L’infanticidio tramite aborto si diffonde

abortoIl primo passo oltre il confine che separa aborto e infanticidio, qualcuno lo ricorderà, è stato fatto nel gennaio scorso, quando lo Stato di New York ha approvato una nuova disciplina della materia. Secondo la nuova legge, il “Reproductive Act”, alla donna incinta sarà consentito abortire anche oltre il termine della 24esima settimana di gestazione (sei mesi), quindi anche poche ore prima del parto. Questo tipo di intervento è legale solo se si accerta che il bimbo fuori dall’utero non sopravviverebbe, o se la gravidanza mette a rischio la vita o la salute della mamma, anche in questo caso sulla base di un accertamento medico. Prima del “Reproductive Act”, abortire dopo 24 settimane era omicidio. Altra novità della legge: l’aborto potrà essere praticato anche da personale paramedico (infermieri e affini).

La nuova regolamentazione ha suscitato numerose polemiche, l’alzata di scudi del Presidente Trump e un rumorosissimo silenzio dal Vaticano. Le criticità erano diverse: oltre a lasciare le donne in mano a infermieri e affini invece che a medici, acconsentire a un aborto per asseriti rischi sulla “salute” della donna, laddove anche lo status psicologico è considerato parte integrante della buona salute di una persona, lasciava amplissimi spazi di manovra a chi avesse voluto liberarsi di un feto ormai formato. Senza contare, va detto, che in ogni parte del mondo non si contano i medici disponibili a certificare qualunque cosa, dietro lauta parcella. C’era insomma il chiaro sentore di un’autorizzazione all’uccisione di vite già formate, ben mascherata dietro la copertura posticcia dei “diritti riproduttivi”.


Aborto per asseriti rischi sulla “salute” della donna.


abortoChi ha a cuore una disciplina razionale e sensata dell’aborto e si oppone a una sua pratica indiscriminata, ha sperato a lungo che si trattasse di uno dei classici eccessi “radical” americani. Purtroppo di recente si è avuta un’amara smentita. Come sempre accade, certe pratiche, specie quelle disumane, partono dagli USA e gradualmente si espandono ai paesi più affini, per poi contagiare tutti gli altri. La testa di ponte in questo caso pare essere l’Australia, che di recente ha fatto passare una legge molto simile a quella dello Stato di New York. Dal 26 settembre scorso, infatti, in tutti gli stati australiani l’aborto è uscito dal codice criminale ed è entrato nel solo codice di procedura medica, imitando con ciò il percorso americano.

Anche in questo caso il confine in discussione è quello delle settimane di gestazione, stavolta 22 (cinque mesi e mezzo) invece delle 24 degli USA. Precedentemente se una donna si provocava da sé l’interruzione di gravidanza, o abortiva senza che un medico certificasse la necessità della pratica per la salute fisica e mentale del soggetto, rischiava fino a dieci anni di prigione. Ora non più: prima della 22esima settimana può abortire senza che nessuno certifichi nulla. E se vuole abortire dopo quel termine? Prima era vietatissimo. Ora è possibile, purché la necessità dell’intervento venga certificata da due medici diversi, sempre nell’ottica del mantenimento non solo della vita ma anche della salute fisica e mentale della gestante.


Il confine in discussione è quello delle settimane di gestazione.


feto aborto
Un prematuro a 24 settimane

In Australia come negli USA, dunque, una donna incinta all’ottavo o nono mese che cade in depressione e ne “compra” la certificazione a uno o due medici, può impunemente uccidere il bambino che ha nel ventre. Perché, a tutti gli effetti, dopo 22 o 24 settimane, non si tratta più di un “grumo di cellule”, ma di un bambino, un essere umano a tutti gli effetti. Anche senza essere medici, bastano le immagini dei neonati prematuri per rendersene conto. Si dirà, anzi diranno i sostenitori dell’aborto sempre e comunque: il bambino è dentro il corpo della donna, e la donna è padrona del proprio corpo, non la si può obbligare a nulla senza ledere la sua libertà. Quindi va bene tutto, compreso l’infanticidio. O magari la mera minaccia di infanticidio per tenere sotto scacco e ricatto un uomo.

Questo è un assioma talmente radicato, specie nella comunità femminista (che di suo odia i bambini, la maternità, l’allattamento e tutto il resto), da indurre i suoi sostenitori a tentare di dar fuoco a un’intera cattedrale pur di imporlo, com’è successo di recente a Città del Messico. Ma è un principio condivisibile? Sì, ma fino a un certo punto. Dal lato scientifico c’è una diffusa condivisione sul termine oltre il quale il “grumo di cellule” diventa una persona a tutti gli effetti. Che quel termine sia corretto o meno è materia da specialisti e si può solo sperare che abbiano ragione. In ogni caso è un fatto che, oltre quel termine, il corpo della donna non è più solo della donna, ma anche di un altro essere umano. Può non piacere, ma così ha deciso la natura e così resta, almeno fin tanto che non si inventeranno uteri sintetici.


Così ha deciso la natura e così resta.


Se una maestra d’asilo durante una gita si lascia scappare un bimbo, e questo finisce sotto un’auto e muore, la maestra stessa va in galera, perché l’incolumità fisica del bimbo era sua personale responsabilità. Se vale questo, figuriamoci quando l’incolumità fisica del bambino è addirittura interna alla donna. Da un certo momento in poi, quella è, dovrebbe essere, una responsabilità al quadrato. Responsabilità che le donne sono riuscite a scrollarsi dalle spalle al momento nello Stato di New York e in Australia e a breve chissà dove altro ancora (previsione: in Gran Bretagna?). Il tutto con la ragione, o scusa, del fatto che il corpo è della donna e decide lei, specie se c’è di mezzo la sua salute, compresa quella mentale, che è un dato molto (troppo) soggettivo.

Già, la soggettività. Più si progredisce, più questo vero e proprio cancro della società civile, il “sentore individuale”, arriva a inquinare leggi che dovrebbero essere oggettive e valide per tutti. Una stortura applicata, nel caso dell’aborto, anche grazie all’ennesima contraddizione femminista. Quella per cui è legittimo uccidere un bambino perché il corpo è della donna e decide lei cosa farne. Principio che però non vale più quando la donna decide liberamente di vendere il proprio corpo a scopo di business. In quel caso la maggioranza delle femministe è pronta a dire che no, la donna non può più fare ciò che vuole del proprio corpo. E per meglio affermare il concetto prepariamoci a vederle, dopo essersi deresponsabilizzate della vita dei loro bambini, mentre danno fuoco a qualche prostituta o a qualche bordello.



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