Padri separati e suicidio: facciamo chiarezza

Nei dibattiti che si fanno sui media e sui social network sul tema delle separazioni, un argomento che emerge spesso è quello del suicidio. In particolare il suicidio degli uomini e padri conseguente ai traumi legati alle prassi separative del nostro paese. Di solito si manifestano due prese di posizione: una particolarmente superficiale e dannosa, che si appiglia al mito dei 200 padri separati suicidi all’anno. Un mito perché non è mai stata trovata la fonte statistica ufficiale a quel dato che, per questo, non andrebbe più diffuso. E non solo per un fatto di correttezza di metodo, ma anche per mera strategia.

Sì perché in rete furoreggiano femministe livorose e feroci pronte ad azzannare al collo chi menziona i “200 padri separati suicidi”, con la domanda-killer: qual è la fonte? L’interlocutore non sa mai rispondere e da lì parte la seconda presa di posizione, una tiritera infame e senza fine, dove l’evento suicidiario maschile-paterno viene sminuito fino al disprezzo o al dileggio. Campionesse in questo sport sono soggetti come Nadia Somma, Patrizia Cadau o Luisa Betti Dakli. Basta qualche ricerca su google e vengono fuori screenshot di loro interventi disumani, da far accapponare la pelle. Tutti miranti a un unico obiettivo, il solito: che gli uomini-padri si suicidino a causa della separazione è una frottola, e quelle che davvero soffrono per la separazione, e tuttavia resistono rocciosamente, sono le donne.


Pura e semplice mistificazione.


Balle, ovviamente. Pura e semplice mistificazione. Dimostrata come tale nientemeno che vent’anni fa dal libro “Il pater sapiens in evoluzione”, scritto da Fabio Nestola, studioso che ho l’onore di ospitare su queste pagine di tanto in tanto. All’interno del libro risulta rilevante il capitolo che tratta proprio del fenomeno suicidiario tra i padri separati. E lo fa acquisendo la rilevazione attuata nel 2004 dalla Associazione EX che, con una ricerca certosina, mancando dati ufficiali, raccolse tutti gli articoli e le notizie di suicidi maschili tra il 1996 e il 2004, isolando i casi legati alle separazioni.

Nei nove anni considerati si contò un totale di 111 suicidi legati a questioni separative. Di questi, 4 erano stati attuati da minori (3,6%), 4 da donne (3,6%) e 103 da uomini (92,8%). I dati vennero comparati a quelli generali dell’ISTAT riguardanti le persone che si erano tolte la vita. Ne risultò che gli uomini, in ogni caso, si tolgono la vita in percentuale maggiore di quanto non facciano le donne (all’incirca un suicidio femminile ogni tre suicidi maschili), senza però mai sfiorare il picco da monopolio che si era riscontrato fra i separati. Nelle separazioni spariva o quasi la percentuale di donne suicide, che per tutti gli altri fattori di rischio (perdita del posto di lavoro, depressione, solitudine, indigenza, patologia allo stadio terminale, scomparsa di un congiunto, etc.) si attestava invece intorno al 25% del totale.


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È l’esclusione dalla vita dai figli ad avere devastanti ripercussioni.


Una delle prime conclusioni, dunque, era che “la separazione rappresenta l’unico fattore di rischio che spinge al suicidio esclusivamente il padre, pur essendo l’unico fattore di rischio che coinvolge un target obbligatoriamente composto dall’identico numero di donne e uomini”. E dunque: “l’inibizione legalizzata di ruoli e relazioni genitoriali innesca una spirale di disperazione della quale il suicidio è l’aspetto più eclatante, ma non l’unico e neanche il più frequente. I fatti di sangue costituiscono solo la punta dell’iceberg di un disagio sociale pericolosamente diffuso. È l’esclusione dalla vita dai figli ad avere devastanti ripercussioni sulla sfera relazionale ed emotiva del soggetto escluso e dei figli stessi”.

Questo accadeva prima che venisse approvata la Legge 54, ma accade ancora oggi, essendo tale norma non applicata dalla magistratura, che quindi è corresponsabile di un tasso suicidiario oggettivamente impressionante. Allora come oggi, l’interruzione giuridica del progetto genitoriale viene vissuta come una ferita insanabile in larga maggioranza dai padri, ragione per la quale sono gli stessi padri a figurare abbondantemente in testa nell’elenco degli autori di omicidio legato alla separazione e a monopolizzare, o quasi, i suicidi. Se si invertissero i ruoli in questa macabra tragedia, è certo che anche le statistiche si invertirebbero e saremmo qui a chiederci come mai tante donne si tolgono la vita.


Omettendo di raccogliere i dati, non emerge il problema.


Degno di nota è che i dati sono stati raccolti da un’associazione privata, ed è quasi comico il capitolo di Nestola quando elenca le tematiche oggetto di statistiche istituzionali: “cosa mangiamo e quanto spendiamo per il cenone di Natale, dove e per quanto tempo andiamo in vacanza, quante ore trascorriamo alla guida, quanto spendiamo per abbigliamento, sport, cultura e spettacoli, qual è il consumo pro capite di birra, come aumenta il bullismo adolescenziale, quanto amiamo giochi e lotterie, quanto aumenta il ricorso alla chirurgia plastica; e poi quanti decessi avvenivano prima e quanti avvengono dopo l’introduzione del casco obbligatorio, quanti prima e dopo l’obbligo di allacciare le cinture di sicurezza, quanti prima e dopo la patente a punti, quanti incidenti si concentrano nel sabato sera ed in quali fasce orarie, quanti delitti a scopo di rapina, quanti a causa della malavita organizzata, quanti per mano di immigrati, quanti decessi dovuti al doping, all’anoressia, agli stupefacenti, al fumo, all’alcool, alla liposuzione, alla dieta fai-da-te…”.

