La Legge 54/2006 nuovamente sotto attacco

Giulia Bongiorno e Matteo Salvini

di Alessio Deluca. È in corso ormai da tempo un tentativo molto deciso di indurre la maggioranza di governo a mettere mano all’attuale legge su separazioni e affidi, la 54 del 2006. Cestinato con successo il tentativo di riforma del DDL 735, con la complicità del Movimento 5 Stelle e dei suoi voltafaccia, ma indubbiamente anche per i diktat interni alla Lega (di Giulia Bongiorno in primis), il fronte “mammista” e “donnista” tenta il colpaccio: cancellare la legge vigente e i suoi due odiatissimi principi, la bigenitorialità come diritto del minore e il mantenimento diretto che logicamente ne consegue. La pressione avviene dal lato informale, lobbistico, attraverso una sempre più martellante azione sui media e una sotterranea sollecitazione di chi, nella maggioranza che sostiene il governo, appare incline ad accogliere questo tipo di istanze.

Di recente l’intero fronte degli interessi imperniati sulla narrazione femminista e sui suoi snodi di potere territoriali (i centri antiviolenza e i loro coordinamenti) ha gridato al trionfo per l’emanazione del “Protocollo Napoli” da parte dell’Ordine degli Psicologi della Campania. Si tratta di un documento contenente alcune linee guida stilate da psicologhe in gran parte coinvolte nelle attività dei centri antiviolenza della Campania. Quelli, per intenderci, su cui una loro ex dirigente, la criminologa Francesca Beneduce, ha avuto parole poco lusinghiere, consegnate proprio a questo blog. A mettere il proprio marchio, vale la pena ricordarlo, è la sezione campana di quell’ordine professionale che mistificò e mentì spudoratamente al Senato durante un’audizione sul DDL 735.


L’armata rosa però non si perde d’animo.


Si parte male, insomma, e si finisce peggio. Le linee guida pongono infatti le basi di un approccio pensato esclusivamente per andare incontro agli interessi in primis dei centri antiviolenza e poi delle madri. E lo fa con argomentazioni trite e ritrite: nelle separazioni occorre distinguere tra i percorsi di recupero delle donne vittime di violenza domestica e il procedimento giudiziale di separazione, laddove i primi non devono giustificare tentativi di mediazione. Anzitutto perché ciò è vietato dalla Convenzione di Istanbul, ma soprattutto perché si costringe la donna (e i minori coinvolti) a rimanere in contatto e scendere a patti con l’ex compagno o marito violento. Perché, l’ovvio assunto è questo: è sempre la parte maschile quella violenta. In questo senso, dice il protocollo, troppo spesso le donne diventano oggetto di vittimizzazione ulteriore, ancor più quando spuntano fuori ipotesi di condotte alienanti. Conclusione: i consulenti dei tribunali dovrebbero fare più formazione presso i centri antiviolenza, per stilare relazioni più corrette. In altre parole: soldi ai centri antiviolenza per insegnare a CTU e CTP a parteggiare per le madri ancor più di quanto già in genere non facciano.


Si tratta di mere linee guida, uno dei tanti brogliacci lobbistici che si possono trovare negli archivi dei vari ordini professionali, eppure le maggiori centrali di potere femminista, il coordinamento D.I.Re in primis, l’hanno pompato come un risultato formidabile sulla strada di una giustizia più giusta nelle prassi separative. Vicende un po’ più importanti, tipo il ritorno alla normalità dopo il passaggio del coronavirus, hanno soverchiato quel grido di vittoria, spingendo le linee guida là dove dovrebbero stare: nel dimenticatoio. L’armata rosa però non si perde d’animo e bombarda con forza l’opinione pubblica, tramite le proprie agenzie di stampa, anzitutto l’agenzia DIRE che, giurin giurella della loro segretaria di redazione (sulla nostra pagina Facebook), non ha nulla a che fare con l’omonimo coordinamento dei centri antiviolenza. Le abbiamo chiesto come mai allora rilancino sistematicamente le veline del coordinamento D.I.Re. e non notizie rilevanti come questa o questa, ma non abbiamo ricevuto risposta. Il dubbio che non si tratti solo di omonimia rimane.


La serenità d’animo e un carattere bilanciato, così necessari nell’arduo mestiere di genitore, emergono anche nel modo di comunicare.


Proprio l’agenzia DIRE ha riproposto qualche giorno fa, richiamandosi anche alle linee guida di Napoli, quello che pare l’obiettivo finale: l’abolizione della Legge 54/2006. Lo fa usando un testimonial d’eccellenza, quella Laura Massaro ormai famosa a livello nazionale come simbolo della lotta materna contro i soprusi del sistema, il concetto di alienazione parentale, la bigenitorialità e tutto il resto. Supportata da un apposito “comitato”, si rivolge al ministro Bonafede affinché impedisca “l’allontanamento coatto dei bambini e l’affido a padri violenti” consentito, a suo avviso, proprio dalla legge vigente. Durante uno sparuto sit-in davanti a Montecitorio si parla di “sistematica rivittimizzazione delle donne e dei bambini vittime di violenza domestica” e si denuncia che “le donne faticano a far riconoscere la violenza diffusa di cui sono oggetto”. A causa del diritto alla bigenitorialità riconosciuto dalla legge, dice la Massaro, “si verificano tutta una serie di violazioni dei diritti di donne e bambini. Oggi padri violenti riescono ad avere l’affido dei figli, spesso affido esclusivo, e le donne si ritrovano ad avere contatti protetti coi propri figli, magari ogni 15 giorni o una volta al mese, sulla base di perizie che rilevano che le donne sono troppo affettuose. Cioè le donne perdono i propri figli sulla base del nulla. E le madri vengono completamente estromesse dalla vita dei bambini”.

