Non solo Commissione Segre: i dati falsati dei “femminicidi”

liliana segreE’ ormai accertato che il motivo addotto per la creazione della orwelliana e maccartista “Commissione Boldrini” sotto il travestimento da “Commissione Segre” sia una gigantesca fake news, quella dei 200 messaggi antisemiti pubblicati al giorno contro la stessa Senatrice Segre. Ne parlano tutti i media mainstream ormai, con situazioni al limite del tragicomico, come la baruffa tra “La Repubblica” e “Open” di Mentana. La prima ha sguazzato nella notizia falsa come un maiale nel fango, il secondo è andato a traino per giorni rilanciando a tutt’andare. Ora che la zozzeria è venuta fuori, Open sconfessa le sue posizioni precedenti e recita da testata rigorosa, in ansia da perdita di click, accusando Repubblica, che dal canto suo cerca di difendere quel po’ di credibilità rimasta (se mai ne ha avuta) mostrando documenti che però la sconfessano ulteriormente. Il bue che dà del cornuto all’asino insomma. Uno spettacolo indecoroso, che mostra bene gli effetti dell’utilizzo delle fake news, specie all’interno del mainstream politicamente corretto.

Lo stesso che si guarda bene dal menzionare chi per primo ha fatto fact-checking e diffuso i risultati, cioè questo blog. Ma passi, non mi stupisco. Mi stupisco invece che la questione della notizia falsa alla base di un’iniziativa politica oppressiva e repressiva rimanga confinata nella questione Segre e relativa commissione. Nessuno si spinge più in là a fare due più due, per esempio chiedendosi se quella stessa prassi non venga applicata anche in altri ambiti. Un’ulteriore occhiata a questo blog fornirebbe una risposta chiara: sulla violenza contro le donne e in particolare sulla questione “femminicidi” il meccanismo è lo stesso, pari pari. Ovvero dati gonfiati, in buona parte inesistenti, per giustificare una narrazione, leggi e prassi oppressive, repressive, in ogni caso ingiustificate, come i milioni di euro distribuiti a pioggia a centri di potere distruttivi come le associazioni antiviolenza, le case-famiglia, le case-rifugio, eccetera.


Una funzione meramente propagandistica e di pretesto.


In questa stagione, poi, il meccanismo della mistificazione risalta in modo particolare: mano a mano che ci si approssima alla grande parata militare del 25 novembre, “Giornata internazionale contro la violenza verso le donne”, infatti, si nota come la definizione di “femminicidio” si apra, si espanda, si allarghi. Come una membrana elastica concepita per potersi slabbrare a piacimento e inglobare tutto quanto sia possibile, in autunno inoltrato quella definizione diventa pressoché omnicomprensiva, e in quanto tale più confusiva di quanto già non sia (un po’ come parte delle definizioni contenute nel DDL della Commissione Segre). Questo è anche il motivo, è noto, per cui una definizione ampiamente condivisa di “femminicidio” non esiste.

Dare una definizione precisa e circostanziata impedirebbe la sua espandibilità a piacimento, facendole perdere la sua funzione, che è meramente propagandistica e di pretesto. Definendola in modo preciso, mostrerebbe tutta la sua insostenibilità logica e giuridica. Quindi la si lascia così com’è, una specie di blob verdastro capace di fagocitare tutto e il contrario di tutto. Certo gli effetti sono disorientanti per chi cerca di seguire vicende di quel tipo e di tenersi informato. Specie se, ahilui, lo fa sui media mainstream. Ad esempio in questo periodo ci si trova davanti a una nuova cifra: 92 “femminicidi” nell’ultimo anno, come ha titolato Repubblica (guarda caso).


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Il meccanismo furbesco della propaganda.


Ma come 92? Non era “un femminicidio ogni due giorni”, ovvero in totale 182? In certi casi, quando si è un po’ più lontani dal 25 novembre, non era “un femminicidio ogni tre giorni”, ovvero in totale 122? Queste 92, ovvero una ogni quattro giorni, da dove saltano fuori? Ebbene saltano fuori dal meccanismo furbesco della propaganda che, a un certo momento, smette di far circolare cifre totalmente fasulle e scende a patti con una sorta di realtà. Che però non è realtà al 100%: anch’essa è falsificata, sebbene più moderatamente. Solo quanto basta per evitare di smentire in toto tutta la narrazione super-falsa precedente.

