Michela Murgia e il bullismo radiofonico

di Giorgio Russo. Nei tempi in cui il circo era ancora un’attrazione popolare, gli impresari facevano a gara nell’ospitare quante più stranezze possibile per attirare spettatori paganti. Il gigante, il nano, la donna barbuta, l’uomo con tre gambe, i gemelli siamesi o con altre malformazioni venivano crudelmente esposti per calamitare la morbosa curiosità della gente, spesso con notevole successo. I tempi sono cambiati, i circhi con tendone, clown e animali non vanno più di moda, sostituiti da un’altra realtà: il circo mediatico. Dove però le logiche non sono cambiate: quello che dovrebbe essere uno strumento di informazione, approfondimento o intrattenimento (musicale o meno), in molti casi diventa una sorta di circo degli orrori, dove a ottenere voce in capitolo sono personaggi che ai tempi di Barnum sarebbero stati definiti freak. Fenomeni da circo, insomma, con niente da dire, ma capaci di dare spettacolo per loro caratteristiche proprie e deteriori.

È esattamente il caso di Michela Murgia, la turbofemminista sarda, quella che si augurava lunga durata al covid-19, cui Radio Capital e i suoi inserzionisti pagano un compenso per stare davanti a un microfono a rantolare la propria arroganza e diffondere il proprio veleno, in ciò accompagnata da un soggetto di quelli che sempre si accompagnano alle femministe. Sì, insomma, uno che se si mette davanti allo specchio non vede nessuno, messo lì a far da spalla, tanto per non disturbare le intemerate della pasionaria, grossolane e prepotenti a sufficienza da attirare ascoltatori. Giusto ieri sotto le sue grinfie è passato il Prof. Raffaele Morelli, volto televisivo molto noto e apprezzato, ma soprattutto psichiatra, psicoterapeuta e saggista. Insomma uno che, piaccia o meno il suo approccio, ne sa.


A Radio Capital va in scena un’aggressione.


Il Prof. Raffaele Morelli

In particolare Morelli viene chiamato in trasmissione per spiegare alcune sue prese di posizione che ad alcuni, nell’ampio tribunale dei social network, non sono piaciute. Così si era espresso: “Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi, perché vuol dire che il suo femminile non è in primo piano. Puoi fare l’avvocato o il magistrato e ottenere tutto il successo che vuoi, ma il femminile in una donna è la base su cui avviene il processo. Il femminile è il luogo che suscita il desiderio. Le donne lo sanno bene, perché se la donna non si sente a suo agio con un vestito, torna in casa a cambiarselo. La donna è la regina della forma. La donna suscita il desiderio, guai se non fosse così”. Non fa una piega per chi ha un’idea dei generi non inquinata dal progressismo liquido e velenoso veicolato dal femminismo. Il professore meriterebbe un applauso e basta, specialmente dalle donne, cui Morelli ha così bene dimostrato la loro meravigliosa e privilegiata peculiarità: venire apprezzate per ciò che sono (cosa che agli uomini è negata).


Eppure molti hanno visto del sessismo in concetti che, per altro, si basano su fior di studi e ricerche antropologiche, sociologiche, psicologiche ampiamente accettate. A brandire il vessillo degli indignati è proprio Michela Murgia, che con il piglio di un inquisitore intervista il professor Morelli. In realtà è un terzo grado: la femminista veste subito i panni del pubblico ministero e del giudice (con sentenza già scritta) e recita la parte di chi ha la verità in mano. Concede a Morelli qualche scampolo per parlare, per subito interromperlo e incalzarlo con toni derisori con quell’aria supponente da “hai davvero il coraggio di dire una cosa del genere?”. Dall’altro lato il cicisbeo sottolinea il tutto con gesti come dire: “oh, state a vedere adesso la Murgia che culo che gli fa…”. Grasse risate, proprio. A Radio Capital insomma va in scena un’aggressione, travestita da intervista, a un professore che stava cercando di illustrare teorie ancora saldissime, nonostante gli attacchi accademici dei ridicoli “gender studies”. Da persona seria, rendendosi conto di essere finito nell’imboscata di una bulla da quattro soldi, preferisce sfancularla e mollarla lì, mentre il cicisbeo fa finta di volerlo trattenere. A riprova che pure la psichiatria si arrende davanti alla follia femminista.


A riprova che femminismo non è solo veleno, ma anche crassa ignoranza.


Pochi minuti dopo la Murgia posta sui suoi social la sentenza: “Raffaele Morelli, incalzato sulle frasi sessiste, non trova di meglio che dileguarsi senza argomenti. Il maschilista detesta il contraddittorio paritario”. È sfacciata a chiamare quel suo interrogatorio sbeffeggiante “un contraddittorio”, ma soprattutto a segare le gambe a Morelli e a eventuali repliche appioppandogli l’etichetta di maschilista spacciatore di frasi sessiste. Il post viene subito commentato da un’orda di iene sbavanti livore, con frasi che ben dimostrano quanto pericolosamente il femminismo abbia permeato tante, troppe persone. Rimane notevole che nel suo post la Murgia menzioni una parte specifica (cherry-picking, un classico) del suo massacro verbale a Morelli, cioè là dove il professore cercava di spiegare come il femminile (e ovviamente anche il maschile) sia un carattere innato, e che come tale non debba essere intralciato, ad esempio togliendo alle bambine i loro giochi favoriti (ad esempio le bambole). Non sia mai: la liquefazione dei generi è un dogma per quelle come la Murgia. Le bambole vanno tolte alle bambine e date ai maschi, le costruzioni tolte ai maschi e date alle femmine. Anzi se si abortiscono tutti e non si dà niente a nessuno è meglio ancora.

Questi sono i diktat di quel progressismo gender-femminista di cui la Murgia è portabandiera, insieme a tante altre. Ambasciatrici di un futuro costruito sulla denuncia di stereotipi i quali, dopo che la natura ha stabilito il sesso, attraverso pressioni culturali definirebbero il “genere” delle persone. Un’anomalia che la Murgia e gli ideologhi suoi simili vorrebbero correggere con altrettante e vere pressioni di tipo contrario o confusivo. Perché questo è il “progresso” e lo si capisce bene anche dai molti commenti delle iene sbavanti, che accusano Morelli di proporre tesi vecchie di cent’anni (come se le tesi veritiere avessero una scadenza, tipo lo yoghurt). A riprova che femminismo non è solo veleno, ma anche crassa ignoranza. A dispetto di tutta l’arroganza murgiana, infatti, fior di studi accademici recentissimi (2016) hanno dimostrato empiricamente che le tesi di Morelli sono più che valide. Bambini e bambine di 9 mesi, lasciati a gattonare in una stanza piena di giochi, si dirigono istintivamente gli uni verso le palle, le altre verso le bambole. Perché il setting naturale prevale su tutto, soprattutto sulle zucche vuote e sulle bullette che vi si ribellano cercando spazi di privilegio o vendetta, invece di sollecitare il mondo femminile ad accettare quel setting e a costruire su di esso una propria identità forte, senza la necessità di mettersi in competizione con quella maschile e tanto meno senza la necessità di odiarla.


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