Lagarde: la prova del fallimento delle quote rosa

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Christine Lagarde
Christine Lagarde

di Giorgio Russo – E’ noto a tutti cosa sia accaduto settimana scorsa. Christine Lagarde, l’avvoltoia Presidente della Banca Centrale Europea, ha fatto bruciare in Borsa 70 miliardi di euro all’Italia e più di 800 miliardi in tutta Europa, con una semplice frasetta: “non siamo qui per ridurre gli spread”. Il che, detto durante una crisi sanitaria ed economica continentale senza precedenti, oltre a essere il contrario del famoso “whatever it takes” (faremo tutto ciò che serve) del predecessore Mario Draghi, è semplicemente una follia. L’ha detto per sbaglio, cioè è una gaffe, com’è stata definita dai più, o è stato tutto calcolato per affossare l’Italia? Ogni ipotesi è aperta e la risposta è di fatto irrilevante rispetto agli scopi e alle riflessioni di questo blog. Da quel lato, in ogni caso Lagarde si è collocata nel ventaglio di opzioni comprese tra l’incompetente e il criminale.

Le reazioni indignate non si sono fatte attendere, da quella pacata ma palesemente irritata del Presidente Mattarella a quelle più feroci su alcuni media e sul web (dove salta fuori l’immancabile petizione per far rimuovere la Lagarde). Nessuno ha taciuto nemmeno gli effetti glaciali del messaggio di solidarietà al nostro paese pronunciate dall’eurocyborg Ursula Von Der Leyen. Si è sforzata di parlare in italiano, la Presidente della Commissione Europea, e in bocca a lei anche la nostra caldissima lingua è risultata sciapa e inespressiva, primo caso al mondo. Soprattutto è parso a molti un messaggio vuoto e ambiguo. Ha promesso sì aiuti, ma sotto forma di prestito (e allora che aiuto è?), nello stesso momento in cui la sua sostanziale impotenza è risultata chiara a tutti rispetto alle scelte di talune nazioni, Francia e Germania guarda caso, di chiudere agli altri paesi le esportazioni di supporti sanitari indispensabili per combattere il coronavirus. Una persona inutile, Von Der Leyen, insomma. Al massimo la portavoce dei soliti strozzini comunitari.


La Lagarde non ha altro di buono.


Ursula Von Der Leyen
Ursula Von Der Leyen

E’ inevitabile, in questo senso, non riportare alla memoria gli orgasmi planetari per le nomine di queste due donne. Ai tempi non si è mancato di decantare le aspettative di una governance finalmente in rosa che avrebbe cambiato il volto delle istituzioni europee. Moltissimi misero l’accento non tanto sulle eventuali competenze delle due signore, ma sul loro sesso: per tutti la garanzia della loro professionalità, etica, buona fede risiedeva non nel loro curriculum, ma tra le loro gambe. Erano le persone giuste al posto giusto “in quanto donne”, anzitutto. Poi, ma solo accessoriamente, per altro. Il femminismo nostrano ed estero andò in visibilio per queste nomine da quote rosa, perché è certo che nella scelta della Von Der Leyen e della Lagarde abbiano pesato le potenti pressioni della lobby femminista e le convenienze politiche annesse: chi le ha messe lì ha sicuramente pensato che, trattandosi di donne, avrebbero raccolto plausi, rimanendo sempre esenti da critiche.

E in effetti così fu nell’immediato. “Christine Lagarde, la ‘Chanel della finanza’ che guiderà la Bce“, titolava sbavante l’AGI; “Due donne leader dell’Europa“, diceva Repubblica sottolineando il sesso di appartenenza fin dal titolo; “Due donne al comando in Europa“, si eccitava lavoce.info, e via di questo passo su tutto il mainstream, dove non vanno dimenticati i gridolini esultanti di Lilli Gruber, convinta com’è della superiorità femminile al potere. Il meglio lo diedero comunque gli house-organ del femminismo: “la doppia abbinata è un colpo di scena che si ricorderà“, commentava Ladynomics parlando delle nomine di Lagarde e Von Der Leyen; “Evviva l’Europa delle donne“, mugolava La Voce di New York; IoDonna invece si bagnava letteralmente: “Christine Lagarde: la classe e il carisma della nuova presidente della Bce“. Classe può essere, ricca com’è ci vuol poco. Carisma, boh… Semmai, oggi si può dire che la Lagarde non abbia altro di buono oltre quello.


Un altro nodo al fazzoletto.


In compenso ha molto di pessimo. Basta ripescare qualche sua vecchia presa di posizione per capirlo: “le donne migliorano il sistema economico“, ebbe a dichiarare. Sì sì, si è visto, lei stessa ne ha dato prova. In passato aveva pure bacchettato l’Italia: “Più lavoro alle donne“, aveva ruggito. Ebbe anche a dire che la crisi di Lehman Brothers non sarebbe accaduta se si fosse chiamata “Lehman Sisters” (!!!). Fino all’apoteosi, quando aveva parlato di un vero e proprio “complotto” contro l’occupazione femminile, una cretinata talmente colossale che, in un mondo normale, avrebbe dovuto tagliarla fuori da qualunque ruolo professionale diverso dalla centralinista (con il massimo rispetto per le centraliniste). Ora che i nodi sono venuti al pettine, appare chiaro a tutti come le sbrodolate esaltate per queste nomine “in rosa” fossero stupide e in malafede, aderenti più al politicamente corretto che a elementi concreti di serietà, etica e professionalità. Lagarde l’ha fatta grossa facendo più danni della crisi del ’29, Von Der Leyen è roboante nella sua inutilità e impotenza. E dunque questo cambiamento del femminile al potere dove sta?

Di fronte a cotanta nullità, lo si è detto, le critiche sono fioccate. E nel coro si è levata la voce in controcanto di Tonia Mastrobuoni, giornalista e corrispondente estera de La Repubblica: “la triste misoginia di quelli che si sono lanciati come lupi affamati su un errore di comunicazione di Lagarde…”, ha scritto su Twitter. Le ha fatto eco l’impresentabile e immancabile Valeria Valente, che ha lanciato accuse di sessismo, dopo averlo esercitato ampiamente lei e quelle come lei al momento della nomina della Lagarde. Il femminismo pro-quote rosa è così, capace di difendere l’indifendibile, e di farlo nel modo più consueto ossia accusando di “misoginia” chiunque  lo critichi. Ovvero centrare sul discorso sesso quello che in realtà è un discorso di merito. Di fatto, la vicenda Lagarde sbugiarda in un colpo solo e doppiamente (visto che la famosa frase pare le sia stata suggerita da un’altra collega donna, una tedesca del board BCE…) il mito della selezione della leadership in base al sesso e il connesso richiamo alle quote rosa. L’ignominia della Lagarde, l’inutilità della Von Der Leyen e la difesa d’ufficio dell’imbrattacarte e della politicante di turno sono la prova che la valutazione in base ai genitali è l’opposto della meritocrazia. Anzi è il metodo migliore per dare campo libero al peggio del peggio. Si tenga a mente il frangente: è un altro nodo al fazzoletto in vista dell’auspicata Norimberga del dopo-virus.


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