La calunnia impossibile nel regno di “Rosa Nostra”

Ho trovato finalmente il modo e il tempo di ascoltare e “sbobinare” la registrazione audio che ho fatto qualche mese fa durante un convegno a cui ho assistito in quel di Pescara. Ero voluto andare ad ascoltare perché il titolo era accattivante e promettente: “Contro la violenza di ogni genere” e perché gli invitati erano di livello. Tra di loro c’era anche Glenda Mancini, una delle poche studiose che ha spesso cura di sottolineare l’esistenza anche dei diritti maschili. Oltre a lei, c’erano magistrati, politici, giornalisti e studiosi vari. L’audience cui l’evento si rivolgeva erano giornalisti e avvocati. Questa la locandina:

Prometteva insomma di essere un evento interessante. E in effetti lo è stato, anche oltre le aspettative, perché in alcuni casi ha aperto uno squarcio su una realtà di cui si parla spesso in queste pagine: le false accuse e le calunniatrici. Una fattispecie che in quelle zone, Abruzzo e centro Italia in generale, secondo molti viene gestita in modo molto strano. Per capire di cosa si tratta, occorre fare un salto indietro di qualche mese rispetto al convegno. Nell’aprile infatti sui giornali locali della zona era uscita questa notizia. Una donna aveva accusato per atti persecutori un uomo. Questi era stato prosciolto, as usual, e la donna indagata e rinviata a giudizio per calunnia. Una delle poche miracolose volte che accade per volontà della procura. Mesi dopo, il giudice monocratico Andrea Di Berardino la assolve “perché il fatto non sussiste”.


Di Berardino declina la sua personalissima idea di false accuse e false accusatrici.


di berardino
Il giudice Andrea Di Berardino

In particolare, riportano i media, il magistrato la assolve perché la donna “credeva veramente di essere perseguitata dall’uomo”. Una motivazione oggettivamente bislacca. Forse per questo i giornali (Chieti today per primo) poi la rimuovono, correggendo (su richiesta?) gli articoli già pubblicati sul web. Sì perché stando alla logica che vi è sottesa, se io mi sentissi veramente minacciato da qualcuno, potrei forse tagliargli la gola senza venire condannato per omicidio? Ovviamente no. O forse sì, se sono donna… Il sospetto è legittimo, specie riascoltando parte della prolusione proprio dello stesso giudice Di Berardino al convegno di Pescara.

Un intervento pieno di spunti e rivelazioni (infatti ne recupererò altre parti in futuri articoli), ma anche di contraddizioni. Una tra tutte: all’inizio nega recisamente che possa esserci una fattispecie chiamata “femminicidio” a rigore di Costituzione, ma dopo essere stato redarguito da una delle conferenzieri presenti al tavolo, parlerà solo in termini di “femminicidio”. In ogni caso, la parte che qui interessa è quando Di Berardino declina la sua personalissima idea di false accuse e false accusatrici. Dice: “una falsa vittima non necessariamente è una simulatrice in malafede. Ma è una persona che ha percepito dei gesti che magari oggettivamente non sono lesivi… ma li ha percepiti in quel modo e così ce li descrive“.


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Una pazza fiera di vittimismo femminile.


Il che è esattamente la motivazione che quello stesso magistrato ha dato per assolvere la quarantenne menzionata nella notizia data (e poi modificata) da “Chieti today” e da altri organi d’informazione. Di Berardino lo conferma durante il suo intervento, citando proprio quel caso di pochi mesi prima. Ne riassume i tratti per sommi capi, dice di essersi letto tutto il precedente incartamento relativo all’accusa di stalking poi finita in assoluzione, più le carte della denuncia per calunnia a carico di lei. Decide anche, racconta, di interrogare la donna e, nell’ambito di un convegno dove la sola Glenda Mancini si era spesa per un po’ di equilibrio mentre il resto era stata una pazza fiera di vittimismo femminile, così descrive il suo incontro con la presunta calunniatrice:

Che tenerezza… aveva davanti una persona rinviata a giudizio con l’accusa di aver accusato qualcuno pur sapendolo innocente, col rischio di rovinargli la vita, e la prima cosa che salta agli occhi del magistrato è il suo aspetto: “dimessa, occhi bassi, terrorizzata, rassegnata…”. Viene da pensare che, oltre a poter commettere qualunque reato con la scusa di sentirsi veramente in una certa condizione interiore, basti presentarsi tutti un po’ stropicciati dal magistrato per farla franca. Sempre che si sia donne e il magistrato in questione sia uno come Di Berardino. Che poi va oltre e spiega tecnicamente, cioè dal lato giuridico, perché ha assolto la donna.