Dall’elenco mancano i fatti di sangue legati alle separazioni. Ed è grave non solo dal punto di vista del metodo, ma anche del merito: ad ogni fatto di cronaca, infatti, senza dati che inquadrino globalmente e analiticamente il problema, è possibile ai media e ai portatori di interesse semplificare secondo lo schema uomo-mostro e donna-vittima. Non solo: omettendo di raccogliere i dati, non emerge il problema. Le statistiche sulle stragi del sabato sera indussero a leggi restrittive sugli alcolici, quelle sul fenomeno dell’usura a creare numeri di assistenza. E la strage dei padri separati che si tolgono la vita? Non venendo misurato, il problema non esiste, dunque non ci si pone il problema delle possibili soluzioni.


Perché gli uomini-padri separati si suicidano di più rispetto alle donne?


In questo senso Nestola svolge una riflessione molto chiara: “Quando la gente muore uscendo dalle discoteche si cercano i motivi nelle discoteche; quando la gente muore uscendo dalle palestre si cercano i motivi nelle palestre, quando invece la gente muore uscendo dai tribunali i motivi si cercano nella gente. È vietato osservare ed analizzare i tribunali. Nessuna fonte ufficiale ha mai voluto vedere e tantomeno studiare il collegamento fra i provvedimenti limitativi nella frequentazione con i figli e la disperazione che porta a togliersi la vita”. E così tutto viene ricondotto all’uomo follemalvagio per natura.

Ma perché gli uomini-padri separati si suicidano di più rispetto alle donne? Hanno ragione le erinni del femminismo a dire che sono più fragili delle donne che invece tengono botta e tirano avanti? No, ovviamente, non è così. Il dato di fatto è che l’evento separativo, per come viene gestito dal sistema, mette in pericolo la madre dal solo lato economico (l’ex che non versa “gli alimenti”), mentre il padre viene danneggiato dal lato relazionale. Sul primo versante la donna ha centinaia di strumenti per ottenere soddisfazione, giustizia o assistenza: denunce, ingiunzioni, sequestri, associazioni, case-rifugio, centri antiviolenza, l’aiuto economico di amici e parenti, e chi più ne ha più ne metta. Facile non pensare al suicidio con una rete protettiva del genere.


La spirale di disperazione che viene innescata è devastante.


Il lato relazionale invece non ha nessun tipo di supporto, sia che lo si guardi dal lato del padre che, soprattutto, dal lato dei figli. Il sistema chiamato a gestire le separazioni non riconosce e non sanziona come lesione di un diritto bilaterale l’interruzione delle relazioni figli/genitore non affidatario, mentre è un reato a tutti gli effetti non versare l’assegno di mantenimento (570 C.P.). In sostanza, i diritti dei minori vengono lesi quando il genitore non affidatario (o finto co-affidatario) non paga, ma non vengono lesi quando il genitore affidatario impedisce loro di incontrare l’altro genitore e spesso gli altri nonni, zii, cugini. E il figlio privato del padre e viceversa non può sopperire in nessun modo con dei surrogati, come invece può fare la madre privata del supporto economico dell’ex compagno.

Dopo i figli, c’è un soggetto che risulta vessato da questo sistema: l’uomo-padre. Egli è perfettamente conscio della profonda ingiustizia messa in atto dalla controparte ma, qualora ricorra agli appositi canali per ripristinare la giustizia, l’unico risultato che riesce ad ottenere è il sommarsi di ulteriori ingiustizie. La spirale di disperazione che ne viene innescata è devastante. Il genitore affidatario (o finto co-affidatario) che non riesce a incontrare i figli si scontra con una precisa volontà ostativa della controparte, ma deve scontrarsi anche con ciò che da tempo si identifica nella malagiustizia in tema di Diritto di Famiglia.


A parti invertite e a parità di condizioni, ci sarebbe un olocausto di donne suicide.


MarioNon è dunque, come da tesi infame delle femministe armate, che l’uomo è diventato più fragile e la donna è diventata più forte. E’ che a quest’ultima viene facile essere forte, anche quando in difficoltà. L’uomo invece viene messo in ginocchio da un intero sistema, umiliato, isolato e deprivato di tutto. Non tanto dal lato economico, ma da quello relazionale e affettivo. Quel lato su cui aveva investito tutto se stesso e i suoi progetti di vita (perché questo è un figlio). A parti invertite e a parità di condizioni, ci sarebbe un olocausto di donne suicide. Questa è la verità, da vent’anni, piaccia o no a Nadia Somma, Patrizia Cadau, Luisa Betti Dakli e a ogni altra iena senz’anima della stessa risma.

[N.d.A.: per gentile concessione di Fabio Nestola, rendo disponibile il qui menzionato capitolo del suo libro in un PDF scaricabile cliccando QUI]


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