Nuovo documento D.I.Re.: “Il regime assoluto che vogliamo”

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LA FIONDA

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di Giorgio Russo. Così come abbiamo intitolato questo articolo, e non “Il cambiamento che vogliamo“, dovrebbe in realtà essere intitolato il nuovissimo documento diramato dal coordinamento “D.I.Re.”, la maggiore centrale di potere femminista del paese. Circa quaranta pagine di incubo distopico futuribile realizzato per celebrare i 25 anni dalla Conferenza di Pechino, organizzata dall’ONU nel 1995 sul tema delle donne. Uno spartiacque internazionale nella diffusione della grande menzogna femminista e gender, che da quel momento ha iniziato il suo inarrestabile processo di mainstreaming (trasformazione in tema dominante) a livello globale, come ben raccontato dalla testimone oculare Dale O’ Leary. Il papello di D.I.Re. intende porsi come un “position paper” rispetto a quel momento involutivo di 25 anni fa, ovvero intende misurare a che punto siamo rispetto al totalitarismo rosa pianificato prima al Cairo e poi a Pechino, e cosa fare per finalmente raggiungerlo, specialmente nel quadro nazionale italiano.

Questa versione rivista e aggiornata del “Mein Kampf”, o forse è più appropriato dire del leninista “Che fare?“, ripercorre in sette capitoli la dichiarazione scaturita a Pechino nel 1995, attualizzandola come avrebbe voluto fare la “Feminist declaration”, un evento dell’internazionale femminista previsto per il marzo scorso e fortunatamente saltato a causa della pandemia (non tutti i coronavirus vengono per nuocere). Scorrere i contenuti del documento D.I.Re. significa fare i soliti molti passi nel ben noto delirio femminista, che fa sempre molta impressione quando è messo nero su bianco con tanta sicumera e sfacciataggine. I topoi delle rivendicazioni femministe ci sono tutti: dal gender paygap all’esclusione delle donne dai posti di potere, dalla violenza che è solo maschile alla condanna del linguaggio sessista, dalla rappresentazione di un’Italia arretrata e prigioniera di stereotipi all’affermazione di un patriarcato storico di cui si deve ora chiedere conto, fino alla tragicomica affermazione che le donne siano svantaggiate nei tribunali civili durante le fasi di separazione e affido dei minori. Dappertutto poi la continua, ossessiva e immancabile richiesta di soldi, risorse, grana, money, dinero. Insomma il solito copione che siamo fin troppo abituati a vedere e, su queste pagine, a smontare pezzo per pezzo.


Cerca di nascondere la propria reale natura, che è totalizzante e soprattutto totalitaria.


È impossibile, volendo essere brevi, rispondere una ad una a tutte le mistificazioni che vi sono contenute. Chiunque abbia un minimo di equilibrio mentale e non abbia interessi specifici coinvolti, vede da sé quanta follia e che futuro di terrore e assenza di libertà il documento auspichi. Ci concentreremo dunque soltanto su alcuni aspetti di metodo e su alcuni punti a nostro avviso davvero minacciosi, non solo per il genere maschile, ma per chiunque. Dal lato del metodo si nota una grave carenza di fonti. Solo in un paio di casi vengono citati, a sostegno delle varie tesi, dati istituzionali super partes. Per il resto o si tratta di asserzioni buttate lì come autoevidenti (un esempio a caso: “I dati relativi alla formazione STEM dicono che la “selezione di genere” inizia molto prima della scelta universitaria perché è legata a modelli di genere e di ruolo che vengono trasmessi e introiettati fin dalla primissima infanzia, durante la quale la fortissima pressione sociale determina scelte”), oppure sostenute da dati diramati da soggetti di parte, per loro stesso statuto, come l’EIGE – European Institute for Gender Equality. Parte integrante della fallacia metodologica del documento è ovviamente anche l’omissione sistematica delle moltissime altre rilevazioni che smentiscono alle radici ogni asserzione. Ad esempio si dice che in Italia la violenza sulle donne e il femminicidio sono questioni dilaganti, sebbene i numeri reali e ufficiali dicano l’esatto contrario.