Nel farlo, ricostruisce tutta la vicenda precedente relativa allo stalking e non lesina parole critiche per l’operato della polizia giudiziaria e dei colleghi che se n’erano occupati. Su quattro pagine di denuncia, dice, tutto era stato imperniato sui contenuti della prima, ignorando le altre che pur contenevano elementi rilevanti. Lui, eroico e soprattutto oggettivo magistrato, prima di valutare la colpevolezza della donna accusata di calunnia, ha ritenuto che troppe cose nel precedente procedimento fossero state trascurate o sminuite. In particolare era chiaro che la donna tollerasse il suo persecutore perché questo le aveva pagato delle bollette. Il persecutore poi assolto in realtà aveva detto che si trattava di cifre prestate, che rivoleva indietro e che dunque legittimamente reclamava insistentemente dalla ex, ma perché mai credere a un uomo? Sicuramente la versione corretta è quella della donna, specie se “dimessa, occhi bassi, terrorizzata e rassegnata”.


Una mostruosità giuridica.


Il concetto, cercando di fare ordine nel narrato del giudice, confuso e contraddittorio (non a caso costellato da papere rivelatrici), è essenzialmente questo: il procedimento per stalking è finito in un modo che io, giudice monocratico, non condivido. Per questo, dato oltre tutto che l’accusata per calunnia appare dimessa e triste, ma soprattutto che evidentemente era convinta di essere veramente perseguitata, la assolvo dall’accusa di calunnia. Non c’è bisogno di essere avvocato né giurista per capire che basare una sentenza sulla volontà di riequilibrarne una precedente con cui si dissente, relativa a un caso chiuso e a sé stante, rappresenti già una mostruosità giuridica. Se poi la si condisce con la giustificazione del sentore soggettivo della persona accusata, elemento insondabile e ampiamente simulabile, la mostruosità rischia di diventare pura e semplice follia.

Nel mio screening continuo della situazione nazionale, ho riscontrato che tra le aree dove la mafia rosa più ha attecchito, infiltrandosi profondamente nei gangli decisionali e giudicanti, quella del Centro Italia è in assoluto una delle più critiche. La vicenda di Alessio, che sto raccontando a brani ogni sabato, ha luogo proprio in quelle zone, da cui mi arrivano costantemente numerose testimonianze terrificanti di malagiustizia, di soprusi prodotti dalla rete dei centri antiviolenza o dalla corporazione degli avvocati. Le idee e l’operato del giudice Di Berardino sembrano inserirsi coerentemente in questo scenario, e l’ascolto integrale non solo del suo intervento, ma di tutto il convegno, conferma questo angosciante sentore.


Raramente i falsi accusati presentano contro-querela.


mafia rosaOgni volta che su questo blog o sui social collegati pubblico la notizia di qualche calunnia non si contano i commenti di chi vorrebbe certezza della pena e una repressione regolare del fenomeno che, numeri alla mano, nel nostro paese dilaga ben più ampiamente della cosiddetta “violenza di genere”. Va compreso, in questo senso, che quasi mai le procure procedono d’ufficio e raramente i falsi accusati presentano contro-querela (spesso non ne vogliono più sapere di tribunali e lasciano perdere). Per non parlare degli uomini-padri ed ex mariti, che subiscono le accuse più infamanti e quando vengono assolti, pur essendoci i termini per la calunnia, dicono: “non denuncerei mai la madre dei miei figli”, lasciando così impunite legioni di calunniatrici.

Nessuna di queste criticità, tuttavia, potrà mai essere risolta fin tanto che un intero sistema agisce, prospera e si sviluppa a partire da un brodo di coltura (e cultura) come quello descritto, e purtroppo messo anche in pratica, dalle parole del giudice Di Berardino. Esse denotano, volendo essere generosi, la volontà narcisistico-conformista di taluni professionisti che dovrebbero cercare e definire la verità dei fatti per poter distribuire giustizia, ma che forse sono più inclini a cercare l’applauso e il supporto di specifiche lobby strettamente connesse al potere politico e mediatico. Volendo essere più pessimisti, rimane aperta ogni peggiore ipotesi sulla contiguità e organicità delle componenti di un intero sistema istituzionale (che dovrebbe tutelare tutti) rispetto a gruppi di potere che fanno dell’eversione politica e dell’iniquità giudiziaria, specie contro gli uomini, la cifra peculiare della propria ideologia e delle proprie azioni.


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