La riforma Pillon va in soffitta? La bigenitorialità no

di Fabio Nestola – Poche norme nel nostro ordinamento sono state in passato e sono tutt’ora controverse come l’affidamento dei figli nelle separazioni, nei divorzi e nelle cessazioni di convivenza. Le polemiche più feroci sono nate sulla scia del recente DDL 735, meglio noto come disegno di legge Pillon dal nome del senatore primo firmatario. Il DDL 735 ha incontrato un fuoco di sbarramento prevalentemente ideologico ma, sebbene sia andato in pensione senza essere mai arrivato in aula, le motivazioni dalle quali nasceva l’esigenza di riformare l’affido condiviso restano tutte sul tavolo, concrete, attuali, pressanti più di prima. Facciamo chiarezza, un minimo di genesi della riforma.

La legge 54/2006 introduceva l’affidamento condiviso della prole, il principio-cardine era il riconoscimento del minore come soggetto di diritto (il diritto alla bigenitorialità) sgombrando il campo dagli attriti quarantennali generati dalla contrapposizione fra i diritti di madri e padri. Solo nel nuovo millennio viene infatti riconosciuto il diritto dei figli a conservare rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori; è quantomeno singolare che ci sia voluta una legge per stabilire che sia il padre che la madre sono importanti nel processo di crescita della prole. Poi la novella è stata tenacemente disattesa, la ratio della norma non è stata recepita da larga parte della magistratura ed è stato, nei fatti, restaurato esattamente ciò che il legislatore intendeva eliminare.


Il riconoscimento del minore come soggetto di diritto.


Il sistematico aggiramento della norma viene denunciato e minuziosamente documentato già da diversi anni. Da tale macroscopica disapplicazione nasce l’esigenza di una ulteriore riforma, dimostrato da proposte e disegni di legge sul condiviso-bis presentati ininterrottamente dal 2007 al 2018. Un dato è estremamente significativo: la legge sul divorzio è del 1970 e la riforma del diritto di famiglia del 1975, si è arrivati a rivederle solo nel 2006 ma già l’anno immediatamente successivo era evidente la necessità di mettervi le mani di nuovo. I motivi sono evidenziati nelle note di presentazione delle proposte di riforma della legge 54/06 (Pdl Costantini-Mura, IDV, 2231/07): ” … la sua concreta applicazione incontra sensibili ostacoli, a causa di resistenze culturali degli operatori (…)  il primo anno di applicazione della legge ha consentito di osservare una estesa disomogeneità dei provvedimenti, che non riguarda soltanto gli aspetti in cui la norma può effettivamente presentare delle ambiguità, ma si presenta anche laddove il messaggio del legislatore, pur essendo limpido, si pone in contraddizione con gli orientamenti giurisprudenziali in precedenza maggioritari…”. Quindi Simone Pillon non ha inventato nulla, la necessità di riformare l’affido condiviso nasce già nel 2007 e ha attraversato tutti i Governi fino al penultimo.

Altro dato fondamentale: la disapplicazione della legge sull’affido condiviso viene riconosciuta ufficialmente da più fonti istituzionali. Studiando per anni in solitudine le storture del sistema, abbiamo sintetizzato il concetto nell’immagine di un contenitore sul quale viene effettivamente affissa l’etichetta “affido condiviso”, ma i contenuti non hanno nulla a che vedere col condiviso e sono la replica del modello separativo precedente. Le critiche sono piovute da ogni parte perché (da studiosi non allineati) osavamo contraddire l’ISTAT che rilevava il 90% di affido condiviso. I dettagli, i dossier e le inchieste condotte per dimostrare il falso condiviso sono nello studio al link precedente. Alla fine però è proprio l’ISTAT a darci ragione, ammettendo l’inadeguatezza del proprio strumento di rilevazione, che ha dovuto modificare, pubblicando il report 2016 nel quale a pag. 13 si legge : “(…) In altri termini, al di là dell’assegnazione formale dell’affidamento condiviso, che il giudice è tenuto a effettuare in via prioritaria rispetto all’affidamento esclusivo, per tutti gli altri aspetti in cui si lascia discrezionalità ai giudici, la legge non ha trovato effettiva applicazione (…)”. Esattamente ciò che abbiamo sostenuto da sempre, al profano le percentuali sembrano ottimali solo perché viene definito condiviso ciò che condiviso non è.