Ecco allora che in novembre alle bugie trasmesse con frasi evocative si affiancano per l’appunto rilevazioni che hanno una parvenza di istituzionalità. I 92 “femminicidi” annunciati da Repubblica infatti sono gli omicidi di donne da parte di una platea vagamente definita di uomini, conteggiate però non da gennaio a dicembre, come si è fatto fino a questo periodo dell’anno, bensì seguendo la tempistica del periodico report del Ministero dell’Interno: dal 1 agosto al 31 luglio. Così si sommano a buon peso i casi dell’anno corrente (dal 1 gennaio 2019 a oggi) e quelli di metà dell’anno passato (agosto-dicembre 2018). Astuto, non è vero?


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Due temporizzazioni che più ci si avvicina al 25 novembre più si sovrappongono, creando una confusione che ben si presta alla necessità di comunicare allarme per un’emergenza sociale che in realtà non c’è. Oltre a questo, come detto, contribuisce la vaghezza della definizione. Per Repubblica è “femminicidio” anche quello commesso da un “collega”, denotando un’apertura verso gli omicidi di criminalità comune. E’ anche così che il numero resta alto, quando è noto che la Polizia di Stato aveva conteggiato per il 2018 appena 32 “femminicidi propriamente detti”. Pochi dei quali avvenuti tra il 1 agosto e il 31 dicembre di quell’anno. Mentre da gennaio a luglio 2019 se ne sono contati (sempre di “propriamente detti”) una ventina scarsa.

Altro che 92, dunque, anche cambiando finestra temporale di riferimento. A voler essere generosi, contando da agosto 2018 a oggi, saremo attorno alla trentina, cioè un caso ogni dodici giorni circa. Troppo poco, davvero troppo poco per sostenere la narrazione femminista basata sul piagnisteo, il reclamo di privilegi, potere e soldi, e la pulsione criminalizzante contro il maschile. Troppe poche sorelle morte da gettare sul tavolo delle trattative con chi maneggia soldi pubblici. E allora via alla fiera della falsità statistica, della manipolazione di definizioni e numeri che, ora che la kermesse novembrina è prossima, si faranno sempre più pazzi. E in questo senso il successo della Commissione Boldrini, ricicciata come Commissione Segre sulla base di un inesistente allarme antisemitismo, è stata un’ottima prova d’orchestra.


C’è chi va a cercare col lumicino e scopre la magagna.


Eppure, per quanti sforzi facciano, i cani da compagnia di questo sistema criminale sudano le sette camicie per nascondere la realtà. Sanno che ormai c’è chi va a cercare col lumicino e scopre la magagna, esattamente come accaduto per la Commissione Segre. Così Repubblica, patendo di una terribile stitichezza informativa, non può fare a meno di dire che siamo il paese col più basso tasso omicidiario femminile d’Europa (e del mondo, aggiungo io). Nozione che però le “opinion leader” del femminismo nazionale fingono di non avere, continuando a diffondere falsità per tenere botta sul doppio binario della propaganda sui “femminicidi”.

La verità, cari tutti, è ben nota e su queste pagine non c’è quasi bisogno di ripeterla (ma lo farò lo stesso): i “femminicidi”, se il termine significa il vecchio “delitto passionale” e dintorni, sono in numero meno che fisiologico nel nostro paese. Tutti gli altri sono omicidi da criminalità comune, che in quanto tale colpisce anche gli uomini, e su proporzioni infinitamente maggiori. E’ un allarme solo mediatico, un’emergenza buona solo per la propaganda che sostiene un grande business e un potere diffuso. Aspettatevi performance circensi e tripli salti carpiati da qui al 25 novembre per far sì che questa indiscutibile verità venga tacitata da un gran numero di informazioni e dati contraddittori e tendenzialmente falsi. Quando li vedete, non abbiate remore a smentirli. Perché è uno spettacolo della menzogna e dell’orrore che deve finire. E visto com’è andata con la fuffa su cui hanno imposto la Commissione Segre, ci sono buone probabilità che anch’essa finisca presto.


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