La Polonia all’avanguardia nella tutela del diritto

di Fabio Nestola. Come il politically correct genera mostri. Un lancio ANSA, ripreso da diverse testate, riporta le dichiarazioni del Governo di Varsavia per voce del ministro di Giustizia Zbigniew Ziobro, il quale in conferenza stampa ha spiegato che la Convenzione di Istanbul contiene “concetti ideologici” non condivisi dall’attuale esecutivo polacco; pertanto da lunedì 27 luglio il Governo darà inizio al processo di disdetta della “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, meglio nota come Convenzione di Istanbul. Apriti cielo! Il gregge dei benpensanti mondiali parte all’attacco della Polonia, tutti allineati e coperti, trombettieri indottrinati, genuflessi al pensiero prevalente: la Convenzione è una conquista di civiltà, è intoccabile, è il Verbo del XXI secolo, traccia la strada per il futuro sociale, politico e mediatico del mondo… quindi chi ha l’ardire di metterla in discussione non può che essere in torto. In grave, gravissimo torto. Cos’ha detto Ziobro di così terribile? Ha detto la verità, cioè che la Convenzione non è orientata dal Diritto ma dall’ideologia, quindi il governo polacco torna sui propri passi disconoscendone la ratifica. Ma la verità non si può dire, altrimenti è “un orrore” come scelgono di titolare alcuni media.

Dal decalogo della singolare democrazia politically correct: Art. 1 – Puoi pensare “liberamente” quello che vuoi, a patto di pensare quello che penso io. Art. 2 – Chi non si accoda al pensiero prevalente deve essere annientato. Art. 3 – Chi ha un’opinione diversa dal regime è un nemico del regime. Voglio concentrarmi sul mero aspetto della violenza sulle donne, indubbiamente il fulcro della Convenzione di Istanbul, nonostante il ministro Ziobrio abbia citato altri argomenti ideologicamente orientati che hanno portato il Parlamento al clamoroso dietrofront. Ho recentemente scritto qualcosa sull’argomento, dimostrando l’inquinamento ideologico del testo, dell’interpretazione che ne viene costantemente data, dell’utilizzo strumentale che ne viene fatto. La Convenzione di Istanbul viene perennemente citata per sostenere la necessità di agire contro la violenza subita dalle donne, sempre dalle donne, solo dalle donne. È una mistificazione ideologica. La Convenzione recita testualmente “Riconoscendo che le donne e le ragazze sono maggiormente esposte al rischio di subire violenza di genere rispetto agli uomini”.


Gli estensori della Convenzione si preoccupano di farla sembrare imparziale.


In una sola frase due verità costantemente disconosciute: 1) la violenza di genere non è sinonimo di violenza contro le donne, ma contro un genere. Quindi anche il genere maschile può esserne vittima. 2) donne e ragazze sono maggiormente esposte al rischio. Le parole hanno un senso: maggiormente non vuol dire esclusivamente. Il fattore numerico è irrilevante: parlando di diritti umani la necessità di tutela prescinde dalle percentuali. Non c’è bisogno che le vittime di violenza di genere siano divise al 50% tra donne e uomini, anche se le vittime fossero 80% donne e 20% uomini non cambierebbe nulla: i diritti di quel 20% avrebbero identica dignità ed identica necessità di tutela rispetto alla percentuale prevalente. Pur essendo intrisa di faziosità, la Convenzione non esclude quindi le vittime maschili di violenza. Nel preambolo vengono citati patti, convenzioni e trattati internazionali che riguardano diritti delle persone ambosessi, dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali al Patto internazionale sui diritti civili e politici, dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. (v. preambolo, pagg. 3 e 4)


