzioni, sono completamente d’accordo. Le istituzioni mentono e trattano da sempre spessissimo i loro cittadini come un esercito di creduloni, la versione filantropica del re Leopoldo II del Belgio quando si dedicava a sterminare la popolazione del Congo, quando i nazisti evocavano ai numeri gonfiati di “più di un milione di persone affette da malattie fisiche e mentali ereditarie” per promuovere il loro sterminio o quando l’URSS negava l’esistenza dei gulag. Oppure, restando in tema, quando l’ONU, il Banco mondiale, l’UE, il Dipartimento di Giustizia americano, il Ministero delle Pari Opportunità italiano, Amnesty International, ecc. dichiarano “esplicitamente”, con le sue varianti, che “la violenza maschile è la prima causa di morte delle donne”, una bugia grande quanto la piramide di Cheope.
      … se “dicono” intende come soggetto i miei articoli, e in specifico questo, mi dispiace non poter delucidare nessun aspetto specifico in quanto la tua critica non è né analitica, né specifica, né costruttiva. Posso solo rammaricarmi che tu abbia deciso di accettare acriticamente la versione ufficiale e quindi di appartenere acriticamente a quel esercito di creduloni, e il mio consiglio è quello di leggere “La grande menzogna del femminismo” (dove trovi i dati e le fonti dell’articolo, perlopiù delle stesse istituzioni che io stesso critico). Una lettura critica e sana può fare solo del bene.

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