La cifra del femminismo sui social

socialAvendo voglia di passare un po’ di tempo sui social, seguendo specifici profili e pagine, è possibile raccogliere un compendio molto rappresentativo di chi e cosa siano le femministe contemporanee in Italia. Certo ci vuole un bello stomaco, lo so. Io non lo faccio, non amo i social, ma ho molti amici che mi mandano screenshot il più delle volte disgustosi e immorali, ma qualche volta anche interessanti perché strappano un sorriso. Sarcastico, quindi tendenzialmente triste, ma pur sempre un sorriso. Così è capitato con due meravigliosi post pubblicati su Facebook di recente. Uno ha fatto il giro del web, l’altro è stato immeritatamente ignorato.

Quello diventato più celebre l’ha pubblicato la nota pagina turbofemminista “Abbatto i Muri”. Un caposaldo del femminismo sui social, una specie di bibbia telematica per il livore in rosa. Colei che lo gestisce, nascosta dietro a un anonimato che è un segreto di Pulcinella, informa tutte le “sorelle” che, ahimè, le si è rotto il cellulare. Esticazzi, si dirà a Roma. Invece no: “se avete un euro in più che potete donare per la causa vi sono grata”. Dunque il suo cellulare personale, per qualche motivo misterioso, è anche la causa di “Abbatto i Muri”. Nobili intenti davvero.

Mi sento un po’ preso in causa dalla cosa, perché anch’io ho il PayPal sul blog. Mi piace però sottolineare che per lo meno io non chiedo soldi a vanvera. Se lo faccio è per sostenere determinate iniziative, oppure offro qualcosa in cambio (libri, magliette, gadget). Mi guarderei sempre molto bene dal fare accattonaggio attraverso il blog o i social per qualcosa che serve a me personalmente. E così vale anche per tanti altri blog e siti riguardanti la “questione maschile”. A riconferma forse che l’uomo è avvezzo a guadagnarsele le cose, di solito lavorando, mentre l’approccio parassitario pare più conforme alla forma mentis femminista. E mentre il “fate la carità” di “Abbatto i Muri” ha fatto il giro del web, suscitando risate e sarcasmi, è immeritatamente passato sotto silenzio il meraviglioso commento che un’altra turbofemminista, Luisa Betti Dakli, ha lasciato sotto un post del Senatore Pillon. Questi parlava di alienazione parentale e Dakli, con il suo incedere fiero e altisonante, interviene per zittirlo con ignominia. Così:

social dakli

La generosa Dakli dà così una lezione a quell’ignorantone di Pillon postando il link a un articolo “serio”, scritto “da chi fa inchieste e non chiacchiere”. Caspita, scacco matto proprio. Andiamo a vedere l’articolo. Ah, è la 27esima ora, dunque un portale moooolto di parte. Vabbè, hai visto mai che pubblicano qualcosa di oggettivo. Articolo: “Il tribunale ordina di prelevare il figlio dalla madre”. Autore: Luisa Betti Dakli. Aspettaspettaspetta… La Luisona in sostanza per rintuzzare il Senatore Pillon non solo si autocita (che ci può anche stare), ma lo fa definendo se stessa “una che fa inchieste e non chiacchiere” e autoclassificando il suo articolo come “serio”?


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Se non è la comica del “chi si loda s’imbroda”, quanto meno è l’ennesima prova di un’autoreferenzialità veramente drammatica da parte di un’ideologia tossica e di sue portavoce che si nutrono di veleno, risputando veleno, che poi inghiottono nuovamente, in un circuito grottesco come pochi. A buon peso, si vivono e si autodefiniscono anche come straordinarie produttrici di contenuti seri. E non è nemmeno che se la tirano, sono proprio intimamente convinte che sia così, il che aggiunge la nota comica alla tragicità della situazione. Fortuna che qualcuno glielo fa notare, sottolineando una volta di più quale sia la cifra (infima) del femminismo in generale, ancor più quando si manifesta sui social network.


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