Parole forti e coraggiose (le decine di migliaia di padri separati che vedono i figli un paio d’ore alla settimana le definirebbero forse anche “sfacciate”), provenienti da una donna che, secondo la narrazione imposta, ha vissuto sulla propria pelle le situazioni di cui parla. Una leggenda alimentata anche da vari esponenti politici di rango (Valeria Valente, Veronica Giannone, Laura Boldrini e altre) e media al seguito (“Il Messaggero” in particolare), che non si sono fatti scrupolo a definire pubblicamente come “violento” l’ex compagno della Massaro, sebbene ogni accusa a suo carico sia stata archiviata e la sua fedina penale sia linda come quella di un neonato. Nel contempo il tipo e i toni di comunicazione pubblica tenuti dalla Massaro appaiono da sempre, per lo meno a nostra opinione, fin troppo sopra le righe e poco equilibrati, specie a paragone con quelli del suo ex compagno, sempre misurato e pacato nella gestione della vicenda come nel suo modo di raccontarla pubblicamente. Non è irrilevante: la serenità d’animo e un carattere bilanciato, così necessari nell’arduo mestiere di genitore, emergono anche dal modo di comunicare. Ciò che conta, in ogni caso, è che la richiesta di abolizione o revisione della L.54/2006 poggia anche sulla denuncia della scarsa qualità o parzialità delle perizie, con ciò richiamandosi indirettamente proprio a quel “Protocollo Napoli” con cui si spera di condizionare, nel tempo, i processi consulenziali in un’ottica “donnista” e “mammista”, che cancelli totalmente, tra le altre cose, ogni ipotesi di condotte alienanti. E, stando alle carte, su questo tipo di consulenze sì che Laura Massaro ha esperienza da vendere e voce in capitolo.


La 54/2006 non si tocca.


Non sarebbe necessario, specie su queste pagine, ribadire i motivi per cui quanto sostenuto dall’Ordine degli Psicologi campani, da D.I.Re., dalla sua non-agenzia di stampa DIRE, dai comitati e dai testimonial del momento sia totalmente destituito di fondamento, ma un refresh è comunque sempre utile. Quello alla bigenitorialità è un diritto internazionalmente riconosciuto al minore. Che l’Italia fatichi a riconoscerlo lo dimostra più di un decennio di non-applicazione della Legge 54/2006 da parte di una magistratura nel 98% dei casi prona alla maternal preference, con annesse invenzioni di istituti quali il “genitore collocatario”, non previsto dalla normativa. Un’anomalia che ha determinato più volte la condanna del nostro paese in sede di Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Vero è che l’Italia si è conformata (improvvidamente) anche alla Convenzione di Istanbul, secondo cui non si possono innescare processi mediatori in presenza di violenza domestica. Tuttavia la Convenzione non dice come tale violenza debba essere accertata. Rimane un modo solo, in un contesto di razionalità e giustizia: la sentenza di un giudice. E le statistiche, proprio quelle ufficiali sulla violenza contro le donne, ci dicono che ogni anno meno di 5.000 uomini vengono condannati per quel tipo di atti. Un nonnulla, un’iniezia, per altro con un’altissima incidenza tra soggetti non italiani. Una quisquilia che si spera arrivi presto a zero, ma rimane una quisquilia.

Talmente irrilevante che, da sola, fa crollare il castello retorico della “violenza diffusa” di cui parlano la Massaro e tutte quelle attorno a lei. Che tuttavia continuano a ripetere il loro mantra, sotto cui si cela un altro grande obiettivo, oltre a quello di eliminare la L.54/2006, quindi anche la minima possibilità per i minori di avere un padre: imporre la regola del believe women. “Se una donna dice di aver subito violenza, dev’essere per forza vero. Che motivo avrebbe di mentire?”. Così dice quella regola. Basta scorrere gli elenchi 2019 e 2020 de “La punta dell’iceberg” per avere un amplissimo, sebbene parziale, elenco di motivi per cui una donna può mentire, specie in fase di separazione. Stante questo scenario, la regola del believe woman non dovrebbe nemmeno essere pensata, figuriamoci proporla. A meno che non abbia scopi apertamente anti-uomo, anti-padre e contro i diritti dei minori. Se poi i dati non bastassero, è sempre possibile compulsare la letteratura scientifica e accademica che, se pure ha messo in discussione la natura di “sindrome”, non manca di registrare la grande facilità con cui un genitore può manipolare un figlio per allontanarlo e alienarlo dall’altro genitore. Una pratica che, lo dicono di nuovo i numeri delle casistiche, viene messa in atto con preponderante frequenza dalle madri. Dunque, e ci rivolgiamo a tutta la galassia nominata e non in questo articolo: vediamo di farla finita. La 54/2006 non si tocca. E se la si tocca è se mai per garantire di più e meglio il diritto dei minori alla bigenitorialità. Che ad oggi significa un più certo ed effettivo accesso all’affetto paterno.


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