Le perdite de “Il Fatto Quotidiano” tinto di rosa

festa fatto quotidianoCorreva il maggio fiorito del 2018 quando il Fatto Quotidiano invitava tutti alla sua festa. Un parterre des rois tra gli invitati. Oltre ai giornalisti della redazione, vengono invitati personaggi del calibro di Piercamillo Davigo, Barbara Alberti, Alessandro Di Battista, Bianca Berlinguer, Selvaggia Lucarelli, e a far musica Omar Pedrini. Tutti per celebrare l’esistenza di un quotidiano che aveva promesso, all’inizio, di scardinare la narrazione conformista dei media mainstream italiani.

Io ho assistito a una piccola parte della gestazione del giornale. Ai tempi, nel 2009, ero attivo nel “MeetUp” di Beppe Grillo della mia città, poco prima che venisse fondato il Movimento 5 Stelle. Invitammo Travaglio a presentare un libro e poi lo accompagnammo in auto da suoi amici in una località della riviera. Durante il viaggio, il giornalista stette tutto il tempo al telefono con Padellaro. Era incavolato nero, Travaglio, perché qualcuno (un avvocato o un commercialista, non ricordo) consigliava vivamente di non battezzare il quotidiano “Il fatto”, come avrebbe voluto il giornalista torinese, perché avrebbe richiamato la famosa trasmissione di Enzo Biagi, con probabili ripercussioni rispetto al copyright. Fu in quel frangente che nacque la dicitura “Il Fatto Quotidiano”.


Io ho assistito a una piccola parte della gestazione del giornale.


biagi fattoTravaglio mostrò un afflato sincero verso la creatura che stava contribuendo a far nascere. Lui stesso è innegabilmente, comunque la si pensi, un grande giornalista. Con pregi e difetti, come tutti, ma un professionista come pochi in quel settore. Chi, ai tempi, anche attraverso il movimentismo “grillista”, sperava in un cambio radicale nella narrazione della realtà, guardava a quella nuova proposta editoriale con grande speranza, anche in virtù della sua guida “montanelliana”, intransigente e salda. Ebbene, dopo quasi dieci anni dalla fondazione del giornale, durante la festa del 2018 si cercò di tirare un po’ le somme e di capire che fine avesse fatto quell’afflato.

Su quel versante, dopo tutti quegli anni, il pubblico si era fatto la sua idea: “Il Fatto Quotidiano” era a tutti gli effetti un organo di informazione più o meno palesemente contiguo al Movimento 5 Stelle, sebbene mantenesse spesso toni critici rispetto all’iniziativa di Grillo. Il successo del quotidiano e quello dei “grillini”, in ogni caso, si erano reciprocamente “tirati la volata” per quasi un decennio, fino al grande successo editoriale dell’uno e quello elettorale dell’altro nel marzo 2018. Vendite e abbonamenti, con tutte le oscillazioni di un mercato fortemente sfidato dal web, erano ben consolidati e c’era spazio per ottimismo e investimenti.


Durante la festa del 2018 si cercò di tirare un po’ le somme.


Tutto bene dunque? Non tanto. Durante la festa del 2018 capitò un imprevisto che chi c’era ricorda bene. Era il 26 maggio e in programma, alle 18.30, prima di un seguitissimo monologo di Travaglio, si svolse l’incontro “La stampa è femmina?”, condotto da Silvia Truzzi, giornalista della redazione, invitate Bianca Berlinguer e Michela Murgia. Lì avvenne un cambio di rotta. Dopo quasi due ore di retorica da woman empowerment e di rivendicazioni (era il periodo d’oro dell’hashtag #tuttiuomini con cui Murgia fustigava i quotidiani che non garantissero pari firme maschili e femminili in prima pagina), la conduttrice Silvia Truzzi si rivolge direttamente a Travaglio e alla direzione del giornale: “anche qua al Fatto le donne ancora non hanno posizioni di comando. Ed è ora che si cambi”.

