Le ragioni di un blog confermate dalla Cassazione

Questo blog è nato essenzialmente da un’esperienza personale che, più di tre anni fa, mi mise a contatto con una realtà che non conoscevo, quella dello “stalking”. Come tutti, ne sentivo parlare e ne leggevo sui giornali, ma non me ne ero mai interessato granché. D’istinto percepivo la questione come un problema essenzialmente delle persone famose tormentate da qualche fan troppo invadente e nient’altro. Quando mi chiamarono in un posto di Polizia per notificarmi una denuncia ex art. 612 bis del Codice Penale, giocoforza dovetti andare a fondo della questione, per potermi difendere da quella che ritenevo un’accusa infamante, ingiusta e strumentale. Lì mi si aprì un mondo.

Al di là delle spiegazioni del mio avvocato, volli documentarmi a fondo e in breve venni a conoscenza di una realtà che ignoravo. Trovai siti, blog, profili social interamente dedicati alla questione, gestiti da persone che si erano trovate nella mia stessa situazione. Tutto materiale vecchio o molto vecchio, però, ancora presente online ma non più aggiornato. Aprii allora una pagina Facebook (che ai tempi non si chiamava “Stalker sarai tu”) cercando di raccogliere consigli e testimonianze. Venni subissato di contatti, resoconti, storie. Il materiale era così tanto, la comprensione della questione ormai così più profonda, che a un certo punto decisi di raccogliere tutto in un blog, più sistematico di una pagina Facebook, e poco dopo in un libro, “Stalker sarai tu“.


A tutti gli effetti, stalker puoi essere tu.


Il titolo non è mai stato simpatico a nessuno, nemmeno a me. Eppure è quanto di più appropriato possa esserci, in vigenza dell’art.612 bis del Codice Penale e con l’applicazione che ne viene data dalla magistratura italiana. A tutti gli effetti, stalker puoi essere tu, il tuo vicino, il tuo parente, chiunque… Era così allora e continua a essere così oggi che la Corte di Cassazione conferma la sua chiave di lettura di sempre in una recente sentenza con cui è stato respinto il ricorso di un uomo avverso una condanna a sei mesi di carcere appunto per atti persecutori.

Tutto è avvenuto in tre giorni, ha dichiarato la vittima. L’uomo si appostava, la pedinava, la avvicinava pronunciando apprezzamenti e questo è bastato per lordare la fedina penale di quella persona e appiccicarle lo stigma del persecutore. Questi è ricorso in Cassazione dicendo che il suo era solo un corteggiamento particolarmente appassionato, ma la Corte non gli ha creduto, per alcuni motivi circostanziati, ben evidenziati dalla sua sentenza. Primo, la vittima è credibile. Secondo: lo stato di timore ed ansia, nonché il cambiamento di stile di vita della donna hanno provato oltre ogni ragionevole dubbio che si trattava di persecuzione. Uno stato psicologico non comprovato dal lato patologico, non serve (così conferma la sentenza) un referto medico, basta che lei lo dichiari. E non importa che in tre giorni sia difficile che una persona maturi uno stato d’ansia: per la Cassazione il tutto può avvenire anche in un tempo brevissimo, anche nell’arco di una giornata.

Insomma dalla sentenza della Cassazione nulla è cambiato da quando, più di tre anni fa, ritirai incredulo i papiri della denuncia per stalking a mio carico. A definire il reato non sono prove e testimoni, come capita per ogni altro reato, bensì un’autocertificazione di stato d’ansia da parte della presunta vittima. Essa dichiara di essere stata pedinata, vittima di appostamenti e avvicinamenti, e non serve che porti evidenze delle dichiarazioni. Le basta mostrare di aver dovuto cambiare numero telefonico (bella forza…) o dichiarare di dover cambiare strada per andare al lavoro o altre simili banalità, e il gioco è fatto. Perché alla base dell’art.612 bis e dell’applicazione che ne dà la magistratura ci sono due assunti, anzi pregiudizi: occorre credere alla donna quando accusa, sempre e comunque; l’uomo è colpevole nella maggior parte dei casi. Anzi sempre.

E’ così che il reato di “atti persecutori” risulta in assoluto il più gettonato quando si tratta di presentare denunce false o strumentali. Basta dare un’occhiata alla rassegna de “La punta dell’iceberg” per rendersi conto di come lo stalking la faccia da padrone in questo senso. Non serve nulla all’accusatrice (o molto più raramente accusatore) per ficcare una persona in un mare di guai. Le basta dire, anche senza certificato medico in mano, di sentirsi in ansia e aver cambiato abitudini di vita e chiunque può diventare uno stalker. Appunto: stalker sarai tu. Un procedimento paradossale che, come tale, non rispetta nemmeno la logica. Mentre scrivo questo articolo ricevo una delle decine di email giornaliere contenenti storie personali e ha senso darne un accenno, perché sembra fatta apposta.


Nelle motivazioni della citata sentenza di Cassazione c’è però uno spiraglio.


