Indulgenza a sesso unico: un’indecenza nazionale

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo – La vicenda dell’insegnante di Prato è nota, ma vale la pena sintetizzarla. Il 27 marzo del 2019 la 31enne viene arrestata per violenza sessuale a seguito della denuncia della famiglia di un ragazzo minorenne di cui, durante lezioni private di inglese, la donna abusava sessualmente da tempo. Gli scambi di messaggi tra i due non lasciano dubbi: lui non ne voleva sapere, lei lo teneva in una morsa psicologica fatta di rivendicazioni e ricatti. Parte dei quali, da un certo momento in poi, imperniati su un fatto non da poco: la donna era rimasta incinta del giovanissimo studente.

Il figlio nasce e il marito della donna prova a riconoscerlo come proprio, sebbene probabilmente al corrente della relazione violenta e malsana della moglie. Successivamente un test del DNA dimostrerà la verità e pure lui finisce sul banco degli imputati per alterazione di stato. L’uomo, probabilmente altrettanto succube della donna, aveva cercato di coprire la violenza della moglie. Un “amore impossibile” quello dell’insegnante e del giovanissimo? Indubbiamente no: lui non ne voleva sapere e nella cronologia del computer di lei gli inquirenti trovano visite sistematiche a siti pedopornografici. Niente di romantico, dunque, e molto di criminale secondo l’accusa. Nel frattempo il bimbo le viene tolto e viene dato in affido ai nonni paterni e al giovane padre.


Un paese dove le donne ottengono il massimo dei favori in tribunale.


Mattia Alfano Massimo Nistri
Gli Avv. Mattia Alfano e Massimo Nistri

L’insegnante finisce in carcere, com’è normale che sia. Pericolo di reiterazione del reato. C’è il rischio che torni a contattare il suo giovane amante o che combini qualche altro pasticcio magari per inquinare le prove. Dunque resta al gabbio in attesa di un processo che, ferma restando la presunzione della sua innocenza, ha già tali elementi probatori da indurre a dare quasi per scontato l’esito. Eppure molte cose marciano diversamente da come atteso. E ad ogni passo aumenta lo stupore. A dirigere l’orchestra sono gli abili e coraggiosi (o sfrontati?) avvocati della donna: Mattia Alfano e Massimo Nistri. Sanno di avere a che fare con un soggetto meritevole di indulgenza sempre e comunque per il solo fatto di essere donna e agiscono di conseguenza.

Si giocano allora tutte le carte possibili, incuranti del fatto che alcune di esse un po’ gridino vendetta, un po’ sbordino nel ridicolo. La prima è quella di sollevare una questione di legittimità. Il legali fanno così quando ritengono che una legge possa essere in qualche misura illegittima e ne chiedono per questo la verifica alla Corte Costituzionale. Quella sulla violenza sessuale, in particolare, ritengono debba essere cambiata: “anche sotto i 14 anni ci può essere consenso”, dicono, ipotizzando una modifica legislativa che pare fatta su misura per la propria assistita. I giuristi ridacchiano, l’opinione pubblica trasecola, chi sa come funzionano le cose si attende che la manovra riesca. Tutto è possibile in un paese dove le donne ottengono il massimo dei favori in tribunale. Fortunatamente in gennaio la giudice incaricata decide di tenere in sospeso la richiesta dei due legali e di andare avanti con il processo.


C’è indulgenza, la solita, verso il sesso femminile.


Che nel frattempo conosce altri due colpi di scena. Il primo è la perizia psichiatrica sulla donna disposta dal tribunale di Prato. Un tentativo di togliere dal piatto d’argento alla donna la possibilità della solita assoluzione perché “incapace di intendere e di volere” o un assist per potersene servire? Non è chiaro. In ogni caso la perizia, per altro affidata a un luminare, non ha dubbi: la donna è stata ed è sana, sanissima di mente. Tra i motivi usuali per ottenere indulgenza non le rimane dunque che la crisi post-partum, che però qua non può valere visto che, nel caso, prima di averla ha stuprato un ragazzino di 13 anni. A questo punto, e siamo all’oggi, la signora è in grossi guai. Unico vantaggio ottenuto è stato di trasformare la carcerazione preventiva in arresti domiciliari. Un privilegio che, inutile dirlo, difficilmente viene concesso agli uomini accusati di violenza sessuale. Un doppio standard che non stupisce.

Stupisce invece la decisione più recente del Tribunale di Prato, ossia quella di revocare alla donna anche gli arresti domiciliari, commutati in un semplice divieto di avvicinamento alla sua giovane vittima. Stupisce perché se è vero che a questo punto, a procedimento iniziato, non può più inquinare le prove, rimane vero che si tratta di un soggetto accusato di aver stuprato un tredicenne e nel cui computer era stata rilevata una navigazione su siti pedopornografici. Si può davvero essere sicuri che la signora non vada a cercarsi qualche altro ragazzino cui dare ripetizioni? Piercamillo Davigo, quando racconta le sue spiritosaggini manettare, dice che una ragione per tenere al fresco un presunto colpevole si trova sempre. Ma nei suoi esempi si tratta sempre di un uomo accusato di aver fatto violenza a una donna. Viceversa le cose non funzionano allo stesso modo. C’è indulgenza, la solita, verso il sesso femminile, nel racconto degli aneddoti e nei fatti. E anche nell’atteggiamento dei media: di un uomo accusato di stupro si sa tutto, a partire dal nome, in poche ore, anche a indagini aperte, di una donna a processo per lo stesso reato non si sa nulla, omertà totale. Il mostro in prima pagina va bene solo se penemunito.


Oltre ogni più elementare decenza.


Si vedrà se l’assioma del doppio standard verrà confermato: la chiusura del processo e la sentenza sono attese per fine marzo. Nel frattempo il ragazzo ha confermato in dibattimento di essere stato circuito già a tredici anni, smentendo tutte le scusanti della donna. Inutile dire che l’attesa è di una condanna severa. Vedremo quanto varrà il pussy pass, in questo caso, magari accompagnato da tutti i soliti meccanismi sminuenti di quando a subire violenza è una persona di sesso maschile. “Beato lui”, “fosse capitato a me”, dicono i più imbecilli, senza immaginare che non per forza un giovane ragazzo gioisca nell’essere forzato al sesso, magari controvoglia e anzitempo, e costretto a un’esperienza che magari non era pronto a fare e che lo segnerà per tutta la vita. Come di fatto capiterà al giovane di Prato, per di più padre a un’età in cui si dovrebbe pensare al massimo al pallone, a studiare e a qualche pomiciata passeggera.

Ma tant’è l’indulgenza verso le donne vive anche su questi stereotipi. Che i media alimentano abbondantemente. Prova ne sia che le loro pagine si riempiono di qualunque sciocchezza riguardi un presunto danno alle donne (pure sulle conseguenze negative verso il gender gap del coronavirus si è riuscito a scrivere…), ma tacciono o diventano stitiche quando il danno è maschile ad opera di una donna. Trovare articoli completi sulla vicenda di Prato è molto difficile, ad esempio. E, sempre a titolo d’esempio, anche l’orrido abbandono del figlio da parte di una donna a Roma viene rigirato contro il suo compagno o rappresentato in termini assolutori e pietistici (“Quella madre che si volta”, scrive il cicisbeo di turno su Repubblica, sperando di assolvere la donna e commuovere tutti noi). Anche questo è il segno della meraviglia d’esser donna in quest’Italia patriarcale: indulgenza sempre e comunque, anche oltre ogni più elementare decenza.


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