Gli estensori della Convenzione si preoccupano quindi di farla sembrare imparziale, ma la faziosità emerge già nel titolo: “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”. Da cogliere l’acrobazia semantica: la dicitura “prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne” basterebbe a comprendere ogni vittima femminile di violenza, ogni tipologia, ogni minimo aspetto. Allora da cosa nasce l’esigenza di aggiungere “e la violenza domestica”? Se la Convenzione fosse ciò che la narrazione dominante vuole far credere, cioè uno strumento per tutelare esclusivamente le donne, si tratterebbe di un’aggiunta ridondante, ultronea, del tutto inutile. La violenza tra le mura domestiche è uno degli aspetti del macrogruppo “violenza nei confronti delle donne”, che quindi la comprende. Aggiungere “e la violenza domestica” senza specificare il genere della vittima come invece viene fatto immediatamente prima, serve quindi a comprendere ogni vittima di violenza domestica a prescindere dal sesso: anche l’uomo accoltellato dalla moglie, quello sfregiato dalla fidanzata, ferito dalle forbiciate o dai piatti spaccati in testa, preso a schiaffi, calci e graffi, l’uomo vittima di umiliazioni e violenze psicologiche.


Polonia come la nuova frontiera del pensiero libero.


Andrzej Duda

Ecco che però emerge la discriminazione: prevenzione e lotta ad ogni tipo di violenza contro le donne, mentre per gli uomini è circoscritta alla violenza domestica. E la violenza di genere che gli uomini possono subire fuori dalle mura domestiche, ad esempio sul posto di lavoro, o ad opera di una sconosciuta che lo aggredisce o di una spasimante respinta che gli tira l’acido in faccia? Protezione a 360° per le donne, limitata per gli uomini. È un inquinamento ideologico che sottolineo da anni: la violenza femminile non esiste e se esiste è legittimata. Uno stupro del Diritto inteso come Jus romano ma anche dell’art. 3 della Costituzione, perché il fondamento della Legge dovrebbe essere l’imparzialità della norma, cioè l’applicabilità nei confronti di ogni cittadino/a ma soprattutto a tutela di ogni cittadino/a; mentre la Convenzione sottintende tra le righe una tutela speciale per una specifica categoria ai danni di un’altra. In uno Stato di Diritto chiunque arrechi pregiudizio a chiunque è passibile di sanzione proporzionata all’azione compiuta, a prescindere dal genere di autori e vittime di violenza, è pertanto un abominio giuridico sottintendere che la violenza subita da una metà della popolazione sia più meritevole di tutela rispetto alla violenza subita dai componenti o dal componente – fosse anche uno solo – dall’altra metà. La Convenzione si prefigge l’obiettivo esplicito di orientare gli impianti normativi degli Stati che la ratificano, dimenticando o fingendo di dimenticare che la forza della legge è nella sua universalità, non prevede privilegi né categorie elitarie più tutelate rispetto alle altre.

Invece i fanatici della Convenzione vorrebbero che un reato contro una donna fosse più grave rispetto a un reato contro un uomo, gli Stati devono riconoscere tale velato principio e legiferare di conseguenza. La sudditanza del Diritto all’ideologia, la genuflessione della giustizia al delirio politically correct. Che una malcelata deriva ideologica sia l’asse portante della Convenzione non è una convinzione esclusiva del parlamento polacco. Lo penso e lo scrivo anch’io, nel mio piccolo, da diversi anni prima di Zbigniew Ziobro. Siamo in tanti a pensarlo. Aspettiamo gli sviluppi, enormi pressioni – ancora una volta ideologiche – potrebbero insabbiare la marcia indietro di Varsavia rispetto alla Convenzione. Aderire è il Bene, discostarsene è il Male. Se invece il parlamento polacco andasse dritto per la sua strada, si aprirebbe uno scenario fino a ieri impensabile: uno Stato che non ratifica la Convenzione ha un impatto blando, decisamente diversa è la rilevanza di uno Stato che la ratifica, ma poi decide di ripensarci. E lo fa motivando la scelta con la necessità di prendere le distanze dai contenuti ideologici e da una decadenza dei presupposti reali. Quanti, anche in Italia, percepiscono una discriminazione neanche tanto latente? Quanti sono penalizzati dai pregiudizi ideologici? Quanti sono oppressi  dal delirio politically correct? Uno Stato che riconosce l’ideologia tossica pur sapendo che si tratta di una scelta impopolare e riesce ad affrancarsi dai condizionamenti gender oriented, potrebbe essere visto come la nuova frontiera del pensiero libero e ricevere un fiume di richieste d’asilo politico da parte dei cittadini di Stati che questo coraggio non lo hanno. E sto parlando della Polonia, già abituata a combattere le dittature.


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