Lui e lei convivevano nella casa di lei. Si lasciano, lui va via. Però continua a contattarla, le manda fiori e poesie per cercare di recuperare il rapporto. Lei non protesta, non si lamenta, anzi gli risponde con messaggi languidi di ringraziamento, dove dice di condividere con lui la grande sofferenza per la separazione e che lui le manca. E’ lusingata dalle rinnovate attenzioni dell’ex, lo si capisce chiaramente leggendo le sue risposte. La questione va avanti così un paio di settimane, finché lei non allaccia una nuova relazione e improvvisamente ciò che prima la lusingava, i messaggi e i regali dell’ex, le vengono prima a noia, poi magicamente diventano molesti fino a generarle ansia. E’ evidente: con il nuovo ganzo in giro, non vuole disturbatori e l’ex che prima la faceva sentire corteggiata ora è uno scocciatore. Anzi, per fargli capire l’antifona, meglio farlo passare per persecutore. Parte la denuncia e il ragazzo che mi scrive è al momento rinviato a giudizio. Per un cambio di percezione dei suoi atti da parte della ex.

Una storia tra le migliaia ricevute in tre anni, una più incredibile dell’altra, tutte apparentemente senza uscita. Nelle motivazioni della citata sentenza di Cassazione c’è però uno spiraglio. C’è sempre stato, in realtà, ma a giudicare da quanti in questi anni mi hanno chiesto consigli per uscire da una situazione di false accuse, pochi ancora si accorgono della sua esistenza. A partire dagli avvocati che in gran parte sembrano ancora non aver capito come funziona tutta la faccenda. La Cassazione, nella sentenza cui si è accennato, poggia tutto il suo dispositivo sulla piena credibilità della vittima. Quello è il cuore della questione: una donna che denuncia una cosa del genere è presunta credibile a prescindere. Ed è lì che occorre colpire, nel difendersi da una falsa accusa per stalking, non altrove. Male ha fatto l’uomo (e il suo legale) a cercare di dimostrare che voleva solo corteggiarla: discolparsi, mostrare la propria innocenza non serve a niente.


Nulla è cambiato nel corso di dieci anni di art.612 bis.


Una volta per tutte: il reato di stalking così com’è sovverte totalmente ogni logica di base dello Stato di Diritto. Non c’è più un accusatore che deve dimostrare la colpevolezza di un accusato che deve ribattere alle accuse portando fatti che lo scagionino. E’ vero che il reato di stalking ribalta la presunzione d’innocenza in presunzione di colpevolezza, sulla parola della presunta vittima, ma dimostrare di essere non colpevoli comunque non basta. L’unica chance per uscire non del tutto devastati da una falsa accusa di stalking è dimostrare la non credibilità dell’accusatrice. Altre strade non ci sono. Ma come fare? Anzitutto ricordando al proprio legale che la legge gli consente di fare indagini e chiedendogli di farle. Ci vorrà poco per scoprire, spesso tramite i social, che nel periodo in cui ha dichiarato di essere in ansia la presunta vittima postava foto felici e spensierate, s’è fatta un viaggio di piacere da qualche parte o in generale ha adottato condotte non tipiche di una persona in ansia o sovrastata dalla paura. Oltre a ciò, occorre lavorare su ogni singola contraddizione e l’avvocato dovrà essere abbastanza bravo in dibattimento da forzare l’escussione della presunta vittima proprio per scavare in quelle contraddizioni senza venire ostacolato. Deve essere chiaro che la credibilità della presunta vittima è parte del processo, anche se ciò sta sul margine della legittimità in base al Codice di Procedura. Di fronte a un reato che fa saltare del tutto i principi base dello Stato di Diritto, è più che legittimo navigare sul bordo della procedura stessa, ma per riuscirci servono un avvocato con gli attributi e un falsamente accusato determinato a scavare senza pietà per svelare il gioco sporco della controparte, quand’anche si trattasse della madre dei suoi figli.

In attesa che le vittime di false accuse (e i loro legali) capiscano questa antifona, rimane penoso riscontrare che la Corte di Cassazione, dopo dieci anni di delirio totale in materia, ancora confermi i propri indirizzi, avallando una normativa insensata e dannosa quanto quella ormai defunta del “delitto d’onore”. A ciò si associano numerose altre storture minori, dalla formazione deviata che le forze dell’ordine hanno ricevuto su questo tema (il denunciato per stalking viene trattato da subito come un criminale quando invece la prima domanda dovrebbe essere: “lei e la signora vi state separando?”, e a risposta positiva si dovrebbe da subito dubitare della fondatezza delle accuse), all’istituto dell’ammonimento del Questore, una delle anomalie più allucinanti tra tutto quello che è previsto rispetto al reato di “atti persecutori”. Nulla è cambiato insomma nel corso di dieci anni di art.612 bis e nemmeno nel corso di tre anni di vita di un blog come questo, che sulla tematica è nato e ha imperniato le sue analisi. Resta, come unico conforto, che oggi più persone di prima sono coscienti delle criticità, e che qualche mass-media in più, sebbene contabile sulle dita di una mano, dà notizia della sistematicità del fenomeno delle false accuse di stalking a danno di uomini. Poco, ma meglio che niente.

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