Marco Crepaldi brutalizzato sul web

Marco Crepaldi
Marco Crepaldi

di Davide Stasi. Di Marco Crepaldi ho avuto modo di scrivere non molto tempo fa. Lo feci perché tra il giovane e volenteroso vlogger e questo blog (con tutti gli altri canali collegati) c’erano numerosissimi punti di contatto più qualche incompatibilità purtroppo dirimente. Mi permisi di criticare l’approccio di Crepaldi nella speranza che comprendesse quelli che secondo me erano errori insieme filosofici e tattici nel suo modo di comunicare. Anomalie che a mio avviso andavano corrette rapidamente, data l’importanza del messaggio che, nel corso del tempo, era riuscito a veicolare a un’importantissima audience di giovani. Nella sostanza gli rimproveravo un’eccessiva accondiscendenza verso una forma di femminismo “buono”, che in realtà non esiste, e un’inconsapevolezza di base del fatto che da tempo non siamo più sul piano di un normale confronto socio-culturale, ma in una vera e propria guerra di oppressione mossa da un’ideologia, quella femminista, contro tutto il mondo “normale”, composto da donne e uomini indistintamente, sebbene abbia come obiettivo dichiarato soltanto gli uomini.

L’articolo non ha suscitato alcuna reazione. Crepaldi probabilmente classificava questo blog e i suoi canali in una categoria che mentalmente segregava nell’area del radicalismo o dell’estremismo genericamente ricadente sotto la sigla MRA (Men’s Rights Activists). Il suo collocamento apertamente “moderato” non l’ha dunque indotto ad aprire un utile confronto di merito e ha proseguito nell’elaborazione di contenuti un po’ ambigui, veicolati con il suo volto pulito, da bravo ragazzo, mosso dalle intenzioni migliori e un po’ idealiste, quali possono essere quelle di potere davvero aprire un dialogo con la Bestia. Tutto ciò fino a ieri. Capita infatti che decine e decine di follower scrivano a me o alla redazione messaggi spaventati e indignati: “Crepaldi ha deciso di mollare”, è il senso di ogni messaggio, cui viene allegato un video-sfogo che il giovane vlogger ha rilasciato sul suo canale Twitch. Lo guardo ed è vero: Marco Crepaldi si ritira, per lo meno dal campo dei ragionamenti sul femminismo e sul racconto maschile.


Il fronte moderato dell’antifemminismo perde un altro importante tassello.


Marco Crepaldi

Cosa è capitato? Provo a ricostruire in sintesi, rimandando comunque chi volesse saperne di più al suo video-sfogo e al video che ha annunciato rilascerà venerdì su YouTube con una spiegazione più ragionata degli eventi. In sostanza Crepaldi si è scocciato di vedere un po’ dappertutto sui social la vicenda di George Floyd strumentalizzata per attaccare indiscriminatamente l’uomo e la maschilità in genere. Sulla falsariga del suo approccio comunicativo, allora, pubblica sul suo Instagram alcune stories dove, citando alcuni studi, mette in dubbio che quegli iper-privilegiati di uomini se la spassino alla grande, data l’incalcolabile quota di infelicità e dolore che alligna abbondantemente in quel genere. Le sue stories vengono screensciottate, finiscono su qualche gruppo di fanatiche femministe che si mobilitano come un sol uomo (!) realizzando una violentissima shitstorm contro di lui, su Instagram e Twitter. Non solo insulti, il che sarebbe il meno: vere e proprie minacce, cattiverie, una furia distruttiva da camicie nere del web. In un gioco al rimbalzo, fanatica chiama fanatica e attorno a Crepaldi si stringe un assedio di bulle da strapazzo, cui lui cerca di rispondere con pacata ragionevolezza, ottenendo l’effetto di farle infuriare ancora di più. L’apice si ha quando una vlogger che Crepaldi aveva criticato gli fa recapitare una diffida da parte di un avvocato, con la solita minaccia di querela.

