L’On. Veronica Giannone e le orride crociate anti-padre

On. Veronica Giannone

di Fabio Nestola. Bisogna riconoscere quanto sia ammirevole la dedizione con la quale l’on. Veronica Giannone si schiera contro quelle che lei ritiene ingiustizie nel Diritto di Famiglia. L’on. Giannone è componente della Commissione Bicamerale Infanzia, quindi mette in gioco tutta la sua autorevolezza ogni volta che vede, o crede di vedere, una violazione dei diritti dell’infanzia. Poi è solo una coincidenza se si schiera esclusivamente a fianco delle madri, evidentemente in Italia non è mai esistito un figlio ostacolato nelle frequentazioni col padre; oppure, se è esistito, non ha meritato l’attenzione dell’onorevole. Resta il fatto che la Nostra più che paladina pro-minori sembra preferire i panni della paladina pro-madri, anche se a volte la sua nobile verve la porta ad ignorare qualche meccanismo giudiziario.

L’ha fatto a Roma quando pretendeva di entrare in tribunale, senza averne alcun titolo, durante una causa nella quale si era ufficialmente schierata a favore di una delle parti. Poi ovviamente il suo tentativo è andato a vuoto: chi pensa male potrebbe dire che è stata sbattuta fuori mentre altri potrebbero dire che è stata gentilmente invitata ad allontanarsi, in ogni caso qualcuno ha dovuto spiegarle che lo status di parlamentare non le consente ingerenze che intralcino il corso della giustizia, ne’ le consente di farsi le regole come pare a lei. Se non hai un ruolo nel processo devi starne fuori, punto, la vecchia tattica del “lei non sa chi sono io” non sempre funziona.


I maldestri buchi nell’acqua.


Lo fa ancora spostandosi in Puglia, sua terra d’origine nonché collegio elettorale, dove si erge nuovamente a paladina di una madre. Sembra un tentativo della politica di esercitare pressione sulla magistratura, secondo un metodo adottato anche da altre colleghe della Commissione Femminicidio. L’intervento della politica significa anche visibilità mediatica, o meglio, soprattutto visibilità mediatica, al di là della concreta efficacia di interventi che possono rivelarsi maldestri buchi nell’acqua. Sia il caso laziale che quello pugliese, infatti, hanno avuto ampi spazi sulla stampa e sui social media proprio grazie a conferenze, interrogazioni e comunicati delle parlamentari che vanno alle crociate. A Roma erano tante, compresa l’on. Boldrini che può vantare un background politico molto più robusto della Giannone.


Veniamo ai fatti: il caso che vede la discesa in campo dell’onorevole Veronica è arrivato al terzo grado di giudizio; primo grado, Appello e Cassazione concordano sulla necessità di ristabilire i rapporti padre-figlio ostacolati dalla madre. Rifiutati dalla madre tutti i tentativi di mediazione e percorsi di sostegno alla genitorialità, è indispensabile alzare l’asticella degli interventi: il bambino deve essere liberato dall’influenza negativa materna per poter intraprendere in autonomia, senza condizionamenti esterni, un percorso di riavvicinamento al padre. Questo non deve accadere, che diamine… e parte l’accorata protesta.


L’elemento “violenza” deve per forza comparire.


Una madre, sana, non drogata, non violenta, nel pieno possesso della responsabilità genitoriale, può incontrare il figlio solo una volta a settimana per una sola ora” tuona indignata l’On. Giannone. Cosa c’entra? Non serve a niente dire che la madre è sana e non si droga, nessuno ha mai detto che gli incontri col figlio vengono limitati a causa della tossicodipendenza, circostanza che non compare affatto nel pronunciamento della Cassazione. L’onorevole cita principi inesistenti però dimentica di dire cosa rilevano i magistrati, le misure erogate in Corte d’Appello e confermate in Cassazione nascono da un grave danno che la madre ha causato al figlio, condizionandolo a rifiutare il padre: “la presenza di un condizionamento da parte di figure parentali, in primo luogo della madre (…) vissuti traumatici della P. , incidenti sul processo di dipendenza attivato con il figlio.

Il figlio quindi mostra una dipendenza dalla madre, dovuta ad un processo di condizionamento da lei attivato. I giudici inoltre dicono che il bambino ha subito una manipolazione ad opera dell’intero ambito parentale materno, principalmente la madre ma non solo lei. Può ignorare questo la Giannone? Eppure dice di conoscere a fondo gli atti processuali, perché tace su questi aspetti? Perché ci dice che la signora non usa droga, quando le motivazioni della sentenza sono altre? Sorvoliamo sul fatto che il padre sarebbe accusato di essere violento, argomento introdotto nelle argomentazioni della Giannone e colonna portante delle critiche mosse alla stessa sentenza dall’On. Valente, già commentate altrove. Comunque l’elemento “violenza” deve per forza comparire anche nelle critiche firmate Giannone, pur se in maniera meno invasiva di quanto non faccia la collega della commissione femminicidio.


Ci vorrebbe la condanna ad istanza di parte.


