Il volto cortese del pregiudizio

di G. Tarantini. Trattare in modo opportuno il tema del  sessismo equivale a stendere un lenzuolo molto stretto su di un largo materasso: se si tira troppo da un lato il rischio è quello di togliere dall’altro. Quando si indaga sulle dinamiche tramite le quali la società manifesta questi fenomeni, la mancanza di cura nei confronti di una singola parte può inficiare l’intero assetto e rendere vizioso il contenuto del discorso. Di conseguenza penso sia profondamente giusto dire che l’empatia e il rispetto siano due prerogative imprescindibili da una corretta impostazione emotiva e intellettuale alla tematica.

Nell’altro e nel rispetto dell’altro si fissano i limiti oltre i quali le affermazioni possono diventare offese o mancanze. Se sono uomo non potrò mai trattare il tema dell’aborto o del parto con lo stesso approccio esistenziale di una donna, se sono etero non potrò mai comprendere emotivamente la condizione di un omosessuale, ma andando ancora più a fondo si può anche dire che, pur essendo uomo, non potrò comprendere la condizione di un altro uomo che subisce forme di sessismo in quanto meno fortunato di me (specie se non ho accessibilità a narrazioni che ne trattino).  È quindi sempre importante ricordare che se parliamo della nostra esperienza stiamo parlando di un’esperienza, che non può valere universalmente nemmeno per chi fa parte della nostra stessa categoria.


“Non c’è alcun modo nel quale un maschio bianco benestante possa capire quanto la cultura sia a suo favore”.


Paula Stone Williams

Proprio in tal senso si esprime Paula Stone Williams nei primi minuti di un discorso su Ted intitolato “I’ve lived as a man and a woman. Here’s what I learned “ (Ho vissuto da donna e da uomo, ecco cosa ho imparato), e lo fa dicendo con entusiasmo “La gente talvolta mi chiede se mi sento donna al 100% ed io rispondo che se stanno parlando ad una persona transgender stanno appunto parlando ad una persona transgender, non posso parlare per chiunque altro”. Comincia poi a raccontare piccoli disagi quotidiani che il cambio di genere le ha fatto percepire, la sua evidente formazione oratoria la rende una comunicatrice affabile nel portare avanti i discorsi sulle difficoltà con l’abbigliamento o con la dispendiosa cura dei capelli, ma lungo il monologo una sua frase attira particolarmente la mia attenzione: “non c’è alcun modo nel quale un maschio bianco benestante possa capire quanto la cultura sia a suo favore”.


Immediatamente la domanda mi sorge spontanea, se all’inizio del discorso Paula evidenziava il suo non poter parlare a nome di tutti i trans, cosa la fa sentire in diritto di parlare a nome di tutti gli uomini? Paula Stone Williams, attualmente pastore della Left Hand Church a Longmont, è anche una scrittrice e divulgatrice riguardo a tematiche di discriminazione sessuale e di genere, nata nel 1951 in Colorado, ha vissuto gran parte della sua vita da uomo, è stata consulente pastorale ed ha ricoperto il ruolo di presidente della Christian Church Planting Organization Orchard Group dal 1989 al 2009. Era padre di tre figli quando decise di intraprendere il percorso di cambio di genere. L’esperienza di cambio la portò a scrivere il racconto del suo rapporto con la famiglia e a trattare le tematiche di discriminazione di gender su piattaforme di intrattenimento come Ted.


Esiste un’intera narrativa della sofferenza maschile.


C’è da dire su Paula che il suo percorso di vita, specialmente quello da uomo, sembrerebbe essere lontano anni luce dai contesti di oppressione maschile. Paula è stata un uomo di stampo religioso, che si è realizzato nella famiglia e che ha ricoperto una carica importante e rispettabile in società, quali punti di contatto può avere con uno dei tanti padri rovinati dalle false accuse? Come potrebbe mai percepire il problema dell’alto tasso di suicidio e di depressione maschile e la loro correlazione al sistema e alla cultura? Se è vero che la discriminazione sessuale e di genere sia un tema da trattare con il profondo rispetto dei contesti, rimanendo sempre attenti a non parlare per l’altro, allora non posso che ritenere dannosa, in tutta una serie di sfaccettature, la retorica (quasi dogmatica) alla quale la Stone aderisce pienamente, retorica che vuole imporre un pregiudizio, ossia quello secondo il quale se sei un maschio bianco devi caricarti sulle spalle una colpa storica paralizzante e accettare che la tua vita sia sempre e a prescindere privilegiata.

Il trasporto nei confronti di una tematica sociale sorge, il più delle volte, quando si è stati partecipi in prima persona. Per poter sensibilizzare chi non ha vissuto un determinato problema legato al sessismo occorre, prima ancora che divulgare, impostare un clima privo di pregiudizio. Esiste un’intera narrativa della sofferenza maschile, mi viene da pensare sia ad autori come Warren Farrel, Fabrizio Marchi e Santiago Gascò Altaba, e sia alla profonda realtà sorta nel web, in quel vortice eterogeneo di movimenti chiamato Manosphere, ma ciò che rende tutto questo ancora invisibile e non compreso dalla massa è appunto un clima pregiudicante. Nonostante alla fine il discorso di Paula risulti scorrevole, spigliato e cortese, non posso che sentire un retrogusto amaro nel vedere come una persona che tratta pubblicamente tematiche così delicate possa allo stesso tempo perpetuare un pregiudizio.


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