La falsificazione nel metodo porta alla possibilità di affermare tutto e il contrario di tutto: le donne hanno mostrato quanto sono brave durante il lockdown con l’utilizzo del tele-lavoro. Peccato che la CGIL, che pure ha sponsorizzato questo nuovo documento bolscevico, qualche settimana fa avesse sostenuto l’esatto contrario. Ma è noto che il femminismo ingloba tutto, fagocita ogni cosa, contraddizioni incluse, se gli serve per accreditarsi. E così è anche nel documento D.I.Re., dove il complesso di (dis)valori femministi si assume unilateralmente la rappresentanza di ogni possibile disagio manifestato da qualunque tipo di minoranza. Non avendo né qualità ne qualifiche in sé, cerca di acquisirle autonominandosi portavoce delle realtà migranti, delle persone con disabilità, di chi abbia un qualsivoglia orientamento sessuale o identitario diverso dall’eterosessualità, per finire con tematiche inerenti l’ambientalismo, le guerre nel mondo e i diritti umani. Vengono cioè sommati pezzi di lotte altrui, sotto la foglia di fico dell’intersezionalità, in un unicum riletto in chiave di “discriminazioni di genere”, per potersi ergere a rappresentante globale del “bene” (un esempio tra i più ridicoli: “gli impatti della crisi climatica e, più in generale, il degrado ambientale, sono questioni strettamente correlate alle relazioni di genere”). Il femminismo che cerca l’istituzionalizzazione si presenta così, pur non avendone i requisiti, come movimento totale, con ciò cercando di nascondere la propria reale natura, che è totalizzante e soprattutto totalitaria.


Proposte da segregare nell’ambito che gli compete, ossia quello del ridicolo.


Venendo ai contenuti, la parte più grave e minacciosa è quella conclusiva (pagine 31 e 32). Dopo aver snocciolato nel dettaglio chiavi di lettura prive di fondamento e proposte agghiaccianti su tematiche specifiche, si passa a una visione più globale, vista come risoluzione complessiva un po’ di tutto. Si parla della creazione di “un nuovo meccanismo di consultazione e concertazione permanente per la parità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, indipendente dal Governo e presieduto da una personalità esperta di tematiche di genere”. A inizio articolo abbiamo corretto cambiando dall’hitleriano “Mein Kampf” al leninista “Che fare?” non a caso. La proposta qui è sostanzialmente di commissariare la Presidenza del Consiglio con l’istituzione di una “commissaria politica”, nella piena tradizione del sovietismo totalitario, atta ad assicurare che l’amministrazione della cosa pubblica abbia sempre un taglio femminista. Una proposta che segue l’idea, esposta qualche pagina prima, di integrare i centri antiviolenza in ogni tavolo decisionale istituzionale. Non c’è alcun desiderio di raggiungere la parità laddove non è ancora stata raggiunta (e in Italia vige abbondantemente ovunque). C’è un piano per la presa del potere, punto e stop. Archiviata dalla storia la rivoluzione del proletariato, si impone ora la rivoluzione femminista. Senza assalti al Palazzo d’Inverno, ma con una penetrazione morbida e audace delle istituzioni la cui democraticità e il cui liberalismo già vacillano da molto tempo.

Se così non fosse, idee come quelle elaborate da D.I.Re. verrebbero pubblicamente sbeffeggiate e rientrerebbero immediatamente nel mirino della DIGOS (come minimo). Invece no, tutto risulta regolare proprio perché dalla Conferenza di Pechino in poi è ritenuto normale affermare la necessità di discriminare chiunque non sia donna, con ciò rifiutando “l’assimilazione al modello costruito dal gruppo dominante degli uomini”, al fine di rivendicare “il valore della differenza delle donne, quale gruppo segnato, in passato, dal marchio dell’esclusione”. Un richiamo al patriarcato (inesistente) del passato per giustificare una rivalsa nell’oggi, dove per “parità” si intenda il predominio femminista con l’esclusione ed espulsione del maschile. Loro sono oggi le rappresentanti di questa nuova forma di proletariato sessuato, gli uomini sono l’odiata borghesia. La storia si ripete, ma in un paradosso che, oltre a gridare vendetta, è pericolosissimo. Perché uno dei criteri di elaborazione del documento, tra i tanti fallaci, è quello dichiarato proprio in chiusura: “gli uomini, essendo il 49% della popolazione, potrebbero ricoprire una quota massima del 49% dei posti in Parlamento e in altre istituzioni”. Dunque in politica, nelle istituzioni, così come nelle imprese private e pubbliche, nella cultura e nei media, ogni criterio viene cancellato da quello unico, dominante e totalitario della proporzionalità demografica. Non conta più la proposta politica o l’onestà del candidato, o la preparazione e la cultura di un docente, o l’efficienza e la produttività di un lavoratore. Conta il sesso di appartenenza. Una follia che nemmeno Huxley sotto LSD avrebbe saputo concepire. Eppure documenti del genere, scartafacci lobbistici sfacciati e ripugnanti, finiscono sui tavoli che contano, con tutto il peso di svariate benedizioni internazionali (e poi dice che uno diventa sovranista…). Alla lunga, senza un’opposizione organizzata che li segreghi nell’ambito che gli compete, ossia quello del ridicolo, documenti così rischiano di diventare riferimenti per la pianificazione del futuro dove vivranno i nostri figli. Per evitare che esso sia segnato non più da bandiere rosse con falce e martello, ma viola col simbolo della femmina sormontato da un pugno chiuso, serve che nel presente siffatti piani sovversivi suscitino il più diffuso, deciso e visibile antifemminismo possibile.


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