Nessuno tocchi Caina: il tabù della donna violenta

Questo blog ha interrotto le pubblicazioni il 14/09/2020, dopo 4 anni di attività.

Le sue tematiche sono ora sviluppate da una nuova piattaforma:

LA FIONDA

https://www.lafionda.com

di Elisabetta Sionis (Criminologo clinico esperto in psicologia giuridica) – Mi sono recentemente espressa circa la disfunzionale comunicazione mediatica che tende a far figurare che la violenza sia unidirezionalmente agita dall’individuo di sesso maschile, come pure ho apertamente contestato il messaggio fuorviante che indica senza alcun dato oggettivo un attuale incremento dei maltrattamenti domestici ai danni delle donne. Ho letto e seguito numerosi interventi effettuati da diversi soggetti che hanno “a quore” la questione e non ho potuto fare a meno di cogliere lo stridente tentativo di motivare la vertiginosa diminuzione di querele (per maltrattamenti subiti dalle donne) attraverso la faziosa motivazione che vedrebbe tutte le vittime come prigioniere ed impossibilitate a effettuare segnalazioni o richieste di intervento da parte delle forze dell’ordine, ma libere di comporre altri numeri telefonici o inviare mail e messaggi di richiesta d’aiuto ad altri indirizzi. Un ossimoro comportamentale e di propaganda imbarazzante, a dir poco. Non intendo assolutamente negare o svilire l’esistenza del problema che vede alcune donne vittime di abusi da parte di soggetti di sesso maschile, ma al contempo ritengo opportuno unirmi al ragionevole coro di chi tenta di squarciare il velo di Maya della macchina della violenza di genere e ricondurre la riflessione e le strategie di intervento all’alveo della verità in sé, ovverosia, la violenza in genere.

Il tema è complesso, ma ancor di più lo sono le implicazioni che determinano la necessità di trasformare “la parte per il tutto” in un coacervo di accuse univoche declinate al maschile. La propaganda amministrata e somministrata da alcuni gruppi di interesse (non tutte le associazioni o centri, infatti, sono contestati in questa mia digressione) per garantirsi una certa funzionalità nella propalazione dei contenuti a senso unico, ha coniato neologismi, luoghi virtuali, strutture associative e di divulgazione delle teorie di settore, ha aperto conti correnti e diffuso iban, ha coinvolto alcuni referenti istituzionali, ha ricevuto sostegno anche attraverso parte del denaro pubblico e si avvale di icone vittime e di esperti nella comunicazione di massa del tam tam allarmistico.


Lo strabismo delle istituzioni.


Certa sensibilità politica ha individuato un iter straordinario per l’erogazione urgente di decine di migliaia di euro ai centri antiviolenza per le donne e la rosea beneficenza, distrattamente, non ha preso in considerazione alcune delle priorità di cui (lo dico da cittadina) il Paese necessita, quali ad esempio sovvenzioni per l’apparato della tutela della salute pubblica e di pubblica sicurezza e sovvenzioni alle persone e famiglie in difficoltà economica. Non sembra, tra l’altro, che siano stati erogati fondi straordinari per tutti quei luoghi di tutela e cura dell’infanzia e adolescenza, quali case famiglia e comunità per minori. Nessuno sembra essersi interessato per dare una mano e esprimere gratitudine agli Operatori che si occupano della tutela dei minorenni.

Non mi pare nemmeno di aver letto proclami o locandine che invitano alla solidarietà verso coloro che si dividono tra vita familiare e comunitaria in strutture che non di rado si devono autosostentare o sperare nella beneficenza. Non mi sembra che tra i vari influencer vi sia stato qualcuno che abbia inteso far riflettere l’opinione pubblica e le autorità istituzionali, sulle difficoltà (oggi aumentate dalla situazione contingente) che devono affrontare i professionisti che si trovano a tutelare, curare, gestire e motivare gruppi di minorenni costretti a non uscire dalle comunità in una condizione di ulteriore privazione della libertà personale.


Un’esigenza dettata dall’etica e onestà.


Non mi risulta inoltre che qualcuno abbia proposto interrogazioni parlamentari, ma nemmeno salottiere dalle grandi sorelle o nelle frequentatissime pink room online dei più “accreditati” influencer, circa il potenziale incremento del livello di disagio nei minori ospitati nelle case famiglia e i rischi ai quali la convivenza forzata (doppiamente, considerato che sono costretti a stare lontani dal nucleo d’origine) possa ingenerare all’interno di quelle strutture. E’ legittimo supporre che una attenzione particolareggiata verso la questione che riguarda le strutture atte alla cura e tutela dei minori sottoposti a misure penali, civili ed amministrative scoprirebbe il calderone in cui sono celate tante irresponsabilità e responsabilità di madri periferiche, inadeguate, violente?

Lo abbiamo ripetuto sino allo sfinimento: la violenza non ha genere, ma c’è un’esigenza dettata dall’etica e onestà che non può soggiacere al bavaglio degli interessi di categoria e quindi ritengo necessario evidenziare (qualora davvero qualcuno non lo sapesse) che esistono moltissime donne violente e aggressive e spesso le loro vittime sono i figli, ovverosia coloro che maggiormente hanno bisogno di protezione e difficoltà a sottrarsi alle loro angherie dirette o passive. Nessuno tocchi Caina, nessuno rompa il tabù della madre violenta, evitante, egocentrica, periferica, tossica, maltrattante e castrante. Nessuno si azzardi a puntare i riflettori sulle ambivalenze di un paradigma comunicativo basato su stereotipi e che fa leva su certi archetipi (donna fragile, vittima, indifesa, da proteggere) ed è sostenuto da interessi anche economici e di potere che impronta le sue teorie secondo un sistema binario in cui le dinamiche relazionali sembrano scaturire unicamente dalla somma o divisione delle parti e non dalla inter-relazione reciproca.


Leave a Reply

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.