La disapplicazione della legge sull’affido condiviso viene riconosciuta ufficialmente.


Col governo gialloverde la necessità di una riforma che renda concreta la bigenitorialità viene inserita nel contratto che gli improbabili partners stipulano. E subito fioccano le critiche indignate alla sola previsione di riformare il diritto di famiglia, senza alcun testo da analizzare e senza che l’odiatissimo Pillon fosse ancora nominato in Commissione Giustizia. Opposizione “a prescindere”, il condiviso non s’ha da fare, punto. Indipendentemente dall’articolato e da chi lo presenterà, non viene bocciata la riforma ma l’ipotesi stessa che possa esserci una riforma. Riassumendo: il contratto di governo prevedeva equilibrio tra le figure genitoriali, tempi paritari, nessun automatismo per l’assegno che quindi andrebbe eventualmente stabilito valutando ogni singolo caso nella sua specificità. Niente di nuovo quindi, tutte misure già previste nella legge 54/06. O meglio, formalmente previste anche se sostanzialmente aggirate, proprio l’anomalia dalla quale nasce l’esigenza di una ulteriore riforma. Ma la cosa fa venire l’orticaria a qualcuno, che prende una posizione ferocemente critica:

Notare la data: 17 maggio, ma il DDL 735 verrà depositato solo a settembre. Nel Comunicato all’ANSA delle ex parlamentari Puglisi e Concia viene ripetuto testualmente uno stralcio del contratto di governo, definendo un obbrobrio e una proposta assurda ciò che già è previsto nel nostro ordinamento. Dov’erano Concia e Puglisi nel 2006 quando è stata varata la 54/06? Perché non hanno dissotterrato l’ascia di guerra quando equiparazione fra genitori, tempi paritetici e mantenimento diretto sono stati approvati da centinaia di parlamentari, donne e uomini? La molla dell’indignazione è nell’immancabile odio misandrico, indirizzato contro la famigerata e inesistente “lobby dei padri separati”: l’equiparazione fra genitori danneggerà irreparabilmente la crescita equilibrata di bambine e bambini (eh già, i figli crescono meglio quando un genitore è dominante e l’altro resta ai margini); i figli saranno costretti a fare i “pacchetti” (non se ne può più, ancora la filastrocca qualunquista dei pacchi postali ormai demolita da tutta la letteratura scientifica), e poi la chicca più squisitamente vittimistica: mette a serio rischio il mantenimento delle donne separate e dei loro figli, teoria che registra parecchie seguaci. Ma l’allarme maggiore è, ovviamente, sotto il profilo economico.

Non è vero niente. Il mantenimento diretto riguarda la parte di assegno destinata alla prole, mentre la voce che riguarda le somme da versare al coniuge economicamente più debole resta invariata. Come possono due ex parlamentari non saperlo? Non può essere solo ignoranza, è proprio malafede, critica cieca. La donna separata che ha diritto ad essere mantenuta dall’ex conserva intatto tale diritto che, sia chiaro, non viene spostato di un millimetro a causa della “proposta assurda” di mantenimento diretto dei figli. Il padre paga la mensa del bambino invece di dare alla madre i soldi per farlo, poi continua esattamente come prima a versare il mantenimento all’ex coniuge se lei ne ha diritto. Quindi è una bufala che le donne separate finirebbero sul lastrico se la piscina, le scarpe e il dentista li paga papà.

