Non ci sono femministe su una nave che affonda

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LA FIONDA

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di Alessio Deluca – Il covid-19 imperversa, in quella che pare sia la settimana di “picco”. E mentre falcia senza remore né pietà molti nostri connazionali, in particolare uomini, si hanno qua e là ravvedimenti, ripensamenti, marce indietro che, non fossimo in un momento critico, sarebbero una macchietta. Improvvisamente anche le più dure e pure del femminismo ricordano di avere un padre, un fratello, un figlio, o anche semplicemente una parvenza di dignità e credibilità da tutelare. Sanno tutte quante che, terminata l’emergenza, saranno chiamate sul banco degli imputati per diversi capi d’accusa, e cercano di rifarsi lemme lemme una verginità.

Si fa viva per prima quella che forse è la più feroce e indegna tra le distruttrici di tutto ciò che di buono ha saputo creare la convivenza civile, Monica Cirinnà. Colei che ha stabilito l’assegno di mantenimento anche per le coppie di fatto non sposate, che definisce famiglia lei stessa con i suoi asini, che ha dileggiato il motto mazziniano “Dio, Patria e famiglia”, che amoreggia con gli LGBT, di fronte al dilagare dell’emergenza, per paura o per necessità d’immagine, prova a riciclarsi, chiamando in causa il padre novantenne, il Paese (scritto maiuscolo!) e la famiglia (al singolare!).


Mentre già c’era gente che moriva.


La prode Monica ha capito che il vento post-coronavirus tirerà molto al contrario del suo progressismo tossico e del suo politicamente corretto al caviale, e cerca di cambiare le vele in tempo. C’è chi plaude al voltafaccia, mentre da queste parti non siamo tanto inclini alla misericordia. Riteniamo che ogni persona, ancor più se investita di ruoli istituzionali e rappresentativi, debba assumersi la responsabilità delle proprie idee, specie se lerce. Le parole padre, paese e famiglia in bocca alla Cirinnà suonano beffarde, dopo ciò che ha detto, fatto e sostenuto per anni. Non pensi così di sottrarsi alla Norimberga post-emergenza. In virus veritas, e la verità su di lei è nota da tempo.

Alla ricerca di una nuova verginità si aggiunge anche la turbofemminista Michela Murgia. Le sue posizioni estremissime sono ben note: dalla Matria all’uomo per sua natura mafioso, si è distinta nel tempo per un conclamato odio verso il maschile e un arroccamento verso posizioni femministe tra le più inaccettabili, nella misura in cui le esprimeva con la sua insopportabile spocchia. La sua vera natura si è svelata agli albori dell’emergenza coronavirus, quando disse dalla Bignardi che il traffico ne guadagnava e dunque sperava che l’emergenza durasse ancora a lungo. Il tutto mentre già c’era gente che moriva (“i contagi erano solo 400”, dice ora senza vergognarsi, a mo’ di scusante).


Come Hitler che sogna armate immaginarie nel suo bunker.


Fin da subito sono nati meme di dileggio e ci sono state condanne verso un cinismo e un’insensibilità che sono tipicamente femministe. Eppure anche Murgia cerca di salvare il salvabile, pubblicando un lungo e barboso post su Facebook dove cerca di ubriacare i propri follower con una supercazzola priva di senso, visto che, originalissima, dà la colpa di tutto a Salvini. Cerca di buttarla in politica, la “scrittrice”, per salvarsi la faccia, ora che i morti si contano a migliaia, e poco dopo cerca di darsi un tono partecipando a iniziative per raccogliere fondi a favore degli ospedali, ma a noi non la dà a bere, non le verrà concesso di sfangarla così. Norimberga attende anche lei, a braccia aperte.

Ci sono naturalmente eccezioni a questo trend, almeno per ora. Le dure-e-pure, le poche femministe che restano sulla nave che affonda, resistono nelle loro posizioni, e forse in questo sono quasi più stimabili delle “sorelle” che ci ripensano e si rimangiano tutta la loro ideologia. Le varie Nadia Somma, che dal Fatto Quotidiano ancora predicano parlando di donne virtuali tormentate in famiglie ancor più virtuali, o ancora quelle come Giulia Blasi che, prigioniere nel loro mondo distopico e immaginario, twittano che la violenza domestica sta aumentando “a dismisura”. Queste ultime potrebbero anche essere risparmiate. Fanno tenerezza, quasi un po’ pena. Come Hitler che sognava armate immaginarie nel suo bunker prima di spararsi in testa. E a ben guardare tutte le femministe, sia quelle pavide che cercano il riciclo, sia quelle paranoiche che restano fedeli all’ideale, a causa del coronavirus sembrano trovarsi proprio in quella tragica e bellissima fase finale del bunker.


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