Paranoia dell’antiviolenza: le case italiane come Guantanamo

di Fabio Nestola – Le donne non riescono a chiederci aiuto, dicono i centri antiviolenza. L’assunto è che moltitudini di donne ogni giorno abbiano urgente necessità di chiedere aiuto, di essere protette dalle percosse, dagli insulti, dai maltrattamenti, dalle vessazioni, dallo stalking e dal femminicidio sempre in agguato, ma non riescano a farlo. La pressante priorità delle donne italiane è supplicare un centro antiviolenza di liberarle dai mostri coi quali convivono. Ma non riescono a farlo, proprio non riescono.

Gli aguzzini le tengono prigioniere, oppresse, incatenate dal terrore di aver avere in casa criminali maltrattanti, probabilmente anche potenziali assassini. Gli orchi hanno sistemi di sorveglianza che nemmeno a Guantanamo. Marcano strette le proprie vittime tanto da rendere loro impossibile quella telefonata salvifica al 1522 di cui le donne avrebbero tanto bisogno. Vogliono chiedere aiuto ma non riescono, proprio non riescono. Le vittime non possono liberarsi nemmeno un minuto dagli oppressori, non possono sottrarsi ad un controllo asfissiante h24, i mostri non abbassano la guardia e non lasciano un attimo di respiro alle donne per consentire di telefonare o di scappare e rifugiarsi dalle loro salvatrici.


Non possono proprio sottrarsi al controllo.


Non è un film horror di serie C, è la narrazione ideologica che ci bombarda da settimane. Continuamente, ossessivamente, dal Veneto alla Sicilia. Titoli che annunciano al mondo la Verità nascosta: la violenza è in aumento ma le richieste d’aiuto crollano perché le donne hanno paura. Telefono Rosa: “l’incubo delle donne maltrattate costrette in casa con mariti violenti, telefonate al 1522 crollate per paura”. E mancano i fondi. Ah ecco, un richiamo ai soldi non manca mai. Secondo il quadro a tinte fosche descritto ossessivamente da chi batte cassa, il Covid-19 avrebbe fornito agli uomini uno strumento in più per opprimere le mogli: con la scusa del virus tutte segregate in casa a subire prevaricazioni e violenze. Vorrebbero tutte gettarsi in massa tra le braccia accoglienti e risolutrici dei centri antiviolenza, ma non possono proprio sottrarsi al controllo.

Nella società più connessa di sempre, suona un tantino fasulla questa presunta impossibilità di comunicare. Telefoni requisiti a tutte? 30 milioni di cellulari chiusi a chiave nei cassetti? I mostri non vanno a fare la spesa ma non lasciano nemmeno che vadano le donne; non escono col cane ma non lasciano nemmeno che escano le donne; non vanno in farmacia ma non lasciano nemmeno che vadano le donne, e così all’ufficio postale, all’edicola, in banca, alla tabaccheria. Di più: per esercitare un controllo asfissiante i maski violenti non permettono alle mogli di affacciarsi alla finestra o uscire sul balcone, infissi inchiodati altrimenti le recluse potrebbero chiedere aiuto urlando; poi nessun carceriere va più al bagno o sotto la doccia, nessuno fa l’errore di addormentarsi altrimenti la vittima potrebbe uscire a chiedere aiuto. Veglia di guardia ininterrotta da settimane, pur di inibire uno squillo al 1522? Un delirio assurdo.


Troppo spesso rispondere è un’optional.


E niente, proprio non si vuole ammettere che le chiamate ai centri antiviolenza sono drasticamente in calo per il semplice motivo che le violenze non ci sono, o perlomeno non ci sono nella misura in cui la narrazione dominante vorrebbe che ci fossero. E se anche fosse vero che le donne sono costrette ad andare al supermercato private del cellulare, cosa impedirebbe alle vittime di violenza di chiedere aiuto alle divise? Perché non fermare vigili urbani, polizia, carabinieri, protezione civile o persino militari per chiedere aiuto? Non mancano di certo, girano praticamente solo loro.

Perché l’esigenza primaria sarebbe quella di rivolgersi ad un centro antiviolenza invece che alle forze dell’ordine? Ma soprattutto, perché la preoccupazione per il calo delle denunce non arriva da fonti ufficiali? Perché non sono il Ministero dell’Interno o della Difesa (Polizia e Carabinieri) ad ipotizzare che milioni di donne avrebbero urgente bisogno di chiedere aiuto, ma non possono farlo perché sono terrorizzate dagli aguzzini? Perché, se fosse vero l’urgente bisogno di far fronte alla violenza dilagante, gli appelli si susseguono solo per chiamare il 1522 e non per il 112 o 113? Perché si vuole inculcare nella popolazione che l’unico aiuto alle vittime di violenza possono darlo i centri antiviolenza? Chissà se qualcuno si prenderà il disturbo di rispondere a questi interrogativi. Fare domande è un dovere più che un diritto, per comprendere ciò che non viene spiegato. Troppo spesso rispondere è un’optional.


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