Il tono non era da riflessione, tanto meno suonò come una battuta. Era un diktat. Non è ufficialmente noto come l’allora (e attuale) direttore Travaglio accolse quella specie di ultimatum. Chi gli era vicino concorda nel dire che rimase impassibile, qualcuno aggiunge un accenno di sorriso (non si sa se di ironico o di stupore), altri un pomo d’Adamo piuttosto ansioso. Come che sia, da allora il giornale accelerò su una piega che in parte già aveva preso, sebbene non in modo particolarmente marcato. Ovvero la piega più che conforme alla versione mainstream dei fatti che riguardano le relazioni e i conflitti tra uomini e donne.


“Anche qua al Fatto le donne ancora non hanno posizioni di comando. Ed è ora che si cambi”.


L’afflato della ricerca dell’oggettività, dei fatti, di una forma di contro-informazione che si differenziasse dall’andazzo dilagante, da quel momento andò del tutto perduto, per lo meno sulle questioni relative alle relazioni di genere. Anche sul Fatto le donne vittime divennero milioni e l’oppressione patriarcale un problema reale. Lo spazio ai punti di vista femministi si moltiplicarono, sia sul cartaceo che nella versione web, dove vengono ospitate regolarmente opinioniste e opinionisti più dotati di livore ideologico e conflitti d’interesse che di specializzazione o professionalità. Unica voce rimasta a predicare un po’ di equilibrio nel deserto rosa imposto alla redazione: l’Avvocato Marcello Adriano Mazzola, i cui interventi vengono però centellinati e severamente passati al vaglio della direzione. Una presenza commissariata insomma.

Su quel versante, a partire da quella serata di maggio 2018, “Il Fatto Quotidiano” ha fallito miseramente, ha tradito la propria ispirazione primigenia, diventando un altro house-organ del femminismo contemporaneo esattamente come ogni altro giornale disponibile, con l’eccezione forse de “La Verità”. E dopo un anno di “donne al comando”, nei fatti e nell’impostazione dell’informazione, come vanno le cose? Malissimo. Nei primi sei mesi del 2019 tra abbonamenti e lettori persi, il Fatto conta una perdita di quasi 900 mila euro. Sempre meno persone lo comprano e lo leggono, in cartaceo e in quella specie di pentolone di inserzioni pubblicitarie invasive che è la versione web. Effetto trascinamento della delusione dei Cinque Stelle al governo? Molto probabile, visto che i destini dei due soggetti sono intrecciati fin dall’inizio.


Su quel versante, “Il Fatto Quotidiano” ha fallito miseramente.


Ma c’è anche una forma di delusione più profonda. Ormai non conto più i messaggi di persone che, di fronte alla narrazione sbilanciata su certi argomenti, dice che non rinnoverà l’abbonamento al Fatto, non comprerà più il giornale o, peggio ancora, lo leggerà su Telegram (a sbafo). E anzi, non a caso, si abbonano a “La Verità“, che infatti sta volando nelle vendite. Ancora di più sono quelli che mi chiedono, specie sui social: “perché queste notizie (in genere di uomini uccisi, abusati o maltrattati da donne, o quelle di lettura corretta dei dati statistici) le devo leggere qui sulla tua pagina e non le vedo sui giornali normali?”. Già, perché?

Se c’era un quotidiano che avrebbe potuto porsi su una linea mediana e bilanciata rispetto alle vicende di uomini e donne, quello era proprio “Il Fatto Quotidiano”. Ci ha provato e per un po’, all’inizio, c’è anche riuscito. Poi ha ceduto di schianto di fronte all’ultimatum ideologico di Silvia Truzzi, lanciato con le spalle coperte da Bianca Berlinguer e Michela Murgia. Cedendo al ricatto sessista e antimeritocratico delle “quote rosa”, ufficialmente applicate o meno, il Fatto si è arreso a uno stream che non paga. Tra i molti lettori che oggi lo abbandonano ci sono uomini e donne arcistufi di leggere anche sulle sue pagine la solita solfa trita e ritrita. Ma soprattutto delusi che le promesse di equilibrio e di truth empowerment siano crollate come un castello di carta di fronte alle pretese e ai diktat di un ben più misero e improduttivo women empowerment.


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