Sostiene che il fatto che padre e figlio vivano in comunità dipenda dalle denunce pendenti (denunce, non condanne), la circostanza consente un maggiore controllo perché sarebbe “più facile controllare eventuali abusi del genitore”. Attenzione, è interessante analizzare la mistificazione. Primo: le denunce sporte dalla madre a carico del padre non hanno prodotto alcuna sentenza, restano appunto mere denunce: fino al pronunciamento almeno del primo grado di giudizio restano dichiarazioni soggettive senza alcuna certezza che i fatti narrati siano penalmente perseguibili o addirittura che siano realmente accaduti. C’è una persona che lamenta alcune circostanze e l’altra che le contesta in toto, il compito di accertare la fondatezza delle accuse spetta alla magistratura.

Ma per certa gente il solo fatto che una donna presenti delle denunce è già certezza di colpevolezza dell’accusato. Il processo è un’inutile perdita di tempo, ci vorrebbe la condanna ad istanza di parte, a discrezione della denunciante. Sai che risparmio in spese legali? Lui non andrebbe nemmeno interrogato, basta una veloce trattativa tra giudice e querelante: “Quanto vuole toglierlo di mezzo signora, va bene tre anni?”, “Veramente io lo preferivo in galera per quattro”, “Ok, vediamo … ops, m’è scappato quattro e mezzo … che faccio, lascio?”. C’è gente che lo desidera proprio, magari non la Giannone ma qualcuno c’è. Ripetiamo che il tema “violenze” riferito allo stesso caso giudiziario è già trattato in altro articolo. Secondo: il bambino non è mai stato in pericolo, le denunce che riguardano l’eventuale danno subito dal minore si riferiscono alla altrettanto eventuale violenza assistita, cioè il fatto che il bambino sia cresciuto in un clima domestico violento, assistendo alle percosse subite dalla madre. Circostanza – non accade mai! – smentita perfino in sede civile, prima ancora che si pronunci il giudice penale.


Non si droga, quindi va protetta.


On. Alfonso Bonafede

La Cassazione scrive “non potevano assumere alcun rilievo i comportamenti penalmente illeciti ascritti dalla reclamante al M. , in assenza di una pronuncia giudiziaria quanto meno di primo grado”. Ha escluso inoltre che il minore avesse potuto subire danni a causa degli asseriti maltrattamenti tra genitori nel corso della convivenza, interrottasi pochi mesi dopo la sua nascita. Fermo restando che la valutazione della rilevanza penale spetta ad un altro tribunale, la Cassazione non può non notare come il bambino che avrebbe sperimentato continue violenze subite dalla madre durante la convivenza dei genitori, in realtà in quel contesto non abbia vissuto che per una frazione insignificante della propria vita in quanto la convivenza si è interrotta subito. Gli ermellini scrivono inoltre: “la Corte territoriale non ha affatto escluso la rilevanza dei comportamenti penalmente censurabili ascritti dalla P. al M. , essendosi limitata a negare il carattere decisivo dei procedimenti penali pendenti per l’accertamento degli stessi, non ancora pervenuti neppure alla pronuncia di una sentenza di primo grado, ed avendo pertanto proceduto ad un’autonoma valutazione dei predetti comportamenti, all’esito della quale ne ha ridimensionato la portata, sia sotto il profilo materiale che sotto quello della potenziale dannosità per l’equilibrato sviluppo psicofisico del minore”.

Terzo:  la violenza assistita di cui sopra, qualora si rivelasse fondata e meritevole di sanzione, coinvolgerebbe eventualmente la querelante, cioè la madre del piccolo. Sostenere che padre e figlio siano in comunità per “controllare eventuali abusi del genitore” è una forzatura ideologica dettata da un pregiudizio sessista antimaschile. Abusi diretti sul minore l’accusato non ne ha mai commessi, come potrebbe reiterare la violenza assistita senza mai entrare in contatto con la querelante? Oppure si vuole insinuare che sia un violento seriale, pronto a pestare di botte educatori, psicologhe ed operatori della comunità che accoglie lui ed il figlio, in modo tale che il figlio stesso assista alla violenza paterna? La misura in realtà nasce dalla necessità di proteggere il figlio dall’influenza negativa materna, condizionamento, pressioni, processo di dipendenza, etc. come dettagliatamente spiegato in sentenza. Che, per chiunque voglia approfondire, sarebbe utile leggere integralmente (CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – ORDINANZA 19 maggio 2020, n.9143 – Presidente Giancola – Relatore Mercolino). In conclusione, l’annuncio dell’immancabile interrogazione al ministro della Giustizia e la richiesta di inviare gli ispettori , che fa il paio con la richiesta di acquisizione degli atti da parte della commissione femminicidio. Il ministro Bonafede attualmente sembra che abbia le sue gatte da pelare, ma tra un Palamara e un Di Matteo forse coglie l’occasione per evadere un attimo dalle rogne CSM e DAP,  per accogliere le sollecitazioni a proteggere una donna innocente. Non si droga, quindi va protetta.


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