Le donne e l’arte: non potevano o non volevano?

di Alessio Deluca. Ha suscitato un vero e proprio diluvio di commenti il mio articolo pubblicato settimana scorsa sull’orrido “Piano Colao”. Invito tutti i lettori che ne avessero voglia di spulciarli perché contengono spunti spesso molto interessanti. Così tanto da aver creato una sorta di spin-off riguardante la comparazione quantitativa e qualitativa della produzione artistica maschile e femminile nella storia e fino ad oggi. Nel dibattito è intervenuta pure un’infiltrata femminista, un personaggio ben noto, sebbene abbia cercato di celarsi dietro a un nickname di fantasia. Da lì ha snocciolato la sua solita riga di teorie farlocche e antistoriche, minacciando (mioddio che paura!) di portare le nostre vergognose posizioni alla conoscenza di pagine e gruppi di “storiche femministe”. Restiamo in attesa della shitstorm (perché questo solo sanno fare, mica dibattere), nel frattempo vorremmo affrontare qui un elemento di fatto che gli altri della redazione non hanno affrontato nei commenti, e che invece a mio avviso è cruciale ed emblematico.

Perché in realtà può avere senso fino a un certo punto, come s’è fatto nei commenti, disquisire sull’incisività di questa o quell’artista a paragone con coevi di sesso maschile, se non si ha piena contezza dell’ampia critica letteraria e artistica. Senza contare che è ben noto a quale sesso appartenesse chi ha fatto la storia della letteratura, della musica, della pittura, dell’architettura e della scultura, non c’è da discutere molto. Dicono allora le femministe: prevalgono, per quantità e qualità, gli uomini perché alle donne non era consentito occuparsi di attività creative. Cadono così nel tipico errore delle zucche vuote femministe: coniugano ottusa ortodossia ideologica e crassa ignoranza. Un mix esplosivo, che produce concetti tra il nonsense e il comico i quali, nonostante tutto, sono così diffusi da potersi ascoltare anche dalle bocche di moltissima gente comune. Con quei concettini da quattro soldi il femminismo evita di fare un’operazione complicata e pericolosa: storicizzare. Complicata perché per farlo occorre conoscere la storia; pericolosa perché farlo smentisce in un lampo tutto il suo ciarpame ideologico.


La versione femminista della storia (e del presente) è una grande menzogna.


Wolfgang Amadeus Mozart

Ecco allora che si immaginano le donne di epoca romana o medievale o rinascimentale e su su fino ai giorni nostri come se fossero uguali alle donne contemporanee. Le quali, parimenti agli uomini, in molti casi darebbero qualunque cosa per vedersi pubblicato un romanzo, delle poesie o esposto un quadro o eseguita una composizione musicale. Peccato che l’ambizione di raggiungere la fama e l’autorevolezza da “artista” sia cosa tutto sommato recente, innescata più o meno a metà ‘800 e da lì cresciuta fino a diventare sistematica dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’essere artista è diventato ufficialmente un fatto anche commerciale. Prima di quell’epoca però gli artisti facevano la fame. Nelle corti il musicista, ad esempio, era considerato un pelo al di sotto del giullare. La storia di Wolfgang Amadeus Mozart, il terzo mortale, dopo Gesù Cristo e San Francesco, ad essersi davvero avvicinato a Dio, morto poverissimo e seppellito in una fossa comune, dice già tutto a questo proposito. Altri, in altri settori e prima di lui, raramente avevano fatto una vita da “star” e l’apprezzamento che raccoglievano, dato l’analfabetismo imperante e corrispondente al classismo, era assolutamente di nicchia. Quasi nessuno, prima della metà dell’800, è riuscito a guadagnarsi non fama e ricchezza, ma anche solo da vivere facendo “l’artista” in modo libero. Quasi tutti affiancavano altre attività a quella creativa, oppure vivevano creando ma senza libertà, ovvero producendo opere per compiacere protettori e committenti.


Insomma, fare il poeta, il romanziere, il pittore, lo scultore, l’architetto, il musicista era una vitaccia spesso molto grama. Proprio in quanto tale le donne non è che non potevano farla, come blaterano le femministe: nessuno di fatto glielo impediva (infatti qualcuna si è anche distinta di tanto in tanto). Molto più semplicemente nessuna di loro voleva svolgere una professione considerata vile. Che dunque veniva lasciata agli uomini. Secondo una dinamica verificabile in tantissimi altri ambiti, le donne hanno insomma messo piede in numero crescente in ambito artistico solo quando questo era diventato sicuro, sia in termini di riscontro economico che di riconoscibilità sociale. Da metà Ottocento in poi anche il lato femminile comincia meritoriamente a contribuire alle arti, i nomi a moltiplicarsi e opere significative a essere diffuse. C’è del male in questo? Assolutamente no. È parte della natura conservativa femminile, una peculiarità che la impreziosisce e la rende ciò che è, così come sperimentazione, esplorazione e ardimento caratterizzano e qualificano la natura maschile. Resta che c’è una bella differenza tra l’asserire, senza prova alcuna, che alle donne non fosse permesso occuparsi delle arti, e dire, sulla base dei fatti, che esse in realtà non erano interessate alle arti. Un approccio per cui le si deve complimentare e rimproverare: complimentare perché così facendo in moltissime si sono preservate da vite miserabili (scelta saggia, dunque); rimproverare perché il loro contributo artistico avrebbe potuto essere importante e prezioso anche prima che essere artisti fosse redditizio in termini economici e sociali. Insomma, tanto per cambiare, la versione femminista della storia (e del presente) è una grande menzogna, impreziosita da meravigliose e luccicanti perle di ignoranza crassa.


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