Un vero e proprio linciaggio mediatico, insomma. Bastonatura e olio di ricino virtuali compresi. Crepaldi appare provatissimo e sotto shock nel suo video-sfogo, che contiene molti spunti di riflessione. Il ragazzo ora ha paura, lo dice (giustamente) senza remore. Porta con sé l’impressione della violenza senza freni, verbale e psicologica, appena subita, e annuncia che non se la sente più, nonostante il sostegno dei follower, a proseguire nel trattare quei temi. “Non ci sono le condizioni”, dice. Tornerà dunque a occuparsi di ogni altro tema possibile, anzitutto proseguendo la sua meritoria attività relativa agli hikkikkomori, ma sul femminismo e sul racconto maschile farà più passi indietro. “Sto male, non ho più una vita serena”, confessa, mettendo a nudo il livello di pressione a cui si è sottoposti se ci si azzarda a contestare, pur se con carte e dati alla mano, la narrazione femminista dominante. Cita anche alcuni altri vlogger famosi, ugualmente messi in grave difficoltà dal clima oppressivo imperante. Come loro, decide di tirare i remi in barca, incurante di passare per codardo o debole. Giustamente mette davanti a tutto la propria esistenza: “non ho nessuna voglia di diventare il Jordan Peterson italiano, né un martire”, specifica. Difficile dargli torto: è un comunicatore affermato, ha trent’anni, il rischio di venire bruciato in un istante come un cerino dalla potenza di fuoco femminista è reale. E dunque il fronte moderato dell’antifemminismo perde un altro importante tassello, l’ennesimo.



“Serve un soggetto unico”, dice Crepaldi.


Ed è proprio sulla sua moderazione che Crepaldi fa un coming-out importante. “Non ho mai usato il termine nazifemminismo, l’ho sempre considerato volgare ed esagerato, tipico dei gruppi MRA”, dice. “Capisco ora che invece è una dicitura azzeccata”. Ripete questo concetto più volte durante il video: non credeva che il livello del conflitto fosse così alto. Credeva anzi che utilizzando modi pacati e dialoganti, concedendo spazi e indulgenza verso il femminismo, fosse possibile avvicinare gli opposti estremismi. “Devo ricredermi”, ammette. L’odio radicato e profondissimo che muove la controparte rende tutto inutile. Il politicamente corretto, ora lo comprende, non paga, anzi tende a divorare i suoi figli. Insomma Crepaldi, come si dice dalle mie parti, viene nel nostro caruggio. Gli è servita una bastonatura sonora, è stato necessario che venisse brutalizzato ferocemente perché si rendesse conto che ciò che avevamo sostenuto nel precedente articolo fosse vero. Siamo in guerra. E lo siamo da tempo. Al di là della terra di nessuno ci sono trincee di combattenti agguerrite, pronte a usare ogni mezzo non per vincere ma per distruggere l’avversario. Che siamo noi uomini, ma non solo: sono le relazioni come sono sempre esistite, dunque anche le donne non sono immuni da quella furia. Crepaldi stesso lo ammette: “non sarebbe cambiato nulla fossi stato una donna, sarei stato accusato di essere una traditrice o una ancella del patriarcato“. Botte da orbi comunque, insomma. Virtuali e non perché, si limita ad accennare (segno che ha subito molto più di una shitstorm sui social), si tratta di un fanatismo che non si fa remore di venirti a cercare nella tua vita reale e di rovinarti.

A fronte di tutto ciò, conclude, ci sono due strade: proseguire con rinnovata consapevolezza e con più forza il lavoro o ritirarsi. Sceglie la seconda strada, Crepaldi. Per indole, ma anche per un altro motivo. “Nessuno”, dice, “su internet o nella realtà appoggia un punto di vista critico come quello che esprimevo. Sono solo, mentre dall’altra parte hanno i media, i politici e grandi somme di denaro”. Qui sbaglia di grosso e, probabilmente senza volere, risulta anche un po’ offensivo rispetto al lavoro fatto da Uomini3000 a oggi. Che non ci sia nessuno dal suo lato della barricata non è vero. E non si tratta solo di questo blog e dei suoi canali collegati, dei suoi quattro anni di attività, con una crescita costante di interesse e di adesioni: c’è tutto un ampio mondo di attivisti e persone consapevoli là fuori, uomini e donne, saturi della deriva generale e desiderosi di trovare punti di riferimento. Esistono siti, forum, pagine social: tutto un mondo frammentato sì, ma unito da un filo rosso (qualcuno direbbe da “una pillola rossa”) su cui sarebbe necessario allineare le forze. Crepaldi li esclude dal suo discorso, non li vede. Forse ancora, nonostante la batosta ricevuta, continua a considerarli “estremisti” e non, quali in realtà sono, come partigiani di una resistenza che attende l’occasione per dimenticare i propri miti fondativi e unirsi in una battaglia comune. “Serve un soggetto unico”, dice Crepaldi. Qualcuno che si erga e faccia muro contro lo squadrismo culturale e sociale di quello che non esita più a chiamare “nazifemminismo”. Da questa giusta premessa, però, trae la conclusione meno produttiva: invece di unirsi alla resistenza, dove troverebbe molti compagni di strada, si ritira, arrabbiato, indignato e ferito.


