La panchina della resistenza

di Giorgio Russo – A Milano, presso la Cassina de’ Pomm, in fondo a Via Melchiorre Gioia, lungo il naviglio della Martesana, c’è una panchina rossa. Una delle tantissime apparse per le strade e le piazze d’Italia negli ultimi anni. Vorrebbero, quei simulacri, simboleggiare la violenza contro le donne e i “femminicidi”. Sono un monito su cui sedersi, rosso come il sangue che si presume sia stato versato da un genere che, questa è la premessa, in Italia vive in uno stato di oppressione e violenza pressoché strutturali, naturalmente messo in atto dal maschio patriarca etero e bianco. Quello da “rieducare”, per intenderci. Per chi sa come stanno realmente le cose, ossia che è tutta una grande menzogna, quelle panchine sono la prova concreta della sussistenza di un regime totalitario basato su un’ideologia priva di fondamento, ma dotata di un’efficacissima propaganda. Quelle panchine sono come i fasci littori scolpiti ovunque nell’epoca del ventennio fascista. Niente di più, niente di meno.

A quei tempi l’oppressione era pesante e fisica: manganellate, olio di ricino, carcere, confino. Non si scherzava. Con il disastro che quella gestione sociale ha portato, oggi non si è più tanto inclini a usare certe metodologie. Il pugno di acciaio si è così rivestito di velluto. Ha il volto severo di politici e politiche che redarguiscono tutto il genere maschile a reti unficate, di opinionisti alla ricerca di visibilità con in mano l’obolo da pagare alle padronesse del vapore del momento, di guitti imbrattacarte con il tesserino dell’Ordine dei Giornalisti e un vocabolario di 100/150 parole in tutto pronti a battere i tacchi quando telefona qualche capabastone dell’associazione taldeitali, amica della parlamentare taldeitali. Un combinato disposto che ha trasformato il manganello in shitstorm, l’olio di ricino in aperta criminalizzazione, la prigione in ingiustizie a norma di legge e il confino in esclusione sociale.


Qualcuno dei resistenti di oggi ha cominciato a osare.


Oggi come allora la massa si adegua. Va in piazza Venezia, oggi diventata virtuale, attende che il femminismo si sporga dal balcone e, pugni sui fianchi, detti la nuova parola d’ordine, una sola, categorica e impegnativa per tutti: opprimere. E opprimeremo. Sotto, la massa inneggia sventolando non più fazzoletti e cappelli ma smartphone perennemente connessi ai social network. Gli slogan cambiano contenuti, ma i toni sono gli stessi, ben plasmati da un MinCulPop con ramificazioni internazionali. Televisione, cinema, editoria si allineano obbedientemente andando a costituire un nuovo e granitico “Istituto Luce (rosa)” sempre al servizio. Oggi come allora quella massa sa in cuor suo di essere oppressa, imboccata fino a scoppiare, come un’oca all’ingrasso, di propaganda martellante e senza fondamento. Percepisce dentro di sé un profondo fastidio, ma non apre bocca. Troppa la paura di finire sulla timeline di tutti non più come “disfattista” ma come “misogina”. Di fatto, attende solo che arrivi qualcuno ad appendere quell’ideologia soffocante a testa in giù, per assembrarsi di nuovo e prenderla finalmente a calci e sputi.

Quel qualcuno sono i resistenti. Quelli che sotto il fascismo facevano circolare pamphlet di critica o mettevano in atto piccoli sabotaggi quotidiani. Quelli che per agire con più libertà si spostavano all’estero e, divisi e perseguitati, cercavano di coordinare il contrasto al regime. Successivamente furono poi quelli che imbracciarono le armi e contribuirono a porre fine alla tirannia totalitaria. Ebbene, nell’ambito di questo paragone con il Ventennio, dove ci troviamo ora? Direi alle porte della guerra. Perché qualcuno dei resistenti di oggi ha cominciato a osare, a uscire allo scoperto, a dire la verità, ad additare le orripilanti forme di un re nudo. Questo ha fatto colui che, con vero ardimento e piena lucidità mentale, ha imbrattato la panchina rossa alla Cassina de’ Pomm scrivendoci sopra una verità sacrosanta: “femminismo = distruzione essere umano”. Si badi: non ha scritto “distruzione dell’uomo” o “distruzione del maschio”, ma “dell’essere umano”. Non è irrilevante.



E dunque: ora e sempre resistenza!


Chi ha scritto quella frase sulla panchina ha compreso davvero tutto di quello che sta accadendo. Non siamo di fronte a un movimento che rivendica diritti negati o frustrati per la parte femminile della società (se mai il femminismo è stato questo, e i dubbi sono molti…). Siamo di fronte a una vera e propria ideologia che, pur trattando esclusivamente gli uomini come gli ebrei dopo le leggi razziali, è in realtà strutturata per il predominio e l’acquisizione di privilegi a discapito di tutti, uomini, donne, bambini, anziani, di ogni razza, forma, età, indistintamente. Un cancro che divora giorno dopo giorno il futuro, scaturito (unica differenza con il fascismo) da una menzogna, da una fiction costruita a tavolino, e che nemmeno i dati e i fatti sembrano riuscire a smentire. Non mancano in rete, e questo blog ne è un esempio, manifestazioni di resistenza, ma lì restano confinati, grazie anche al cordone sanitario steso attorno dal sistema. Nella vita reale pochi o nessuno aveva mai osato esprimersi in contestazione aperta, audace e provocatoria contro il sistema stesso. Quella scritta sulla panchina rossa è il segno di un malcontento reale, tangibile. E’ il sintomo che la bugia scricchiola, regge sempre meno, nonostante gli sforzi della politica più bieca nel continuare a sostenerla. Ed è la prova che servirà una guerra in campo aperto per continuare a imporla.

Ebbene è compito di tutti i resistenti di sollecitare quella guerra, ormai divenuta necessaria. Senza attendersi che la massa segua: non accadrà. Si paleserà soltanto a giochi fatti per vilipendere il cadavere. Il compito sta al maquis, ai partigiani, alla resistenza e al suo coraggio di uscire nella vita reale ancora e ancora, per far intendere a chi deve che è stato scoperto e che deve scendere al confronto armato (di parole, logica, dati, fatti) se vuole continuare a tiranneggiare. All’autore di quella scritta sulla panchina rossa diciamo dunque: se la cancellano, torna lì e riscrivila. Ancora più grande, su tutti i listelli della panchina. Non solo: chiunque si imbatta in panchine simili, si armi di pennarello e faccia lo stesso, usando la stessa frase. Paura di venire scoperti? Indossate un casco integrale se ci sono telecamere in giro, andate in gruppo in modo da fare schermo. Trovate un modo, ma fatelo. Dopo di che fotografate l’impresa e mandateci la foto (stalkersaraitu@gmail.com), indicando luogo e via. Dedicheremo a queste imprese una gallery in homepage. Sembra assurdo doverlo dire ancora oggi, così come appariva assurdo concepirlo durante la dittatura fascista, ma purtroppo non lo è affatto. E dunque: ora e sempre resistenza!


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