L’orgia dei diritti: se il gender entra in carcere

manetteQuando i diritti vengono fatti dipendere non da fatti oggettivi ma dal sentire individuale, i diritti stessi si gonfiano come bubboni infetti e provocano dolore al corpo sociale sotto forma di anomalie e ingiustizie. Non di rado andando ad intaccare proprio quei diritti che asserivano di voler aumentare o migliorare. Una prima prova di questo assioma è nella narrazione sovrastimata della violenza contro le donne e nelle leggi iper-protettive e iper-repressive che ne conseguono. Il “Codice Rosso”, si sa, ha ottenuto di intasare le procure, che già straripavano di denunce. Se prima era difficilissimo riconoscere una vera vittima e tutelarla, oggi è diventato pressoché impossibile.

L’ambito dove questo effetto boomerang dà il meglio di sé è però quello dei “diritti arcobaleno”, collegato all’ideologia LGBT. Ricordiamone il cuore concettuale: il genere di ognuno non è dato da elementi biologici che ci precedono, ma da ciò che un individuo sente soggettivamente di essere. L’attribuzione dei ruoli di genere è dovuta all’applicazione sul piano culturale ed educativo di stereotipi, quelli per cui le femminucce sono rosa e i maschietti azzurri, alle prime piacciono le bambole e ai secondi le macchinine, e così via. Una prassi, questa, ritenuta violenta e oppressiva, perché castra il libero impulso dell’individuo a sentirsi ciò che vuole, un impulso che invece dovrebbe essere protetto e promosso. Le leggi dovrebbero tutelare questa libertà di genere autopercepito, riconoscendo i dovuti diritti a chi la esercita, contrapposti a doveri di rispetto per tutti gli altri.


Sempre più uomini incarcerati per delitti violenti dichiarano di “sentirsi donne”.


mounceyDietro lo schermo dell’inclusività e della non discriminazione, si sa, vengono nascoste iniziative invasive dei percorsi educativi dei bambini, fin da piccolissimi, ma non solo. Il concetto ha rotto il fronte del buon senso anche tra gli adulti, laddove maschi biologici grossi come montagne e che dicono di sentirsi donna competono nello sport con donne potenti la metà di loro, facendole a brandelli sotto tutti i profili. Già così le atlete di sesso femminile vengono frustrate nelle loro discipline e nelle loro ambizioni dall’irruzione del testosterone, a riprova che se con i diritti si eccede fino al parossismo, si ottiene un danno “di ritorno” non indifferente. Tuttavia, si dirà, si tratta di sport: gare e titoli che le donne non conquistano più, non è così grave alla fine, se ne faranno una ragione.

Quand’anche fosse così (e non lo è, anzi è profondamente ingiusto), il quadro relativizzante si aggrava radicalmente se andiamo a vedere ciò che nei paesi anglosassoni sta accadendo da tempo nel settore carcerario. Sempre più uomini finiti in carcere, specie quelli condannati per reati violenti o aberranti (come la pedofilia), dichiarano di sentirsi donne. Lo fanno perché le leggi della parità ossessiva che il gender ha là imposto obbligano, nel caso, l’immediato trasferimento in carceri femminili, più comode, meno controllate, meno affollate, meno a rischio di violenze fisiche e stupri, e con un clima tutto sommato gestibile (specie se si è uomini dal lato biologico e fisico). I dati di questi trasferimenti stanno diventando importanti nel Regno Unito, Canada e Stati Uniti. Dove non sanno che pesci prendere.


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Vige il principio del “Self-ID”


dirittiSì perché l’iper-tutela del sentire individuale porta dentro carceri femminili soggetti come uomini maltrattanti e violenti, stupratori seriali, pedofili della peggior specie. E non è necessario che dimostrino praticamente la loro autopercezione femminile per ottenere il trasferimento. Vige il principio del “Self-ID”, la definizione di se stessi messa per iscritto. In Gran Bretagna fino a poco tempo fa i trasferimenti si concedevano solo ai transessuali operati, ma il vincolo della castrazione fisica è stato abolito. Anche perché si è notato che, con i genitali intatti o meno, i maltrattanti e violenti restavano tali. Anzi in taluni casi si è registrato che i transessuali operati fossero addirittura più feroci degli altri.

A farne le spese sono, guarda un po’, di nuovo le donne. Ogni trasferimento maschile suscita il panico nelle carceri femminili. Cominciano a essere tante, troppe, le donne in prigione che denunciano violenze, persecuzioni e stupri da parte di questi nerboruti individui che asseriscono di auto-percepirsi come donne. In un caso un pedofilo ha molestato pesantemente, fino a suscitare in loro una crisi psichiatrica, due carcerate dal viso particolarmente giovane e infantile. Ecco dunque, dopo lo sport, i diritti estremizzati che diventano bubboni infetti, stavolta molto più gravi e dolorosi: donne in detenzione che finiscono per subire violenze da uomini che dicono di sentirsi donne, mentre scontano pene spesso derivate da esistenze esse stesse vissute nella violenza e nel degrado.


Ecco perché il femminismo se ne sta a cuccia.


Si dirà: i movimenti femministi, quelli in difesa della donna e dei suoi diritti, saranno sul piede di guerra in quei paesi affinché venga abolita o rivista con attenzione la politica del “Self-ID”. Niente affatto, anzi tacciono. Perché è strategicamente più importante l’alleanza politico-culturale tra il femminismo e il mondo LGBT che non i diritti delle donne che stanno scontando una pena. Ecco perché il femminismo se ne sta a cuccia, in questo caso. Eppure, mentre a monte sempre più studiosi coraggiosi portano prove dell’insussistenza della teoria gender e dei suoi assiomi (consigliatissimo questo video, a proposito), il cortocircuito è lì, visibile e devastante, sotto gli occhi di tutti. A riprova, quand’anche ce ne fosse stato bisogno, che non c’è incompatibilità più assoluta di quella tra diritti delle donne e ideologia gender.


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