Caro Marco Crepaldi, ora che hai capito, sappi che non sei solo.


Il turbamento del momento non gli fa capire che un suo passo avanti avrebbe un effetto molto più coagulante: perderebbe molti follower, probabilmente, tornerebbe al centro del mirino, ma non sarebbe più solo, posto che nel corso del tempo si è creato da sé, per inesperienza e un po’ di deficit di consapevolezza, la sua solitudine. Nel momento in cui il nemico crea un contesto da prima guerra mondiale, assumere atteggiamenti dialoganti e concilianti è come vedere un commilitone partire dalla trincea con una bandierina bianca in mano, dirigersi verso le linee nemiche gridando: “amici! Dai, parliamone un attimo!”. Inevitabile che venga impallinato all’istante, appena in vista. Ed è un miracolo che non sia stato impallinato dai commilitoni stessi. Il paradosso è che con il nostro articolo dove gli rimproveravamo i suoi tentennamenti quasi abbiamo annunciato ciò che sarebbe accaduto. Che è poi il meccanismo tipico che precede l’avvicinamento di molti uomini al racconto maschile: si parte da posizioni indulgenti e concessive verso la narrazione tossica femminista, poi si finisce nel tritacarne (per una separazione, una shitstorm o un qualunque altro motivo) e allora si ha il risveglio miracoloso. È valso per Crepaldi, il cui stupore per quanto accaduto dice tutto, e vale anche per i tanti, sempre troppi cicisbei che, molto meno intelligenti e brillanti di Crepaldi, ancora si masturbano sul cadavere di una “cavalleria” che il femminismo ha scientemente vilipeso, dopo averla massacrata. Uomini che si dicono “femministi”, che, come faceva la bassa forza nazista, si mostrano spesso più estremisti delle loro mandanti, e che si risvegliano solo quando le prendono di santa ragione. Per quanto ci riguarda, non importa quanto abbiano fiancheggiato, coscientemente o meno, il nemico: se risvegliati, sono i benvenuti. E Crepaldi non fa eccezione.

Un’ultima riflessione a margine: quella che Crepaldi ha subito è, lo si è detto, una shitstorm virtuale, probabilmente con propaggini nella sua vita reale. È qualcosa che io personalmente conosco molto molto bene. Non molti mesi fa la mia persona è finita nello stesso meccanismo infame. Sul web ma anche sulla carta stampata ero diventato “il blogger che deride le donne sfregiate con l’acido”, grazie all’azione coordinata di Rosa Nostra e delle sue propaggini nella stampa. A ciò sono seguite ricadute gravissime sulla mia vita personale, tanto da obbligarmi a fare più passi indietro rispetto all’attività di blogger, che tanto amavo. Ora scrivo qui saltuariamente, mi sono ritirato sulla comoda altura del “caporedattore” e il progetto “Stalker sarai tu” è ancora salvo e attivo grazie al soccorso di alcune persone straordinarie, gli autori che si leggono quotidianamente su queste pagine. Di recente mi sono dato alle trasmissioni in diretta web, con la mia Radio Londra serale, che raccoglie numeri non paragonabili a quelli di Crepaldi, ma che comunque mi riempie di orgoglio al pensiero di lasciare contenuti a disposizione di chi voglia ascoltare il racconto maschile. Nel caso mio e di “Stalker sarai tu”, dunque, la shitstorm e la mobilitazione per rovinarmi sono diventate un boomerang. Vero, sono stato martirizzato, ma ho scelto la strada del die hard, per la quale non ho potuto prescindere dall’aiuto di terzi. Pensavo anch’io di essere solo, ma poi ho scoperto di non esserlo. Soprattutto ho scoperto che oltre alle aggressioni virtuali di gruppetti di studentesse fanatizzate non c’è altro. Ci sono le minacce legali, spesso campate in aria e mosse solo a scopo intimidatorio, i sommovimenti mafiosi e carsici, i grandi poteri, è vero, ma sono tutte parti di un grande gigante che è di cartapesta perché è dalla parte sbagliata della verità e della storia. Questo rende certa sul medio-lungo periodo la sua sconfitta. Che va facilitata e velocizzata. In questo senso, tutte le braccia che si sottraggono dal dare mazzate ai suoi piedi d’argilla è una grande perdita perché lascia un maggiore carico di lavoro a chi resta. Dunque, caro Marco Crepaldi, ora che hai capito, sappi che non sei solo. La trincea è scomoda e pericolosa, d’accordo, ma è sempre più popolata. E capita sempre più di frequente di togliersi qualche soddisfazione. Facci una pensata.


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