La ratio legis del mantenimento diretto è che i figli vedano soddisfatti i propri bisogni esattamente come prima, solo che i compiti di cura anche sotto il profilo economico vengono assunti direttamente da ogni genitore e non esclusivamente da uno cui l’altro deve limitarsi a fornire i fondi. Qualcuno potrebbe insinuare con malignità che questa feroce indignazione di genere nasca dal fatto, inconfessabile, che da sempre alcune madri sanno di poter “fare la cresta” sul mantenimento gestendo arbitrariamente la somma ricevuta dall’ex per i figli, anche per scopi diversi da quelli ufficiali. Tanto, si sa, non c’è mai stato l’obbligo di rendicontazione. Ma no, nessuno azzarderebbe una teoria tanto meschina, quindi il motivo delle barricate contro l’obbrobrio del mantenimento diretto deve essere un altro, sicuramente diverso da quello di veder sfumare un privilegio incontrollabile ed infatti mai controllato.


Non può essere solo ignoranza, è proprio malafede.


Un altro esempio di contestazione ideologica è arrivato subito dopo la pubblicazione del testo a riguardo della mediazione familiare e ha visto l’insorgere in massa di decine di strutture gender oriented, da D.i.Re a NonUnaDiMeno, da Telefono Rosa a Differenza Donna, con la bizzarra teoria secondo la quale la donna vittima di violenza sarebbe costretta dal DDL Pillon a mediare col suo carnefice. È un coro: “il DDL 735 impone la mediazione alle donne vittime di violenza, ignorando la Convenzione di Istanbul e le raccomandazioni del Comitato CEDAW”. Perché, ricordiamolo, la teoria mainstream è che le separazioni in Italia nascono prevalentemente, se non esclusivamente, dal bisogno femminile di fuggire dalla violenza domestica

La Colpa maschile. Mai un rapporto esauritosi serenamente, ma soprattutto mai un matrimonio naufragato per responsabilità femminili di qualsiasi tipo…  i problemi nelle separazioni nascono solo per la violenza in famiglia attuata dall’uomo.

L’allarme per la vittima costretta a mediare con l’ aggressore è una menzogna strumentale. Non è difficile, basta leggere il testo del DDL:

La mediazione può testualmente essere interrotta in qualsiasi momento, quindi è falso che le vittime di violenza siano costrette a confrontarsi per mesi con i propri aguzzini. Inoltre, discutibile novità che tentava di introdurre Pillon, al primo incontro dal mediatore prendono parte gli avvocati;

Tradotto in pratica significa che la donna-vittima può anche non intervenire affatto, è sufficiente che il suo legale dichiari che la propria assistita non ha intenzione di proseguire il percorso di mediazione, senza neanche dover spiegare perché. Significa che la mediazione familiare può iniziare alle 16 e terminare alle 16,05 senza alcun traumatizzante confronto vittima-aguzzino, giusto il tempo di firmare i documenti dell’esperito tentativo non andato a buon fine. Piuttosto il rischio concreto è un altro, e riguarda la stragrande maggioranza delle coppie separande, poiché non è detto che la strategia quick-in-and-out possa essere utilizzata solo dalle coppie coinvolte nella violenza domestica.

Il tentativo di mediazione come condizione di procedibilità rischia seriamente di svilire la mediazione familiare a mero passaggio burocratico: al primo incontro potrebbero verosimilmente accedere decine di migliaia di coppie in cui uno o entrambi i componenti già sanno che non porteranno mai a termine il percorso, tanto è sufficiente il primo accesso, gratuito, per avere la documentazione dell’esperito tentativo di mediazione da allegare agli atti. Tuttavia l’obbligo del percorso di mediazione insieme al marito violento non è l’unica bufala, il tema della mediazione obbligatoria viene affrontato insinuando diversi allarmi, tutti infondati. NonUnaDiMeno, ad esempio, ha distribuito un volantino col quale avverte le donne che non avranno diritto ad un avvocato durante la mediazione.

È falso, il DDL dice esattamente il contrario, è obbligatorio al primo incontro, nei successivi potrebbe anche non esserci dietro richiesta delle parti. Una donna in mediazione, cioè, può non avere l’avvocato solo se è lei a chiedere di non averlo.

È infinita la serie di menzogne spacciate per informazione, si arriva persino a stravolgere il senso stesso della mediazione familiare sostenendo che servirebbe a tornare sui propri passi, evitando la separazione.

