La Lund University e le “discriminazioni positive”

Secondo una pazza legge di quegli ultra-pazzi che sono gli svedesi, entro il 2030 in tutte le università del paese il corpo docente dovrà essere composto per il 50% da donne e per il restante 50% da uomini. Altro non è che l’applicazione per legge del principio della “parità negli esiti”, ovvero un obbligo forzato alla parità, che si divora così il principio contrapposto, quello della “parità nelle opportunità”. Il primo impone uguaglianza, il secondo è strettamente meritocratico: dà accesso eguale a tutti in partenza, dopo di che vinca il migliore, il più portato, il più geniale e così via. Per vari motivi, una lunghissima lista di motivi in verità, il secondo principio dà il primato agli uomini in diversi ambiti, così come li penalizza in altrettanti altri, e lo stesso vale per le donne. Il buono del secondo principio, se applicato senza inquinamenti, è che trae il meglio dalle persone che hanno qualcosa di eccellente da offrire.

Così ha sempre funzionato, portando il mondo e le civiltà a uno stadio di avanzamento tutto sommato notevole, al netto di inevitabili anomalie. Un processo che una certa filosofia chiama “patriarcato”, stigmatizzandolo come un meccanismo pensato per escludere le donne. Ecco allora che viene la parità per legge, coercita, forzata, obbligata. Non importa quanto bravi siano: entro il 2030 in Svezia tutti i docenti universitari dovranno essere per metà uomini e per metà donne. Come la mettano con i trans e le persone di orientamento variabile non si sa, in ogni caso la legge è quella e le università che non si adeguano rischiano penalità anche economiche. Ecco allora che per evitare di finire strozzate dal politicamente corretto, devono inventarsi un modo per raggiungere la quota richiesta. E qui iniziano i cortocircuiti.


Se vince un uomo, si annulla il concorso.


Lund
Lund University

L’innesco lo dà la facoltà di ingegneria dell’Università di Lund. Nel suo corpo docente le donne sono a malapena il 15%, praticamente corrispondenti alla quota di donne che a quella facoltà (tipicamente maschile) si iscrivono. Una proporzione simile, ma inversa, vige in altre facoltà di carattere umanistico: niente di strano, dunque, semplicemente una conseguenza delle inclinazioni individuali. Ma c’è la famosa legge cui ottemperare, le spiegazioni razionali non servono, serve invece trovare una soluzione. Quella della Lund University è molto particolare: anzitutto, nel momento in cui deve aprire un bando per la copertura di una nuova cattedra, diffonde tutta la più sfacciata retorica sull’uguaglianza di genere, così sperando di disincentivare le candidature maschili.

Spesso, anzi quasi sempre, però il disincentivo non funziona, perché si scontra con la realtà dei fatti: sono di più i candidati maschi (competenti) delle candidate donne (altrettanto competenti). Ecco allora che tutto il sistema del finanziamento per la posizione aperta, a carico della facoltà e del dipartimento specifico, rischia di finire nelle tasche del tanto odiato maschio. Non sia mai. Soluzione della Lund University? Se il concorso viene vinto da una donna, bene, si procede all’assunzione. Se lo vince un uomo, si annulla il concorso e se ne apre subito dopo un altro con le stesse caratteristiche. Non è invenzione: un aspirante professore escluso in questo modo è venuto in possesso di una circolare interna che dà proprio questo tipo di istruzioni e ovviamente ha citato in giudizio l’Università per discriminazione.


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Anche perché la Costituzione svedese impone che le assunzioni nelle pubbliche amministrazioni vengano fatte sulla base del merito e delle abilità. E le leggi anti-discriminazione impongono le pari opportunità nell’accesso all’impiego pubblico. Senza contare che l’Academic Rights Watch, organismo internazionale di controllo su queste faccende, condanna apertamente pratiche come quelle della Lund University. Ecco dunque l’amplissimo cortocircuito: la ricerca dell’equità forzata in assenza di precondizioni per quella stessa equità. E non è la prima volta che la Svezia ci casca: già in passato è stata contestata perché molti bandi per l’accesso a posizioni apicali erano costruiti in modo da essere accessibili soltanto a persone di sesso femminile. Anche in questo caso la questione venne portata davanti a un giudice, che impose il risarcimento agli uomini discriminati.

I giochi sporchi della Lund University sono solo la punta dell’iceberg, è bene esserne consci. Si tratta di quelle “discriminazioni positive” che sono positive solo nel nome. Sulla base di un mito inesistente (il “patriarcato”) si innesta un concetto di parità imposta in modo totalitario e irrealistico, laddove è per sua natura impossibile che si realizzi. Per riuscirci occorre essere ingiusti, iniqui e truffaldini. L’unico pregio del sistema svedese è che là la follia è aperta e palese, stabilita per legge. Da noi è uguale, ma c’è ancora una forma di pudore, per cui tutto funziona allo stesso modo, ma con sotterfugi, nepotismi di genere, privilegi più o meno sotterranei, il cui affiorare tende a creare un’indignazione tenuta ben alla briglia da una propaganda mirata.


In ballo c’è la competenza.


legge codice rossoEd è un problema che, a ben guardare, va oltre la questione della discriminazione maschile, perché in ballo c’è la competenza in discipline che spesso sono state costruttrici del futuro. Sapendo che quella tale ingegnere svedese si è laureata e insegna grazie alle quote rosa e non per il suo merito, chi si fiderà delle sue elaborazioni e dei suoi progetti? Quale apporto tecnico-scientifico potranno portare al progresso studiose mandate avanti perché in possesso di utero e non di capacità e talento? Che le due cose possano corrispondere è questione, in questo modo, data in mano al caso e in questo senso si sta consegnando al caso anche il progresso e il futuro. Che, massima ironia rischia di non essere né progredito né paritario, ma solo profondamente ingiusto.


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