Il DDL 735 non mi ha mai convinto pienamente. Ho rilevato e segnalato al senatore, già due mesi prima che il testo diventasse ufficiale, diverse criticità che avrebbero scatenato feroci critiche, l’inserimento di alcune figure e ruoli quantomeno inopportuni, alcuni errori strettamente tecnici che lasciavano ancora una volta squarci alla discrezionalità del giudice. Va detto comunque che le critiche piovute addosso a Pillon ed al suo DDL sono state squisitamente ideologiche, animate dalla risoluta ostinazione nel non modificare la norma, vomitando contestazioni faziose fondate sul nulla, lanciate da chi non ha nemmeno letto il DDL 735 e se lo ha letto non lo ha capito. O finge di non averlo capito, il che è peggio.

Accantonando le contrapposizioni ideologiche che il DDL 735 ha scatenato, resta un dato incontestabile: la necessità di rivedere l’affido condiviso nasce dal fatto che nei tribunali la riforma del 2006 viene regolarmente aggirata da 13 anni. Lo rilevano l’ISTAT, il Consiglio d’Europa con la risoluzione 2079/15 e persino il MIUR, oltre a diversi centri studi privati. Una bigenitorialità concreta non ha perso quindi la sua urgente inderogabilità, era necessaria  prima della bufera Pillon e continua ad esserlo anche dopo. A chi giova accanirsi contro ogni evidenza a sostenere il contrario?

Si moltiplicano le dichiarazioni di sollievo per il DDL 735 finito in naftalina, ma nascondono un pericoloso equivoco: pietra tombale sul DDL Pillon non può e non deve diventare sinonimo di pietra tombale sulla bigenitorialità. Però questo sta accadendo; archiviando il senatore leghista si archivia automaticamente anche il tema che ha proposto; nel nuovo governo non c’è volontà politica di affrontare l’argomento del diritto di famiglia. Eppure si tratta di correggere una violazione sistematica del diritto dei minori, ufficialmente riconosciuta dal più autorevole Istituto di statistica, non certo da Pillon. L’imperativo è rafforzare e rendere non più aggirabile il principio della bigenitorialità, recuperando la dignità giuridica sottratta al legislatore del 2006.


Nei tribunali la riforma del 2006 viene regolarmente aggirata da 13 anni.


Mascherare il modello precedente sotto la falsa dicitura di affido condiviso, è extra legem. Restaurare esattamente ciò che il Legislatore del 2006 intendeva eliminare, è extra legem. O contra legem, che forse è più appropriato. La riforma è quindi più che necessaria: è indispensabile. Ma perché un testo risolutivo arrivi in aula bisogna evitare accuratamente due errori: lo svilimento ideologico e la connotazione come battaglia dei padri separati. Non a caso due dei principali errori commessi da Pillon, e sarebbe un suicidio ricalcarne le orme. Il diritto è dei figli, non lo dico io ma è il principio-cardine della legge 54.

La posizione che difendo è sempre la stessa dal 2007, e si rifà ad una interpretazione strettamente giuridica del precedente art. 155 bis cc, novellato nel 2013 in art. 337 ter cc.:  (…) il minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, di ricevere cura, educazione ed istruzione da entrambi (…). Il bene tutelato è il Diritto del Minore e la norma è cogente, in quanto ne deriva un obbligo inderogabile. Quindi la sequenza dei diritti del minore è collegata ad un rapporto equilibrato e continuativo. Il Legislatore utilizza la “e” che lega, pertanto non vi può essere l’uno in assenza dell’altra: l’equilibrio vive solo nella continuità. Ne deriva che tempi e modalità di frequentazione non possono concretizzarsi in qualcosa d’altro rispetto ad un rapporto equilibrato e continuativo. Lo squilibrio costituisce violazione della norma, pertanto l’affido esclusivo truccato da condiviso è un illecito. Vi sono quindi motivazioni squisitamente giuridiche per rendere più stringente il diritto dei minori alla bigenitorialità, sarebbe un errore etichettare la riforma come un accoglimento di istanze della terribile (e di fatto inesistente) “lobby dei padri separati”.


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